Degas e gli italiani a Parigi

D’accordo che non ve ne frega un accidenti ma per amor di cronaca ieri io e Sabry abbiamo totalizzato ben 9 anni di convivenza. Un bel traguardo, no?

Di lei vi parlo un’altra volta, e pure della nostra cagnetta Molly. Ora vi voglio raccontare di una splendida mostra che ieri abbiamo visto a Ferrara, al Palazzo dei Diamanti: Degas e gli italiani a Parigi.

Conoscevo Degas come il pittore delle ballerine, come molti di coloro che non ne hanno approfondito la produzione. Ho scoperto invece quanto Degas sia stato uno sperimentatore a tutto campo! Si vadano a vedere i suoi paesaggi o la sua grafica. Il suo tratto deve aver insegnato non poco ai grandi maestri dell’illustrazione e del fumetto mondiale.
E il taglio dell’immagine, quel modo di cogliere l’immediatezza di una posa prima che il fluire inarrestabile della vita riconduca tutto all’oblio, quel troncare le figure o scorciarle in modo inaudito e imprevedibile per l’epoca. Quanto deve aver informato le inquadrature dell’arte fotografica questo genere di pittura!

La ritrattistica è mirabile nell’elevare a significante simbolico il dato fisiognomico, con soluzioni ardite e stravaganti, come nel Doppio ritratto (1865-68), dove le due cugine Elena e Camilla vengono contrapposte, per esprimerne il temperamento, una col volto ben definito, dai lineamenti volitivi, che ci osserva frontalmente; l’altra che distoglie invece lo sguardo di lato, il volto sfocato a bella posta. La tavolozza di Degas è quanto mai varia, di una gamma di colori elegante e raffinata. Gli studi compiuti sugli effetti di luce sono straordinari nel rendere la sfavillante atmosfera dei boulevards parigini in notturna. I tratti a volte sono sommari e incompiuti, le pennellate caotiche e dense di pigmento. La prospettiva sghemba e a volte irrisolta. In alcuni dipinti, come I collezionisti, gli abbozzi delle posture precedenti dei personaggi traspaiono sulla tela a documentare l’iter creativo. Invecchiando, l’artista abbandona gradualmente il suo tratto talentuoso per lasciare spazio a campiture di toni cromatici che si sovrappongono a evocare forme e volumi piuttosto che a descriverli. Degas stava diventando cieco e l’esigenza rappresentativa degli inizi si modulava ora sull’emozione bruta del colore, a suggerire l’esplorazione di dimensioni parallele al visibile, percezioni intime e personali difficili da percorrere. Bella anche la sezione dei dipinti dei suoi allievi: Boldini, De Nittis, Zandomeneghi.

E’ difficile per un profano rimanere insensibile di fronte al ritratto de il pittore Lewis Brown con moglie e figlia che Boldini realizza come se scattasse un’istantanea, o a un quadretto squisito come Che freddo! Che freddo! di De Nittis.

Il percorso della mostra è agile, guidato da didascalie efficaci ed essenziali. Una visita breve, per un numero non certo considerevole di dipinti. Lieve e avvolgente come una carezza.
Solo fino al 16 novembre, però…

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