Padroni a casa nostra: intervista a Gian Mario Villalta

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Villalta alla "Quarto potere"

Vicenza, 13 febbraio. Nutrita affluenza di pubblico all’inaugurazione della nuova sede della libreria Mondadori “Quarto potere”, in Ponte Pusterla. Ospite d’eccezione Gian Mario Villalta, col suo Padroni a casa nostra. Perché a Nordest siamo tutti antipatici (Mondadori, 2009), che ha aperto le danze degli eventi CaRtaCaNta per il 2010. Ha dialogato con lui il gran cerimoniere Alberto della Rovere. In questa sede il mio intento è quello di condensare e offrire al lettore alcuni tra i vari spunti di riflessione e di analisi che l’autore ha rivolto alla platea.

Alberto della Rovere: Battezzo la nuova sede della libreria “Quarto potere”; ho particolare piacere di accogliere un quasi conterraneo, Gian Mario Villalta. Insegna al liceo scientifico Majorana di Pordenone ed è il direttore artistico della manifestazione Pordenonelegge. E’ poeta, saggista, ha curato i Meridiani dedicati ad Andrea Zanzotto.
Per entrare nel vivo della nostra chiacchierata ti chiedo: «Come è nato questo pampleth e perché a Nordest siamo così antipatici?»

Gian Mario Villalta: Lo spunto per scrivere questo libro è stato, diciamo, una conversazione al telefono. Dovete sapere che ho in programma un romanzo, con difficoltà a chiudersi, forse per problemi miei. Ne ho parlato al telefono col mio editor, che stava leggendo il manoscritto, e visto ch’era un po’ che non pubblicavo, mi ha detto: «Ci sono queste parti, la realtà vissuta, il senso del presente. Mentre ci lavori sopra perché non immagini qualcosa di più veloce, che so, un saggio?»
Un po’ alla volta è uscita questa cosa. Non sono contento del titolo; purtroppo la casa editrice ha fatto pressioni per metterci il suo. Avevo scelto Gli antipatici.  Era però un titolo più da libro, con una corrente narrativa. L’antipatia di cui si parla non è tanto intrinseca dei veneti, dei friulani, dei nordestini, è piuttosto la conseguenza del rapporto tra come il Triveneto viene visto in Italia e come gli abitanti del Triveneto sono portati a vedersi e considerarsi.
Il Nordest viene abitualmente etichettato dai media come una sorta di flusso di merci, però la “locomotiva economica” del paese di cui si parlava negli anni Ottanta non ha attualmente neanche il fischio: non è riuscita a mettere insieme un giornale, un gruppo editoriale che conti, una televisione (neanche per ridere) o istituzioni che abbiano un senso qualsiasi. Dal punto di vista della comunicazione sappiamo perciò anche noi come veneti quello che leggiamo sui giornali o quello che vediamo in tv. Nordest truce, egoista, intollerante. Colpa degli altri che ci vedono così? Un po’ e un po’. E’ anche colpa nostra, con un po’ di storia. La storia del Nordest, quella dei vari Zanussi, Zoppas, De Longhi, Benetton ecc. è nata da artigiani che hanno fatto la scalata sociale e che hanno considerato per lungo tempo la cultura come il nemico. Hanno investito in tutto ma non in ambito culturale, non rendendosi conto che la comunicazione e l’immagine che rimbalza su noi stessi è importantissima. I veneti sono molto colti individualmente parlando. E’ il terzo polo di attenzione degli editori, perché a Nordest si legge molto (gli altri due poli sono Roma e Milano, per intenderci). Io ho delle teorie al riguardo: è questo un aspetto che non si vede, almeno considerando le istituzioni, per certi versi ancora ferme all’Ottocento riguardo a privilegi concessi a determinati gruppi di potere. Siamo fuori dai flussi dell’informazione. C’è pero da parte del Triveneto abbandonato la sensazione di un mancato riconoscimento, di un mancato accesso che crea un diffuso risentimento, comprensibile, di malessere riguardo ai rapporti umani. Non c’è altro posto al mondo dove si stia così bene, da un punto di vista socio-economico, come nel Veneto e Friuli, dati alla mano: allora perché stiamo così male? Perché si vendono in farmacia più antidepressivi che Viagra?

Adr: Per un esterno, connotare geograficamente questa zona (termine ultimo, per me, è la tomba di Pasolini ad Oriente) è arduo. Manca anche una generazione di narratori. Si passa da Camon, Zanzotto, Magris, Parise per arrivare a Bugaro, Covacich, Scarpa, Bettin, Villalta. C’è un cono d’ombra di mancata testimonianza. Come mai secondo te?

V.: La testimonianza, sì. Ovvero la memoria. Io parlerei piuttosto di “memoria tramandabile” che “condivisa”. Negli ultimi trentanni sono intercorsi dei processi di notevole accelerazione storica in questa zona, con degli strappi nella memoria, dei vuoti, dei buchi. Il riscontro di questo problema della memoria lo trovo statisticamente. Non parlo di successo, ma di riconoscimento e riconoscibilità – non entro in merito al valore letterario. Da questo punto di vista il più giovane tra poeti e autori di romanzi o saggi narrativi di quella grandissima generazione (anche europea) è Ferdinando Camon, classe 1935. Per arrivare a trovare narratori che sono arrivati in seguito a una circolazione nazionale bisogna arrivare a quelli che hanno esordito alla fine degli anni Ottanta. De Michelis (Editore, patron di Marsilio, n.d.r.) giustifica: «In quegli anni facevamo altro, la politica, gli studiosi, gli storici. Stavano nascendo molte nuove scienze: semiotica, linguistica ecc.» Bene, ma non cambia nulla dico io; lui dice «Non tieni conto della condizione femminile. Le donne cominciavano a farsi sentire proprio allora.» Bene, ma non cambia nulla dico io. Conta anche l’età in cui uno si è formato (vedi Rigoni Stern e Zanzotto, che dicono cose della loro età, che hanno un vissuto direttamente collegato alla loro età, giocoforza). Scarpa e Covacich sono l’approdo di un buco di trentacinque anni. Chiedetevi perché…

AdR: Nel tuo libro arrivi a diagnosticare una nuova sindrome, il “complesso dell’impostore”. Ce ne vuoi parlare?

V: Sono temi che richiedono un ragionamento molto ampio.
Ho rispetto per il lavoro manuale e per il denaro, però mi è capitato di dire a qualcuno, idraulico o lattoniere, che evadeva il fisco e guadagnava: «Guarda che tu con quello che sei e che capisci, se nascevi da un’altra parte  saresti a chiedere l’elemosina.» C’è stato un trend positivo nel Veneto in questi anni. La sistemazione economico-sociale, vista come l’unica cosa che contava, ha creato dei mostri, i quali si vantano della loro riuscita, del loro successo; d’altro canto, però, sono astiosi. Da niente, senza talento, sono diventati milionari. Sono venuti meno al mandato sociale, a tante cose, e gli è andata di lusso. Ce ne sono di esempi: sono loro i primi incattiviti, come se avessero subito il peggior torto. Hanno paura che la sorte gli chieda il conto. Il mio libro è dialogico, il lettore è un interlocutore che deve accogliere la provocazione e metterci del suo. Lo scrittore cerca di trovare le relazioni tra le cose e mettere in scena il vissuto, la temperatura del momento storico. Lo trovo più riuscito là dove non mi ritornano certe cose, è in questi passaggi che mi sembra di aver tastato il polso della situazione. Chi legge dovrebbe raccogliere degli stimoli a guardarsi intorno, la statura morale che abbiamo, le cose che per noi contano.

AdR: In Vedere al buio (Sossella editore, 2007) c’è un’attenzione peculiare ai poeti e un’intuizione legata alla dicotomia lucciola/mancanza di luce. Questo mi ricorda Pasolini e la celebre frase legata alla Montedison: «Darei la Montedison per il ritorno delle lucciole!» (era il 1975, apparsa sul Corriere della Sera, uno dei suoi ultimi articoli). Nel tuo libro, invece, ti spaventi e dici: «Qui non è mancata soltanto la luce, qui è scomparso il buio!»

V: Son tornate le lucciole, è l’intervento sul Corriere di Pasolini che metteva in relazione il ritorno delle lucciole con un annunciato disastro economico che la nuova Italia cialtrona delle fabbriche e delle discariche stava creando in quel periodo. Pasolini faceva un prima e un dopo la scomparsa delle lucciole per trovare una continuità all’Italia fascista.
Il rischio che si correva con Pasolini era quello di prenderlo troppo alla lettera, anche quando inneggiava con sottile humor alla bellezza dell’Italia fascista.
Pasolini mitizzava la società rurale; era il borghese benestante che tornava alla campagna natia nei libri delle vacanze, e la idealizzava. Era comunque molto consapevole; la sua capacità di vedere in profondità, oltre la superficie degli atteggiamenti, era straordinaria. La sua intuizione più importante è stata quella di registrare un cambiamento epocale, che ben si evidenzia nel discorso sulle lucciole, ovvero la fine della società valligiana e contadina. Personalmente non ritengo, come auspicava Pasolini, che sarebbe stato bene interrompere quel processo di cambiamento. Penso invece che proprio attraverso quel processo sia accaduto qualcosa di molto importante e profondo di cui il benessere economico del Nordest è un aspetto significativo ma mai opportunamente consapevole da parte di chi l’ha vissuto. Bello quel mondo ma molte persone non avevano accesso sociale, erano subordinati dominati inferiori e tali si sentivano. La legge che abolisce la mezzadria è degli ultimi anni Sessanta ma alcuni istituti vengono meno alla fine degli Ottanta. «Non mi sottopongo più, col mio lavoro faccio quello che voglio e miglioro la mia vita.» Il che si è tradotto in una maggiore autonomia i cui benefici non si è stati spesso capaci di raccogliere.

AdR: Hai parlato del passato collegandolo alla situazione attuale; tra le tue pagine più felici e di carattere diciamo così “lirico” (del resto tu non ti definisci un sociologo) sono quelle improntate al tuo quotidiano rapportarti – nella tua professione – con i giovani. Citi la vicenda di Alessandra, una tua studentessa.

V.: Non credo di essere in grado di riassumere quanto in quelle pagine vi è di provocatorio, vi invito perciò a leggere il testo. Non faccio cronaca, non sono un giornalista, non faccio neanche sociologia. Credo di dedicarmi abbastanza all’osservazione, a comprendere e cercare di affrontare ciò che vedo quotidianamente.
Da un lato, riguardo ai giovani, sentiamo parlare solo il peggio: alcool, rave, web, sesso. Non sono elementi maggioritari da un punto di vista statistico. La dimensione più importante, al riguardo, è piuttosto il nostro immaginario, la mole dei desideri che si traducono anche in comunicazione, e la comunicazione ha un peso rilevante: su di essa convergono anche i pochi che non sono direttamente implicati in questi eventi ma che in qualche modo vi riversano il loro immaginario, vi proiettano desideri, emozioni, paure del futuro. Ma chi sono i giovani a Nordest? Nella nostra società sei giovane se non hai malattie rilevanti e hai un censo ragguardevole. Sono spariti gli adulti e le persone responsabili, coloro che rispondono di quello che fanno. Il giovane scrittore ha in media cinquant’anni. Tecnicamente si va dai venticinque ai trentacinque. In realtà fa comodo a chi giovane non è trattare i giovani a questo modo: sono bamboccioni, son bravi, non chiedono nulla più della paghetta. Vestono come noi, ascoltano la stessa musica, vedono gli stessi film. Abbiamo in mente solo un miglioramento negli agi che la nostra società dà già in abbondanza. Visioni di una vita diversa io non ne vedo. Localmente si notano, ogni tanto, degli interessi specifici, ma è ancor poco.
In una cosa sono diversi i giovani, quelli che lo sono veramente, e cioè che si sono formati con la rivoluzione digitale.
Il banco di scuola oggi non dovrebbe esser più quello tradizionale, ma una postazione internet collegata per ogni ora di scuola, tolti i siti porno, facebook ecc.
Il mondo è quello. Dobbiamo insegnare che la loro formazione deve integrarsi col libro, il binomio memoria-futuro accanto alla loro disposizione “centrifugo-presente-pulviscolare”. Alcuni miei studenti, per esempio, hanno l’I-phone. Chiedo loro, a volte, di stare collegati e confrontarsi con quello che si trova e come si trova sul web. Qui siamo di fronte a un salto nella strutturazione del sapere. In questo campo sono avanti e vanno, mi si passi il termine, “sfruttati”, per un ritorno professionale da parte di noi docenti, per comprendere come si rapportano al mondo.

AdR: Parliamo della frattura territoriale, mi riferisco a Piovene (Viaggio in Italia, 1956), a come descriveva la Grande muraglia; penso a Magris, ai Microcosmi (1997) che oggi sono perduti, alla parola che è terra: affermi che Zanzotto ha “paesaggito” il territorio, riprendendo un termine coniato dal poeta stesso. Com’è andato perduto il senso di quella parola e di quel territorio?

V.: E’ difficile sintetizzare, sono temi molto difficili. Zanzotto, diversamente da quanto ti aspetteresti dalle sue opere, dagli anni Cinquanta dichiara che c’è da parlare italiano, non il dialetto. Più avanti comincia a vedere la fine del dialetto come la fine di un mondo, pensa all’integrazione, poi vede la minaccia di altre lingue; torna alle radici del nostro idioma, fino al paleoveneto. E’ un po’ hegeliano in questo: se il linguaggio è il luogo dell’essere, la coscienza linguistica deve essere ancorata alla vita reale, alle tue relazioni quotidiane. E’ l’orizzonte che vediamo tutti i giorni il nostro luogo dell’essere, quello che ci nutre. Zanzotto ha fatto una cosa irripetibile, ha legato tutte queste strutture, dai testi più difficili ed eruditi alla parlata locale. Tutto viene rielaborato e re-impastato; ha per così dire riscritto la mappa della sua parola a Pieve di Soligo, dove vive. E’ il rapporto tra la globalizzazione ch’è già avvenuta e ciò che rimane della nostra identità nel luogo dove viviamo tutti i giorni.
Eccolo qui il paesaggio odierno, il nostro tempo. “Il tempo per noi è ormai diventato il sincronismo mondiale della notizia”, lo dice il grande filosofo Peter Sloterdijk. Rispetto a questo c’è un qui ancora fisico, reale dell’esistenza, una parola locale. Per chi fa poesia il problema è tener conto di questa grande disparità, di questo difficile incontro di iperboli: localizzato/globalizzato. Le conseguenze sono, ad esempio, l’adozione di strane ideologie, si fa parte di sette solo navigando in internet o si rispolverano usanze arcaiche per tornare ad appiccicarsi addosso un’identità che non  si ha più. Il problema dell’identità è di chi non ce l’ha. Quelli che non ce l’hanno non se lo pongono.

villalta in libreria

Villalta dialoga con della Rovere alla "Quarto potere"

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8 pensieri su “Padroni a casa nostra: intervista a Gian Mario Villalta

  1. Un’interessante intervista, mi ha fatto ricordare cosa ha dato il cosiddetto Nordest alla letteratura italiana e non dello scorso secolo. Moltissimo. Sicuramnete il più grande poeta (Saba) e il più grande narratore (Svevo) erano, sì triestini entrambi, ma comunque del Triveneto. Per non parlare di Pasolini. Ogni realtà geografica è complessa, ha mille sfaccettature, guai lasciarsi prendere dai luoghi comuni, dai pregiudizi. E’ ciò che dovrebbe pensare soprattutto certi personaggi del “palazzo”. Un saluto

  2. Di questo problema degli abitanti del triveneto mi pare se ne sia discusso anche con Camon; in verità non lo considero però un problema, o meglio non penso che quelli del triveneto siano meglio o peggio dei lombardi o dei toscani. Se analizziamo un po’ il fenomeno, l’essere passati da uno stato di diffusa povertà a un altro di rilevante benessere ha comportato un salto talmente repentino che non ha consentito di metabolizzare il cambiamento. Mi spiego meglio: è come se si venissero a trovare nella condizione del poveraccio che azzecca un sei al Superenalotto. Entusiasmo, ci si sente padroni del mondo, si snobba anche, ma alla fin fine in un angolo ci stanno ancora gli zoccoli di legno. Questa discrasia tende a far rinchiudere il proprio mondo, o meglio i due mondi, nel timore che, perdendo l’uno, scompaia anche l’altro. Ecco allora una certa intolleranza, un atteggiamento fra la supponenza e il sospetto e, in buona sostanza, un certo infantilismo di bambini cresciuti troppo in fretta. Il tempo calmerà, si sedimenteranno le conquiste e cesserà il ricordo dell’epoca di poveri emigranti. Dubito però che avranno motivo di essere contenti, ma questo è comune a tutti quanti guardano solo in avanti, senza volgersi all’indietro.

  3. @Renzo Montagnoli: Sì, Renzo, in effetti alcuni dei temi di quest’intervista erano emersi pure nella tua chiacchierata con Camon. In effetti hai ragione quando parli di un repentino cambiamento che non ha consentito a chi l’ha vissuto di metabolizzare adeguatamente. Il Nordest, però, ha vissuto una situazione storica diversa rispetto alla Lombardia o altre regioni italiane del centro-nord: è stato arretrato per lungo tempo. Quando lo sviluppo dell’industria e del terziario a ovest è stata tale da indurre a delocalizzare in Triveneto, di fatto rendendolo quel fenomeno socio-economico degli ultimi decenni (ora è il Triveneto che delocalizza in Romania eccetera), lo sviluppo è stato così vertiginoso e implacabile da creare quei “mostri” di cui parla Villalta (ho un po’ semplificato ma in sostanza è quello ch’è accaduto). Secondo me ai Nordestini “gli rode” quella consapevolezza, che sta giungendo tardivamente, di non aver investito in materia di cultura. Mi riferisco anche a quegli imprenditori dediti alla “roba” che investivano i guadagni per ampliare i capannoni delle loro fabbriche a conduzione famigliare invece di puntare sulla formazione (specie quella dei loro figlioli), salvo poi rivender tutto con l’arrivo della recessione perché il loro sistema non era più competitivo.
    Capirai perché sono incazzati: più o meno consapevolmente stanno buttando alle ortiche il lavoro di qualche generazione…

    E’ interessante invece lo spunto sull’evoluzione linguistica di un idioma locale a confronto con le istanze della globalizzazione e del suo ripercuotersi nelle arti che si servono della parola come strumento privilegiato d’espressione, vedi la poesia contemporanea.
    😎

  4. @Nowhereman: con Svevo e Saba sfondi una porta aperta: immensi e imprescindibili. Pasolini è un altro grande dal quale non si può prescindere.

    E che dire di Goffredo Parise, Guido Piovene, Pietro Berto, Giorgio Bassani, Ferdinando Camon, Fulvio Tomizza, Mario Rigoni Stern, Andrea Zanzotto…?

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