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La risposta sta soffiando nel vento.
20 anni di musica e parole

Blu Velvet

Leonardo Angeletti (batteria, voce) Amedeo Caggiano (chitarra, voce) Franco Ubaldini (chitarra, voce)
ospite: Massimo Meloni (basso)

Musiche di: America, Lucio Battisti, Paolo Conte, Crosby Stills Nash & Young, Bob Dylan, Simon & Garfunkel, John Lennon, Gianni Morandi, The Beatles

Biglietto: 10 euro L’incasso sarà devoluto all’Associazione Oncologica Maceratese – Onlus
TEATRO LAURO ROSSI MACERATA
12 MARZO 2010 – 21.30

COMPAGNIE TEATRALI RIUNITE
Massimo De Nardo (testi, voce recitante) Diego Dezi (regia, voce recitante)
MACERATA
www.assoncmc.com
zt9oncologia@sanita.marche.it
0733.2572272
Rrose Sйlavy
Associazione culturale
per le arti visive
musicali e sceniche
www.rroseselavy.org

Quanti orecchi deve avere un uomo prima di sentire piangere gli altri?
0733.281246
info@biemmegraf.it
www.biemmegraf.it
Associazione Oncologica
Maceratese ONLUS AOM

Noi, che negli anni ’70 eravamo “i ggiovani”, abbiamo creduto, sperato, desiderato, amato e cantato in mille canzoni che la risposta soffia nel vento.
Quelle canzoni erano “il venticello” che annunciava le contraddizioni di oggi.
Cose così. Alle soglie dei ’70 avevamo appena lasciato le gite domenicali al mare, con la littorina, “avanti e indietro”, e i panini con la frittata; o le tagliatelle e il bottiglione del vino allungato con l’idrolitina, tenuto in fresco nella sabbia,
sotto l’ombrellone. Credevamo nei “valori”? Forse credevamo che l’aspirazione a una vita più giusta,
più solidale e libera dovesse cogliersi nell’aria che tira, cioè nel sentire civile e morale di un paese. E quanti inganni non abbiamo visto, da allora?
Quante parole nel vento pronunciate oggi e smentite domani?
Dopo, col senno di poi, tutti a calunniare quegli anni: che eravamo figli del babyboom; che invece di guadagnarci la libertà scontrandoci coi nostri padri, andavamo nelle piazze a pretenderla con arroganza; quattro borghesucci che per un mese (il famoso “maggio”) hanno giocato alla rivoluzione, ma che volevano solo divertirsi a sesso droga e rock’n’roll; che abbiamo distrutto il principio di autorità e trasformato la società in un girotondo permanente. Figurarsi! Ma ve lo ricordate cos’era l’autorità negli anni ’50 e nei primi ’60? E poi, se questa autorità ipocrita crollava
è solo perché già da tempo qualcosa soffiava nel vento.
Questo qualcosa era un’indignazione. E la sensazione di poter cambiare, di poter incidere sulla storia e sulla politica. Ancora per poco. Dopo, le parole d’ordine sono diventate altre: la società non esiste, ognuno per sé nella guerra quotidiana per il successo. Contraddizioni così. Non eravamo arroganti, né sguaiati, né volgari. Andavamo ai primi balli, tesi ingessati nello scollo a V dei maglioncini corti e stretti; nelle foto in bianco e nero dei gruppi rock dai nomi strampalati, che nascevano come funghi, portavamo sempre la cravatta. Avevamo il senso dell’utopia e del pudore. Ci vergognavamo ancora. Altro che distruzione del principio di autorità. Chi ha affossato quel principio è stato il mercato che tutto ha ridotto al valore dei soldi e del successo rapace. L’indecenza vera è venuta dopo,
con i corpi delle donne usati come merce di scambio nelle TV commerciali.
Aveva ragione Pasolini: non era la “liberazione sessuale” il vero nemico della moralità, ma Carosello! Dopo, l’aria è cambiata: è venuto il tempo degli “Embè?”.
Il conflitto fra interessi privati e funzioni pubbliche: Embè? Le leggi ad personam per evitare i processi: Embè? Non ho pagato le tasse: Embè? Non è forse un atto di giustizia quando lo Stato è ladro? Ma noi non ci siamo rassegnati, non ci siamo arresi, e pensiamo ancora che lo slancio di allora può migliorare la qualità della
nostra vita e delle nostre leggi. E ancora fiutiamo il vento. Venite a sentire che aria tira.
Piero Feliciotti
Concedeteci di essere gli angeli del desiderio del mondo, in una guerra
continua tra l’attimo e lo scorrere del tempo e lasciateci portare a letto
il mondo prima di morire.
Allen Ginsberg
Con l’essenzialità dell’arte minimale, lo spettacolo si snoda nella simultaneità di due tempi definiti coesi nella memoria pur nella consapevolezza del suo mutare. Nessuno accompagna il musicista né l’attore se non il tempo che
scorre veloce tra la musica dell’uno e la parola definita dell’altro.
I Blu Velvet si fanno cantori di anni di sogno, anni di vento di cui risentiamo, se l’avessimo dimenticato, lo sbalordimento della nostra giovinezza e ne conserva ritmo, tradizione e storia e immagini, forse dagherrotipe,
ma vere. Diego Dezi scolpisce con la variazione dei campi semantici la connotazione del confluire in uno spazio dove, vecchio e nuovo, acquistano nell’arte la nudità coraggiosa dell’unicum poetico.
Convincente ed intenso nei testi, Massimo De Nardo incide il tempo. È proprio affidamento, quello che questo spettacolo vuole offrire insieme alla cura della parola soprattutto a coloro che in quegli anni non
c’erano. Oggi ancora nomadi… come allora… chiediamo un passaggio
per una strada non codificata ma scelta e amata.
Patrizia Garofalo

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