Franco Stelzer

Franco Stelzer alla libreria Quarto Potere (5 marzo 2010)

Franco Stelzer è nato a Trento nel 1956. Ha studiato filosofia a Bologna, ha vissuto e insegnato a Monaco e Friburgo. Attualmente vive e lavora come insegnante di lettere nella sua città natale. E’ traduttore dal tedesco (Ungar, Perutz, Tummler, Gruenbein). Come narratore ha pubblicato per Einaudi: Ano di volpi argentate (2000) e Il nostro primo, solenne, stranissimo Natale senza di lei (2003). Quella che segue è la trascrizione dell’intervista curata da Aurora Dal Maso lo scorso 5 marzo, nel corso dell’incontro di presentazione del suo Matematici nel sole (Il Maestrale, 2009; 2° posto come libro dell’anno 2009 a Fahrenheit di Rai radio 3) presso la libreria Mondadori Quarto Potere di Vicenza, in collaborazione con CaRtaCaNta.
Matematici nel sole è una grande storia d’amore raccontata dai confini della morte. Lui, Hus, si ammala gravemente, affronta stoico il dolore, le terapie, e prepara con lei, Wif, i dettagli di una laica e insolita cerimonia funebre. Ulteriori notizie sul libro le potete trovare QUI.
Stelzer ci regala splendide e sagge parole sull’accettazione senza di riserve di quanto l’esistenza ha in serbo per noi, nella buona e nella cattiva sorte. Intensa e ricca di significati è anche la sua visione del rapporto coniugale. Leggere per credere:

Aurora Dal Maso: Mi soffermerei sulle poesie che aprono i capitoli e vengono poi riprese nella narrazione: perché ha deciso di inserire queste poesie nel romanzo e perché in esse vi è un aperto richiamo alla Natura e in special modo agli animali? Mi riferisco, per esempio, alla storia dei ratti.

Franco Stelzer: Le poesie sono dei bigliettini che avevo scritto a mia moglie nel corso della nostra storia sentimentale. Ad un certo punto li ho ripresi, cambiando alcuni elementi, ed ho provato a inserirli nel romanzo, dapprima casualmente poi ho cercato di ordinarli per creare delle concentrazioni di intensità differente. Considerando il tema della fine incombente i versi creano dei momenti di distensione alternati a dei momenti di maggior concitazione e tensione drammatica. Gli animali sono una mia fissa perché hanno questa purezza primigenia, sono sempre uguali a se stessi, immodificabili, esercitano un fascino molto forte. Una purezza analoga è difficile da ritrovare nelle nostre vite. Il ratto è un animale straordinario, che ha delle prestazioni strepitose. Essendo il tono del libro un’accoglienza, un’accettazione di tutto ciò che accade, ad ogni livello e in tutte le dimensioni, anche in quelle teoricamente infauste (non è esplicitato se il protagonista morirà), ecco che questa apertura trova nella Natura la sua conferma.

ADM: Questo romanzo è costellato da microstorie che ritornano, sorta di racconti nel racconto, di scatole cinesi: la storia dei cannibali, le fantasticherie da Mille e una notte di Hus, la storia dei ratti. In particolare lei scrive: “Le storie cacciano il male”. Queste storie aiutano Hus ad affrontare la malattia? Perché ha scelto di inserirle nel testo?

FS: Una mia caratteristica, fin dagli inizi, è che non sono mai riuscito a scrivere delle cose in modo omogeneo e prolungato nel tempo senza che la narrazione venisse interrotta da qualcos’altro. E’ la mia un’impossibilità di rinunciare alla frammentarietà. Un modo per creare comunque un flusso narrativo è quello di rivestire la frammentarietà di nuove narrazioni. Le storie si richiamano tra di loro e in genere mi rendo conto a posteriori dei legami che le uniscono. Comincio sempre pensando di lavorare a caso ma in realtà non è mai così, per chi scrive. Il fatto che in questo libro ce ne siano tante, di storie, è la riprova che la storia salva, sospende, prolunga, proietta la vita in una teorica eternità. Raccontare storie nobilita e celebra le nostre esistenze. Qui non solo racconta storie il protagonista ma anche i personaggi che lo circondano. A volte la stessa storia passa di bocca in bocca, se la palleggiano; uno inizia, l’altro conclude o rilancia.

ADM: Matematici nel sole è un romanzo di contrasti e di opposti. Tra i tanti che ho trovato nel corso della mia lettura ne ho isolato uno: si tratta della contrapposizione tra il desiderio di Hus di una cerimonia laica e la spiritualità dei riti quotidiani. Addirittura Hus si scusa con la moglie per non aver colto, nella preparazione di marmellate e sciroppi, la spiritualità del cerimoniale. Perché i gesti quotidiani assumono un’importanza fondamentale nella storia di questa coppia?

FS: Proprio perché i gesti salvano. Sottrarre alla quotidianità la routine e trasferirla nella routine del rituale salva dall’anonimato, dal grigiore, dallo spegnersi. In quest’ottica, la fantasticheria matematica di Hus a proposito della possibilità che egli possa venir meno gli fa calcolare quante volte ancora potrebbe realmente avere dei rapporti sessuali con sua moglie, prima che accada il peggio. E si rende conto che nel momento in cui questi episodi vengono conteggiati è possibile sottrarli all’oblio. E’ la stessa operazione che fanno i mormoni di Salt Lake City quando nel loro centro accolgono in un immenso archivio i nomi di tutti quelli che sono vissuti nel mondo, generazione dopo generazione. Sembra un’operazione assurda, e per certi versi lo è, ma ha un suo senso se ci pensiamo: nominare una vita significa in qualche modo salvarla, cristallizzarla.

ADM: Il tema della sessualità è ricorrente e declinato in diverse modalità lungo tutto il romanzo: per Hus e Wif la sessualità è uno strumento di conoscenza o l’ultimo baluardo al quale aggrapparsi nel presagio di una fine imminente?

FS: E’ di certo uno strumento di conoscenza e un baluardo per aggrapparsi alla vita. Come c’è il rammarico per una mancata attenzione ai riti del quotidiano c’è pure un’enfasi data alla sensualità e sessualità nella condizione che la coppia sta vivendo. E’ importante in quanto momento di apertura nei confronti dell’altro. La mia volontà era quella di portare sulla pagina questa accettazione gentile dell’esistenza in tutte le sfere della loro vita a due. Non mi sembra che la sessualità nel romanzo sia accentuata o calcata; piuttosto c’è questa accelerazione nella loro vita sessuale data dall’incombere della malattia di Hus.

ADM: Come mai ha sentito la necessità di non dare un nome ai personaggi, di non collocarli in un luogo riconoscibile e caratterizzato?

FS: E’ una domanda che mi viene rivolta spesso. La risposta è che non mi piace fare del realismo troppo esplicito, anche se ci sono dei libri che ho amato moltissimo che hanno bei nomi e luoghi; io però mi sento ridicolo quando attribuisco una connotazione precisa a un personaggio o ad un luogo. Nello stesso tempo non volevo rinunciare ai nomi, perciò ho scelto dei monosillabi (esempio: Hus sta per Husband, in inglese “marito”; Wif sta per wife, “moglie”, eccetera). Volevo che fossero dei nomi quasi astratti, deprivati di concretezza. Ad alcuni è piaciuto, ad altri un po’ meno. Ho imparato da tempo che non è possibile accontentare tutti.

ADM: C’è nel romanzo una singolare visione del matrimonio. Dico così perché di solito il matrimonio viene visto in una accezione negativa, viene deriso. A pag.93: “(…) Hus pensa come gli sia sempre piaciuta la dimensione infinita del matrimonio. Il fatto di sentirsi davanti ancora mille possibilità, mille situazioni migliorabili, perfezionabili.” Ce ne vuole parlare?

FS: In effetti il topos letterario è quello dell’unione grigia e soffocante e delle fantasie di liberazione che ne derivano. Io ho provato a rovesciare la cosa, a vedere se c’è una bellezza anche narrativa nel matrimonio. Ricordo che quando andai a Fahrenheit mi domandarono quali altri autori conosco che vedono in positivo la dimensione del matrimonio e lì per lì non me ne ricordavo neanche uno! Invece a pensarci ci sono delle cose impareggiabili: penso alle pagine di Amos Oz in Storia d’amore e di tenebra; oppure lo Hrabal di Le nozze in casa, che parla con grande trasporto dell’unione coniugale. Quello che mi attrae del matrimonio è la sua continua perfettibilità. Se il patto tra i due è solido, quel che ci si dà reciprocamente è anche, sempre e comunque, una possibilità. Lo scrivere è come il matrimonio: è un patto di lunga durata, un continuo lavoro di approssimazione, di limatura, di bottega. Si arriva gradualmente e lentamente ad un obiettivo ch’era nella nostra testa, è un continuo aggiustamento.

ADM: Ha pubblicato i suoi precedenti romanzi con Einaudi. Questo è stato pubblicato con Il Maestrale. Come mai stavolta ha optato per un piccolo editore?

FS: Per non dover aspettare troppo. Con Einaudi avrei dovuto attendere fino a fine 2010. Non ce la facevo più; il libro pesava e dovevo liberarmene. Devo dire che non sono affatto pentito della qualità editoriale; sono arrivato a Il Maestrale attraverso la mia traduttrice francese del secondo libro pubblicato per Einaudi. Hanno fatto un editing impeccabile.
La piccola editoria è bella perché cura il prodotto; il rapporto con l’editore, poi, è di tipo amicale. Peccato, e lo dico con rammarico, che la piccola editoria in Italia sia poco visibile e con vistosi problemi di distribuzione, in un panorama piuttosto asfittico (molte le proposte, pochi i lettori, un ricambio velocissimo).

ADM: Lei che ha lavorato a Monaco e Friburgo, com’è il panorama della piccola e media editoria in Germania? Leggono di più, il segmento editoriale è più sviluppato o c’è una situazione sovrapponibile a quella italiana?

FS: In Germania leggono sicuramente di più di noi. Tutto il mondo anglosassone e germanico in generale presenta un numero di lettori maggiore rispetto all’Italia. Non serve che ogni persona legga un tot di libri in più; basta che una persona legga un libro in più all’anno per alzare la media rispetto a noi. Leggono di più e l’editoria ha modalità diverse dalla nostra ch’è, non so come dire… all’italiana! Faccio un esempio: in Italia ho spedito 17 manoscritti di un mio libro a vari editori. Molti di loro non mi hanno neanche risposto; per altri i tempi di lettura sono stati biblici. In un caso mi hanno rispedito il testo con una scritta a matita sulla busta: “Non abbiamo tempo”. In Germania ho spedito alcuni miei lavori a editori che mi hanno risposto prontamente: “Abbiamo ricevuto il suo manoscritto. Leggeremo in tempo x e le faremo sapere.” Erano quindici giorni, due o tre mesi ma poi ti arrivava invariabilmente risposta entro la data prevista. Incredibile!

Franco Stelzer

Franco Stelzer alla libreria Quarto potere (5 marzo 2010)

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