Gianfranco Franchi, Monteverde (Castelvecchi, 2009, pp. 313, € 16,00, ISBN 978-88-7615-291-7)

Monteverde_coverPer il recensore di turno non è certo agevole parlare di Franchi e della sua produzione. Il rischio che si corre, nel tentativo di condensare a beneficio del lettore i generi e le tematiche coi quali il nostro si è misurato, è quello di apparire giocoforza riduttivi, ammettendo in sintonia con Patrizia Garofalo, quando ne recensisce la silloge poetica “L’inadempienza” (Edizioni Il Foglio, 2008), “la dolorosa coscienza dell’insufficienza della parola”. Insufficienza, aggiungerei, nel rendere giustizia ai molti interessi coltivati e alle tante iniziative poste in essere dall’autore romano. Potremmo pertanto, in maniera ondivaga, muovere da un suo verso: “insofferente gigante di carta e fantasia”, che credo gli vesta addosso comodamente. Ma non è solo il Franchi poeta a seminare qua e là indizi di un autoritratto da cucciolo e oltre; nella sezione Patrie lettere del recente “Monteverde” (Castelvecchi, 2009), l’articolo 2 dei diritti del Letterato recita: “Il fine di ogni associazione letteraria è la conservazione dei diritti naturali ed imprescrittibili del Letterato. Questi diritti sono l’indipendenza, l’eclettismo, la critica, la renitenza ai generi e la resistenza all’oppressione.” Un manifesto, questo, che per chi lo conosce Franchi ha vissuto e vive dentro e fuori dei suoi libri. Personalmente l’ho incontrato con la sua precedente opera di narrativa, “Pagano” (Edizioni Il Foglio, 2007), dove sono stato conquistato dalla forza del suo spirito battagliero, dal suo pensiero anarchico in grado di svelare con efficacia le ipocrisie e i luoghi comuni del mondo politico, della vita sociale e culturale e di rappresentarne l’attualità come pochi. In effetti, mentre nei salotti bene si fa un gran parlare dell’incapacità della nostra letteratura di farsi specchio del presente, Franchi rispolvera la figura del maître à penser, quello che aveva il polso della situazione, che indicava la via a una società meno frenetica e meno distratta di quella odierna, a un’opinione pubblica che lo teneva in debita considerazione. Non di rado era guida morale e politica, critico pure verso quell’ideologia che rivendicava e nei confronti dei suoi rappresentanti, come quel Pasolini che non a caso fa capolino in “Monteverde”. Peccato che – dettaglio – l’intellettuale si ritrovi a vivere, oggi, in un mondo capovolto, dove i servi di partito e gli opportunisti agguantano potere e successo perché la loro affidabilità è a prova di bomba, in quanto “sei affidabile quando sei ricattabile”. Così al trentenne “laureato con lode, specializzato, onesto e non allineato” rimane solo la “depressione e il mal di cuore”: precario, sottopagato, bandito dal consorzio che gli preferisce modelli di maggiore appeal e sbocchi professionali, costretto a incancrenire tra le spire mefitiche della Legge Biagi. Ma il Franchi – o il suo alter ego Guido Orsini – non si scoraggia: in perfetto stile “dinosauro postmoderno” si fa scacciare dalle radio, è sempre in cerca di lavoro, fa di volta in volta l’arbitro, il giornalista-magazziniere, l’inseritore notturno, l’addetto allo sportello e non entra nella polizia perché ha una totale venerazione per Serpico; si definisce “stagista di me stesso, tirocinante della letteratura italiana. Grande lavoratore. Gratis.” E in quest’ottica apre un portale web che porta il suo nickname, lankelot.eu, agorà virtuale frequentatissima, corpus enciclopedico di contributi filologicamente irreprensibili, dove Franchi coordina il dibattito su arti, scienze e letteratura con la collaborazione di spiriti liberi e privilegiati in quanto non ancora espressione di qualcosa: poteri economici, lobbies, industrie.

“Monteverde” diviene luogo insieme reale e ideale: è l’isola di via Fonteiana, a pochi passi dal Gianicolo, è l’estensione della casa-fortezza, terra del primo bacio e alveo dei ricordi, è tempio consacrato alla cultura, è rifugio antiatomico in un mondo votato all’autodistruzione, osservatorio privilegiato di fenomeni, sede di piccole arcadie, redazione di riviste universitarie, crocevia di sogni infranti, di amori alla frutta, di sbronze e di cazzeggi, microcosmo nel macrocosmo città, paradigma di un’identità vagheggiata e spesso inafferrabile. La narrativa di Franchi è onfalocentrica; Guido Orsini è specchio interiore dell’autore, al limite dell’autoreferenzialità. Il testo è diviso in sezioni: Casa, Lavoro, Donne, Musica, La Roma, Patrie Lettere; ciascuna sezione è inframezzata da un interludio, dove un cane con un’occhio più chiaro dell’altro (come un Bowie reincarnato) funge da animale totemico, per traghettarci nell’Ade successivo. Sorprende, in Franchi, questa capacità di rielaborare il vissuto, di metabolizzare l’esperienza personale e la mole non indifferente di letture con autorevolezza, ricompattandola in quadri unitari e coerenti, dove il lettore si identifica e vi riconosce anche il ritratto di una generazione.

“Monteverde” è un aggiornato zibaldone dove convivono gomito a gomito momenti di grande lirismo (è il caso di “Catafalco”, dove le spoglie terrene del nonno divengono riflessione metaforica sulla morte che  un intelletto in tenera età tende a negare caparbiamente), brevi racconti espressionisti che hanno per protagonista un fusillo incastrato in una presa della corrente, che si svolgono in mondi paralleli dove l’acqua nuoce alla salute mentre l’alcool è terapeutico o dove si dialoga con la gatta di casa; e ancora mini saggi su come archiviare il proprio patrimonio librario,  folgoranti osservazioni sul declino della vita di coppia (Stasera DVD), divagazioni calcistiche sulla propria passione per la Magica, circostanziate disamine delle parabole artistiche dei gruppi rock preferiti (non è un caso che il nostro, in concomitanza con Monteverde, sia uscito in libreria con un corposo saggio sui Radiohead per i tipi di Arcana). Quella per la musica è una passione forte, che informa di sé molti suoi lavori (penso anche ai racconti di “Disorder”, Il Foglio 2006), speciale mood di sottofondo, rumore sottile della sua prosa. E ancora gli aneddoti e i piccoli episodi del quotidiano, filtrati e riconvertiti con stile eroicomico in toccanti epifanie, dove ci si intenerisce per questo nostalgico che seppellisce il suo vecchio palmare sotto la pianta di rosmarino, che colleziona calici e boccali che vengono puntualmente distrutti dalle donne di passaggio; per non dire dell’invettiva rovente, immancabile nel repertorio di Franchi, indirizzata a un sistema che fa naufragare ogni intraprendenza, sogni e illusioni.

In “Monteverde” – che doveva in origine titolarsi New Order – la scrittura è matura, e il livore lascia spazio a una nuova e più organica consapevolezza. La mente magmatica di Franchi continua a nutrirsi dei suoi modelli, scoperti e non; quello che doveva essere il capitolo conclusivo di una trilogia dell’identità si configura come una nuova apertura, dove l’ordine definitivo necessità forse di ulteriori sessioni. Lo smarrimento (“Cosa sono? Non ho un’identità chiara, ho interiorizzato la frontiera”) diviene un punto di forza: l’Istria, Trieste e Roma trovano asilo nelle Patrie Lettere e il “dipendente nipote di padroni e figlio di sindacalista” guarisce della propria schizofrenia in virtù di quel nomadismo psichico chiamato in causa dagli storici per Carlo Magno, abile unificatore di germani e latini nel Sacro Romano Impero, più o meno consapevole promotore di uno spazio riconducibile all’attuale Europa: “Non c’è bene o male. C’è solo consapevolezza. Guido crede che non sia vero che ogni viso è la carta geografica delle esperienze di una persona; crede che ogni corpo ne sia espressione e sintesi, che tutto comunichi qualcosa: la postura, l’atteggiamento, la carne, la pelle, i capelli, i peli, i lividi, le cicatrici, i nei, la carnagione, la piega del sorriso, il modo di guardare e di farsi guardare; ogni cosa canta, tutto canta e lui non si stanca di ascoltare.”

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