Heptaplus

Permettetemi, non senza una punta di piccolo orgoglio (e imbarazzo insieme), di segnalarvi questa pubblicazione dove, tra le altre opere, si parla pure di Doppio ritratto. Si tratta di una raccolta di saggi critici ad opera di Elisabetta Brizio e Matteo Veronesi, che mi astengo dall’aggettivare – so per certo che non approverebbero – ma per il cui lavoro e sensibilità nutro grande stima e apprezzamento.

Matteo Veronesi – Elisabetta Brizio, Heptaplus. Quattordici esercizi di bibliomanzia (Gruppo L’Espresso, Roma 2010, pp. 160, € 13,00)
Quattordici saggi, disposti a dittico, su letteratura e filosofia, dall’antichità al postmoderno, fra semiologia, esistenzialismo, ontologia, ermeneutica, documentalità.

heptalusHeptaplus è un libro, come scrive Matteo Veronesi nel preambolo sotto riportato per intero, sorto quasi per caso, e che si intrattiene su letture eterogenee senza apparente motivo unificatore all’infuori di una partecipe dedizione alla lettura. Da una nota in margine al fondamentale lavoro sulla documentalità di Maurizio Ferraris che postula il rovesciamento del modello Geist a un suo precedente feuilleton filosofico nel quale vengono sondati i paradossi della vita e della finzione, da una parafrasi intrisa di paganesimo del Vangelo di Giovanni alla lirica consapevolezza del nostos di Giovanni Lindo Ferretti, dalla tragedia senecana alla tragica poetica di Ana Blandiana, dalla poetica araba con la sua affinità archetipale con quella d’Occidente ai lirici europei del Cinquecento, dal numinoso che alona la poesia di Oscar Wilde a quella di marca aurorale dell’ultimo Luzi e a un arcano racconto in versi di Massimo Scrignòli in alternanza tra logos ed enigma, dalla analitica della melancholia sulla quale si struttura il recente romanzo di Alberto Carollo alla valorizzazione, da parte di Moreno Montanari, dell’aspetto pratico della filosofia per una cura del sé.

Heptaplus, Preambolo

Il titolo e il sottotitolo, in apparenza arcani, di questo libro alludono, da un lato, all’idea rinascimentale della coscienza culturale come settimo giorno della creazione, dell’autocoscienza o coscienza riflessa come compimento ideale dell’universo, come vasto silenzio in cui la realtà e il pensiero vedono ed inverano se stessi nello specchio della riflessione; dall’altro, all’antica (ma anche moderna: D’Annunzio «estremo de’ bibliomanti») arte della bibliomanzia, della conoscenza profonda, in certo modo profetica, che si ricava, o che ci si illude (ma quanto vitale e salutifera illusione) di ricavare, dallo scrutare e dall’auscultare, senza schemi preconcetti (e anzi concedendo al mistero, all’engima, all’imponderabile, ciò che a sé rivendicano nel percorso della vita, della conoscenza e della creazione), la selva di segni della scrittura e del testo.
La cultura – in questa società mediatica e frenetica, che venera la superficie e l’effimero, e che sembra andare serenamente, con un sorriso ebete, verso il niente che già vive senza rendersene conto, e anzi idolatrandolo come assoluto e come cosa salda,  nell’insensatezza della politica, della burocrazia, della famiglia, dei riti, dei rapporti, di tutto – non può che essere religione della Parola e del Libro, anche se ormai demistificata, senza approdi metafisici, o sfociante in un Essere-Nulla, in un’insensatezza che si ostina ad essere illusione del senso (fosse pure, quest’ultimo, luminosa e numinosa,  e a suo modo preziosamente sapienziale, rivelazione di quella stessa insensatezza, di quello stesso vuoto sottostante, sub-stanziale).
Ideale eptacordio o flauto silvestre, erma bifronte e diffratta di un pensiero duplice ed unitario, discorde e concorde, divergente eppure ancorato ad un comune sentire, ad un verbo preverbale, ad un etimo ipofenomenico, noumenico (intreccio ordito tessuto di testi e di intertesti ove le parole «s’allument de reflets réciproques comme une virtuelle traînée de feux sur des pierreries»), questo esile libro, nato con discrezione, a margine di letture antiche e moderne, quasi “pensando ad altro” (ma anche e proprio questo è il senso del dire letterario come alieniloquium, della pronuncia poetica e filosofica come discorso altro, lontano, straniato, perduto e risonante dalla e nella provincia dell’essere), si pone, se si vuole, come sorta di arido e sterile atto di fede, come attestazione di una sfiduciata, eppure in certo modo segretamente, quasi disperatamente sentita, religio litterarum, come, infine, laico culto della parola, di un verbo non incarnato – se si vuole, qualcosa di simile al discorso del Cristo morto e risorto che dubitava, in una delle allucinatorie prose di Johann Paul Richter, dell’esistenza di Dio.  (M. V.)

Gli autori:

Matteo Veronesi, nato a Bologna nel 1975, è dottore di ricerca in Italianistica. Oltre ad aver pubblicato saggi letterari su varie riviste (fra cui «Poesia», «Poetiche», «Testo», «Atelier», «Il Domenicale», «Bibliomanie») e curato edizioni di Seneca, Poe e Pirandello per l’editore Barbera, è autore del libro Il critico come artista dall’estetismo agli ermetici (Azeta Fastpress, Bologna 2006) e della monografia Pirandello (Liguori, Napoli 2007) e curatore di Luigi Orsini tra letteratura, musica e arte (Editrice Compositori, Bologna 2006).

Elisabetta Brizio è nata e vive a Macerata. Nel 1983 si è laureata in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Macerata. Ha pubblicato:
L’innumerevole esistenza. Saggi  e note di letteratura contemporanea, Azeta Fastpress, Bologna 2010;
Le vesti dell’anima. Ipotesi per un canone della décadence, Azeta Fastpress, Bologna 2010.

Per ordinare il libro: http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=558929

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1 risposta a Heptaplus

  1. Grazia scrive:

    Incantata più che mai dal tuo talento di recensore, invio un caldo abbraccio a te, Sabrina e ai bebè.
    grazia*

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