John Mayall Live

Per la rubrica nostalgia di Cigale inizio da oggi a proporre in questa sede alcuni post in modalità random, senza attenzione alla cronologia, dal mio vecchio blog. Sono scritti ai quali sono particolarmente affezionato perché hanno segnato dei momenti importanti del mio passato più o meno recente (fatti, letture, concerti, visioni eccetera).

il presente post è comparso su http://cigale.splinder.com sabato 22 novembre 2003.

john mayall

John Mayall

Catapultati nel mito. Ieri sera eravamo al concerto di un mostro sacro del blues, John Mayall, di scena al palazzetto San Bernardino di Chiari, in provincia di Brescia.
Reduce da due serate, a Torino e Milano, il leone di Macclesfield delizierà della sua presenza gli appassionati per altre 2 date nella penisola.
Qualche difficoltà a reperire la location; in realtà abbiamo chiesto informazioni a dei ragazzini francamente disorientati e ignari degli eventi della loro città.
“Scusa, chi è che andate a vedere?”
“John Mayall, il mitico bluesman…”
See, hai voglia. Hanno scrollato il capo e fatto qualche battuta sul nostro accento vicentino – ma si sono sentiti come parlano?
Per fortuna che il paese è piccolo e la gente mormora e alla fine siamo giunti alla meta, non prima di aver mangiato un hot dog in una paninoteca per sedare i morsi della fame e leggere un articolo sul Mayall in Brescia Oggi.
Chiari sta diventando una piccola Nashville del blues. Leggevo i nomi che gli organizzatori sono riusciti a portare in questo piacevole borgo della campagna bresciana: davvero tanti e tutti di grande prestigio.

Alle 20 hanno aperto i cancelli e abbiamo avuto tutto il tempo di sceglierci un posto strategico di fronte al palco.
L’unico problema è che nell’attesa ci siamo sorbiti, seduto alle nostre spalle, un pirla che a sentirlo pontificare doveva essere perlomeno un critico musicale di Rolling Stone. Il coglioncello in questione era un padovano ( non ce l’ho con i padovani; con i coglioncelli invece sì) di mezza età, accompagnato da una squinzia che avrà avuto almeno 30 anni meno di lui.
La tipa in questione studiava danza a quanto pareva – il volume della loro conversazione era quello di un summit in mondovisione. Certo che quando uno esordisce con “Sai che fare quello che fai tu con il corpo e la musica ti amplia indiscutibilmente le porte della percezione” è già segnato. Sapete, quelle situazioni tipiche alla Woody Allen in cui c’è lo pseudo-intellettuale che fa il cicisbèo con la ragazza di turno. Era evidente che voleva fare colpo su di lei.
Dopo un quarto d’ora le aveva sciorinato un’analisi della strumentazione e del concept del concerto, cose tipo “formazione di blues classico” e “vedo tanti microfoni sulla batteria; ci sarà molta energia e ritmo” e ancora “vedi le casse esterne, sono l’ideale per il genere in un ambiente come questo. Se fossero stati i Metallica ne avrebbero avute il triplo”. E non pago: “Se ti raccontassi di tutti i concerti che ho visto dal 1969 a oggi rimarresti sconvolta!”

Io e Sabrina eravamo indecisi se fare karakiri o girare le poltroncine e ordinare dei popcorn. A un certo punto ha cominciato a dire che solo lui aveva un masterizzatore di qualità; “gli altri in commercio perdono metà della musica nel trasferimento” e “il CD non dovrebbe neanche passare per il PC”.
A questo punto ho realizzato che: 1) Non ho mai ascoltato un cazzo di musica in vita mia; 2) Se il CD non passa per il PC dove va?

Cosa non si farebbe per la topa. “Servi della gleba a testa alta/Verso il triangolino che ci esalta”, mi pare cantassero Elio e le Storie Tese.

Liberaci dal male, John. La mia invocazione accorata è stata esaudita dopo le 21.30. Sul palco salgono i Bluesbreakers e il tizio della Faustini Promotion invita tutti i presenti a osservare qualche istante di silenzio per le vittime di Nassirya. Il palazzetto è gremito e silente; solo il critico di Rolling Stone sussurra nell’orecchio della ballerina i cambi di formazione dei Bluesbreakers dal 1985 ad oggi. Poi Buddy Whittington, figura a metà fra un troll e l’omino della Michelin con barba e capelli lunghi attacca le prime note distorte con una Fender d’annata ed è un boato. Il popolo del blues comincia a correre.

Mi ha colpito molto il pubblico: eterogeneo, dai giovanissimi alle vecchie glorie dei Sixties. Il buon John ha da poco raggiunto 70 primavere ma c’è un rinnovato interesse nei confronti della sua musica, considerati anche i recenti film di Scorsese, Wenders e Eastwood sul blues. Un giro di 4 brani che ci danno l’assaggio energico di quello che sarà il concerto e assieme ai tre musicisti fa il suo ingresso sul palco anche il Grande Vecchio. Difficile raccontare a parole le emozioni che hanno suscitato i pezzi; la veste era prettamente live, con lunghi a solo di Whittington che faceva per tre chitarristi (1 ritmico e 2 solisti): le note che quelle manone paffute sono riuscite a trarre dalla torturata chitarra hanno dell’incredibile! La voce di Mayall esaltava nelle ballate più lente e trascinava nei pezzi più sostenuti. Il veterano si divideva tra l’armonica, una tastiera Kurzweil con suoni tipo Hammond e una vecchia chitarra Squier Fender che doveva aver sottratto ai Beach Boys.

Hanno pescato da un repertorio vasto, dal più recente Stories ad album passati letteralmente alla storia: Crusade, The turning point, Blues from Laurel canyon per citarne alcuni. Efficace la sezione ritmica, con un mite e gigione Hank Van Sickle al basso e un martellatore pneumatico come Joe Yuele alla batteria. Due ore senza risparmiarsi: 70 anni e non sentirli!

Per il bis era impossibile tenere a freno le teste e le mani che accompagnavano il ritmo. Sul palco anche Rudy Rotta, guest star di questa memorabile serata, il volto trasfigurato nel duetto di chitarre con Whittington.
Nel frattempo il critico musicale padovano informava la sua pulzella che quelle cose si chiamavano jam session.
Mi ha colpito vedere Mayall che a fine concerto riavvolgeva fili e infilava la chitarra nella custodia; faceva il roadie di se stesso, antidivo per eccellenza, incurante del pubblico che cercava di attirare la sua attenzione.

Siamo tornati stanchi ma estasiati, con nelle orecchie ancora il riff di Mama Talk to your Daughter.
E fanculo anche i critici di Rolling Stone.

John Mayall

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