Parigi 1970: Claire (prima parte)

di Franco Seculin

per Cigale

van gogh eglise auvers

Vincent Van Gogh, "L'église d'Auvers-sur-Oise", 1890, olio su tela, 94 x 74 cm. Musee d'Orsay, Parigi

Non fu per caso che ancora una volta il mio attaccamento alla purezza  di un linguaggio musicale, si trattasse non solo di suoni ma anche di parole sussurrate o cantate in una qualunque lingua del mondo, fosse la causa  di un incidente di percorso, se pure piacevole, nel mio vagare da  un capo all’altro di una splendida Parigi  di mezza estate. Perchè il seguito sia più comprensibile dirò che, dando per scontato che quello musicale sia considerato un linguaggio universale, mi va spesso di estendere l’infinita gamma dei suoni ottenibile con le dodici note canoniche a quello che altrettanto si ottiene con i caratteri di un qualsiasi alfabeto o con la mescola dei colori di cui la natura ci ha dotato in abbondanza e dei quali  un uso pittorico sapiente ha contribuito alla creazione di capolavori che superano o eguagliano la realtà. Pertanto anche la vista di un’opera pittorica coinvolge il mio udito, come del resto accade quando ascoltando un brano musicale ho la netta sensazione di vedere immagini più o meno corrispondenti alla realtà. Fu così che tutto ebbe inizio, con l’ovvietà che ci consegna al destino, in un pomeriggio davanti a un quadro di Van Gogh esposto nell’allora ancora luogo sacro dedicato agli Impressionisti, lo Jeux des Paumes. L’unico possibile in quel tempo per poterne ammirare le opere in grande quantità e alla fine commuoversi e perdersi  di fronte a tanta incredibile bellezza. Chi ha presente la chiesa in pietra verde e grigia, nella notte blu di Auvers, che sembra emergere da una palude livida di luce, distorta nella figura, trasfigurata dalla mano magica guidata da una mente in bilico tra il genio e la pura follia… non potrà darmi torto.

Ero l’unico spettatore di tanta bellezza:solo, di fronte a una parete  vuota e interamente bianca  per contenere se possibile  il grande spazio che quel piccolo quadro esigeva. Una  lama di luce naturale da destra lo illuminava tutto creando un singolare gioco a contrasto. Da diverso tempo immobile, ero seduto sul piccolo divano in velluto blu a fissare il movimento di quella materia: struttura, forma e massa di colori che sembrava ondeggiando voler uscire dai limiti in cui era costretta per invaderla tutta dilagando in quel bianco come se volesse cancellare parete e spazio e avanzare verso la mia meschina postura per  annullarmi  in toto e sorprendermi con un sacralità difficile da sopportare.

Ma…  già non ero più solo quando una voce femminile, alle mie spalle, si insinuò di prepotenza in quel magico silenzio: « Pazzesco.Vraiment: c’est fou. Impossibile. Da orgasmo!»
« Sssst… » Girai il capo stizzito, strappato dall’intensità con cui stavo vivendo quell’opera come un’apparizione solo a me consentita. «Lei ama la musica? La frequenta a volte? Che so, ad un concerto, in un club privato? Non importa il genere, ma quale preferisce se non sono troppo curioso? Coraggio me lo dica ormai il danno è fatto!»
La donna alle mie spalle si spostò lentamente di lato per farsi vedere. Non era niente male, sui vent’anni, un volto grazioso incorniciato da un caschetto di capelli biondi, fisico sottile sul metro e settanta, vestita come una barbona: infradito, jeans sdruciti e strappati sulle ginocchia, una t-shirt da giocatore di football americano che le arrivava sotto il sedere, un gran borsone a tracolla e occhialoni scuri a nascondere due perle azzurre. Quando iniziò a parlare mi sembrò di capire che fosse francofona ma con una buona conoscenza dell’italiano: «Mi dispiace di averla sorpresa in questo modo. Sono una cafona avrei dovuto capire… è stato più forte di me. Il quadro mi ha scioccato, chi è il pittore?

Questa, poi, era bella davvero.
«Un certo Van Gogh, sa quello che si è tagliato un orecchio…perché non si siede? Mi chiamo Paolo.»
«Piacere, Claire Fontaine, la musica mi piace, non tutta. Cercavo una toilette, fa caldo qui. Ma cosa c’entra la musica? Ho solo sbagliato stanza e poi è la prima volta che ci vengo. Io sono di Nantes. Mia madre è italiana: di Bologna.
«Bene, bene ora mi spiego tutto. Io vengo da Firenze e sono qui in vacanza per approfondire la pittura francese dell’800: i Fauves, l’Impressionismo…
«Oh, anche a me piacciono molto Rimbaud e Verlaine, ma li trovo un po’ tristi. Senta il suo quadro è bello ma qui si soffoca, perché non usciamo? C’è un magnifico giardino, mi trovo una toilette, poi continuiamo… le va?»
Mi andava eccome il suo modo disincantato di confondere l’acqua col vino; la tensione di prima se n’era andata e la ragazza meritava davvero una breve sosta all’aperto. (continua domani)

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5 risposte a Parigi 1970: Claire (prima parte)

  1. Nowhereman scrive:

    Intrigante questo inizio in un museo. Hai lanciato molte esche per il lettore. Aspetto il seguito. Buona serata (m.)

  2. Franco scrive:

    Grazie maurizio…spero di non deluderti.Franco

  3. Pingback: Parigi 1970: Claire (seconda parte) - Il blog di Alberto Carollo

  4. alberto scrive:

    Anche “de visu” il caro Franco è prodigo di aneddoti. Sono rivoli di narrazioni, collegamenti imprevedibili, inattese epifanie che promanano da una vita ricca e feconda di attività (sul piano umano e creativo). Grazie a voi, cari amici, per la vostra costante presenza.

  5. Pingback: A proposito di Claire - Il blog di Alberto Carollo

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