L’Arca: Alberto della Rovere intervista Marco Cian

l'arca_coverIl 24 marzo scorso abbiamo avuto il piacere di ospitare presso la libreria Quarto Potere di Vicenza, a cura di CaRtaCaNta, il poeta Marco Cian e la sua silloge d’esordio, L’Arca, di cui potete leggere una recensione qui.

Marco Cian si è raccontato per più di un’ora, sotto il fuoco di fila delle domande mie e dell’amico e sodale dell’associazione Alberto della Rovere. Altre notizie sull’autore le potete reperire su: http://www.marcocian.it.
In questa sede riporto un’intervista al poeta redatta dal Della Rovere, utile ad inquadrare la raccolta edita da Edizioni del Leone di Paolo Ruffilli.Alberto Della Rovere intervista Marco Cian

Alberto Della Rovere: Può commentare la natura della scelta formale: il poema ‘polifonico’, inusuale nella scena lirica contemporanea?

Marco Cian: Il carattere polifonico riflette una duplice scelta. Innanzitutto c’è un racconto, che pervade la raccolta, ed è il racconto dell’arca, che raccoglie un’umanità moralmente e socialmente emarginata, per condurla verso un ignoto futuro, che resta alla fine irrisolto, verso il miraggio di una maggiore giustizia (“la città permissiva, la città/purificata”), oppure verso un destino di morte (“E il sonno si prende anche la nostra fede/la coltiva o la mutila/la nutre/o la trasfigura”). In secondo luogo, c’è l’opera corale: nell’arca si levano il ricordo, la denuncia e l’accusa, attraverso la voce di uomini e donne diversi, e ciascuno racconta la propria ferita, animato dall’amarezza o dalla durezza della propria esperienza.

ADR: Nell’impianto, il testo si ispira a E.L. Masters, incontrando, nell’ispirazione allegorica, contenuti teologici e biblici, non esenti da echi danteschi, se non pasoliniani (l’attenzione agli ‘ultimi’): condivide? Quali altri sono le fonti ispiratrici della Sua poesia?

MC: Spoon river viene subito in mente. Ma l’affinità è solo esteriore. Lee Master mette in scena una società di provincia; il mio obiettivo è invece quello di dare voce a un’umanità prostrata, gettando uno sguardo a volte severo sui principi e i valori morali della nostra cultura. Ed anche nei toni, quello de L’arca è duro, rabbioso, talvolta desolato, senza la prosaicità di Lee Masters. Credo ci sia, in alcuni tratti, un’eco della musicalità del Luzi della maturità; poi, ogni singola poesia calandosi in un personaggio, ci sono riferimenti disparati, come alle Mu’allaqat o ai salmi biblici.

ADR: La raffinata prefazione di Paolo Ruffilli, uno dei più stimati (e ‘tradotti’) poeti italiani: come siete venuti in contatto?

MC: A Paolo (Ruffilli) sono stato presentato da una bravissima italianista dell’università di Padova. Lui ha subito molto apprezzato la raccolta e me ne ha proposto la pubblicazione nella sua prestigiosa collana. La prefazione che vi ha dedicato è splendida e ricchissima: un onore inimmaginabile, per me.

ADR: Come concilia la Sua formazione definibile ‘giurisprudenziale’ (vedi l’imponente corpus di pubblicazioni specifiche) con l’inclinazione alla poesia ed alla letteratura?

MC: Sono professore ordinario di diritto commerciale all’Università di Padova e dunque leggo e scrivo di diritto. Ma la passione per la letteratura precede la professione universitaria e la coltivo sin da ragazzo. Ho pubblicato racconti e poesie per riviste letterarie, partecipato ad opere collettanee. D’altra parte l’esperienza nella scrittura giuridica ha contribuito non poco alla maturazione anche di un più accurato stile letterario.

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