Gabriele Dadati, Piccolo testamento
(Laurana Editore, pp. 128, € 12,00 ISBN: 978-88-96999-10-3)

piccolo testamentoNon ha un nome l’io narrante protagonista di Piccolo testamento, l’ultimo romanzo – o racconto lungo che dir si voglia, un centinaio di pagine e poco più – di Gabriele Dadati, uno degli scrittori più interessanti dell’odierno panorama italiano. Non ci mettiamo molto, nel corso della lettura, a comprendere che alcune vicende e la polpa dei pensieri e dei sentimenti che questa voce ci sta comunicando sono in stretta parentela col suo autore. Una nota in calce al testo ci toglie ogni dubbio residuo: «Alla base del libro c’è un lutto reale che è stato per me particolarmente doloroso. Avrei preferito non doverlo affrontare, e non mi illudo che scrivere un romanzo possa costituire una forma di risarcimento. Spero tuttavia di essermi comportato con dignità».
In una notte afosa di giugno un giovane scrittore quasi trentenne si sveglia, si alza dal letto nel quale dorme una ragazza che non ama e che non potrà amare, ed esce sul terrazzino a fumare. Il giovane ripensa a Vittorio, un intellettuale di provincia, un cinquantenne di grande rigore ed erudizione, amabile quanto schivo. Vittorio è morto da un mese, a causa di quel «fiore nero» che si era «appuntato sul palmo della sua biologia». Vittorio era il suo mentore, il maestro di vita e d’arte che gli ha lasciato in eredità preziosi insegnamenti. Con Vittorio il giovane curava la rivista “Cronologie”, lo accompagnava su e giù per la penisola a fiere del libro e festival letterari, con lui si confrontava su questioni critiche, a lui faceva leggere in anteprima le bozze dei suoi lavori e ne raccoglieva i consigli.

La vicenda di Piccolo testamento è tutta qui; non c’è uno sviluppo vero e proprio, né era nelle intenzioni del suo autore che preferisce soffermarsi sull’approfondimento psicologico dei suoi personaggi, analizzarne i moti dell’animo, il pensiero raziocinante, descrivere gli ambienti per evocare il climax più adeguato a destare precise sensazioni ed emozioni in chi legge. La scrittura procede volutamente con lentezza, indugia nei particolari, persegue i dettami che si è autoimposta con stile accurato, addirittura puntiglioso in certi passaggi. L’idea che mi ha riverberato è quella di una  composizione molto sorvegliata, dal registro elevato; non sono del resto estraneo alla qualità dei lavori di Gabriele Dadati (Piacenza, 1982), che ho avuto il piacere di conoscere e del quale ho molto apprezzato Il libro nero del mondo (Gaffi, 2009). Piccolo testamento ha però suscitato in me qualche perplessità. Da un lato credo abbia delineato con grande dignità la figura del maestro e la sua peculiare funzione. Che si chiamasse o meno Vittorio non ha importanza; importa invece che per il suo tramite Gabriele abbia cesellato alcune ammirevoli pagine che costituiscono un paradigma di educazione sentimentale e artistica valido per tutti. C’è una continuità tra passato e presente, e non possiamo prescindere da quanto i grandi uomini che ci hanno preceduto ci hanno consegnato, con l’implicito mandato di rielaborarne il patrimonio con spunti di originale individualità, per consegnarlo a nostra volta alle future generazioni. È un messaggio tanto più pregnante quanto la nostra sembra essere un’epoca senza memoria, soprattutto in questa nostra Italia dal passato illustre e dal presente disgregato, incapace di educare i propri figli all’inestimabile lavoro del pensiero, della facoltà di scelta, del gusto della bellezza. Tutto ciò è valido ad ogni livello.

Tutta la storia di Vittorio, dalla diagnosi di un tumore al cervello al progressivo decadimento ed afasia costituiscono la parte più accorata, partecipe e umanamente autentica di Piccolo testamento, l’aspetto a mio avviso più efficace e riuscito di questo progetto di autofiction, sul solco di una tendenza che si è avviata qualche anno fa con la “cosiddetta” stagione della New Italian Epic – entità proteiforme più che un concreto movimento di autori, opere e idee – che sembra convincere più di un editore per l’esito, non solo commerciale, di alcune prove. D’altro canto la mia lettura ha percepito qualche debolezza per quanto riguarda l’elemento metaletterario del romanzo. Il doloroso processo di elaborazione del lutto nel giovane scrittore genera in lui una positiva assunzione di responsabilità; il riconoscimento del mentore che non ha plagiato ma ha costituito un esempio da ammirare e imitare è un fatto privato ma ha pure una valenza pubblica, civile. Vittorio non leggerà la bozza dell’ultimo romanzo del suo allievo, Il tempo e il silenzio. Lo stesso giovane nutre dubbi sul suo operato, fino a ritenere che non glielo avrebbe comunque fatto leggere, sapendo in cuor suo, forse, che Vittorio non l’avrebbe approvato. È un gioco sottile di piccoli, segreti tradimenti, di impulsi autodistruttivi, di negazione di quel che è stato. Il giovane ha come uno smottamento; c’è un sentimento di rabbia, tutta interiorizzata, per il fatto che il maestro non sia ancora al suo fianco, a constatare quanto è maturato, a vederlo crescere intellettualmente, fino a bissarne la preparazione e superarlo. L’elaborazione del lutto è solo parziale e il giovane va alla deriva fino ad implodere nel suo ego. La sua stessa idea di letteratura, per quanto nobile e altera, diviene posa. «Volevamo ragionare su un’impressione che ci eravamo fatti: sembrava fosse in atto una tendenza di ritorno alla descrizione, vale a dire di ritorno a un’idea di letteratura che avesse a che fare col reale molto più che con le immagini del reale.» E la voce narrante persiste a descrivere la propria condizione di scrittore di poveri mezzi, che si arrabatta con qualche collaborazione editoriale, sepolto tra le quattro mura del suo appartamento, tra lo schermo del portatile e le carpette classificate con cura, agendine e Moleskine, penne e libri tascabili che fanno capolino da una libreria Ikea. Sono le pagine più sovrabbondanti dell’impalcatura narrativa di Piccolo testamento; fanno sbadigliare o irritano per lo snobismo. Ci appare facile sparare bordate sull’astrologa d’accatto ospite di un talk show, bollandola di parlare un italiano «sciatto»: «(…) commetteva quegli errori ottusi che presto o tardi si stabilizzeranno dentro la grammatica finendo per essere accettati. L’imperfetto dell’indicativo usato sia nella protasi sia nell’apodosi del periodo ipotetico».

Lo scollamento con la realtà è consolidato e l’intellettuale, già misconosciuto e negletto dalla società più o meno imbarbarita, si autoesilia nella sua torre d’avorio. Non a caso il riferimento, in alcuni momenti, è alla poetica montaliana de La bufera e altro. Anche le varie presenze femminili che transitano nell’appartamento, pressoché indistinguibili l’una dall’altra, sono solo corpi, «(…) pornografia intesa come una vicenda dei corpi che si accontentano di essere corpi». L’intellettuale muore dentro di sé. Non solo Vittorio non c’è più ma anche la sua relazione con Marta, l’unica di un qualche peso specifico, è naufragata. «Non so spiegarlo meglio di così: ero sicuro di amarla, lei probabilmente continuava ad amare me, ma non potevamo più stare insieme.» Basterebbe, forse, un po’ d’amore a questo punto ma la condivisione permane ad una considerevole distanza, una distanza che la parola non riesce a colmare. «Così io sto, poco oltre l’incrocio delle righe, nella zona in cui ormai si sono interrotte.» Sono la riga di Vittorio, che si è interrotta; quella di Marta, che il giovane ha aiutato ad interrompersi; la riga della famiglia d’origine, interrotta volontariamente per oltrepassarla, ritenuta benigna nell’ordine delle cose. «Ma in ogni caso oltre l’incrocio di queste tre righe io sto, in uno spazio di vuoto pneumatico che mi definisce.» E qualche pagina dopo, l’explicit: «Tuttavia a quel punto sarò uno scrittore, un uomo, che apre bocca ma non ha più nessuno a cui rivolgersi.» Ovvero, l’avvento del regno del disamore. Dove l’eleganza è frigida.

Share Button