Flow

Enrico Palandri, Flow
(Barbera Editore, pgg. 86, € 12,00 ISBN 978-88-7899-490-4)

Flow è uno dei primi titoli editi di questa nuova sfiziosa collana di Barbera Editore, Centocinquanta, in omaggio all’Unità d’Italia e all’inestimabile patrimonio delle nostre patrie lettere – non a caso il riferimento più diretto è a 100 Pagine, storica collana diretta da Italo Calvino per Einaudi. Il direttore di Centocinquanta è il sermidese Davide Bregola, che in un articolo apparso sulla Gazzetta di Mantova così esprime il suo modo di intendere la letteratura: «dire è lasciare che il mondo scorra attraverso di noi, nel tempo-non tempo che ci è riservato, scovare il pensiero che si immerge in noi». Un’idea che collima perfettamente con i contenuti di questa nuova prova di Enrico Palandri, già autore di Boccalone (1979, 2010 Bompiani) e de I fratelli minori (Bompiani, 2010).
Flow è a tutti gli effetti un flusso – in senso letterale e figurato -, un movimento sociale e individuale, condiviso e intimo, una dicotomia continua tra interno ed esterno, una felice simbiosi tra arte e vita: «Se l’incertezza tra quello che si può dire e quello che non si può dire cresce, si arriva a dubitare di tutte le parole e la riflessione, il doppio pensato e interiorizzato, prevale su quello che siamo in grado di dire e costruisce una seconda vita costantemente nascosta. Questo universo carsico di altra vita che vuole esistere, il lago del cuore in cui durano pietà e notte, è il mondo su cui siamo sospesi e da lì a volte le parole tornano in superficie nella invenzione, che è il ritrovamento di qualcosa che era rimasto nascosto e riaffiora. È una metafora, e noi ci appassioniamo alla poesia e ai romanzi perché sono profondamente reali, al punto che possono fare apparire la superficie inconsistente, pura apparenza.»

La contrapposizione tra realtà e finzione, sembra ammonire Palandri, è velleitaria; il razionalismo, invocato ed eretto a sistema delle più diverse discipline e correnti di pensiero, potrebbe rivelarsi una pura illusione, attraverso la quale si cerca di sottomettere il mondo. La questione viene affrontata con ulteriori dettagli in una pagina dedicata a Ludwig Wittgenstein e alla sua polemica con i neopositivisti di Cambridge negli anni ’30 del secolo scorso: «(…) l’idea che inizia ad affermarsi, sempre più chiaramente, è che la realtà è tutta rappresentata. Pensare, in altre parole, che vi sia un reale al di là del linguaggio (…) è uno zero matematico.» Esisterebbe, perciò, solo un infinito rappresentarsi delle cose in sistemi, economici, psicologici, musicali o iconici, linguistici o matematici. Ovvero in sistemi culturali, come rileva l’autore.

Ecco che la pratica della lettura non è più la frequentazione di un luogo in rovina, dove sono conservate le ultime vestigia di una civiltà virtuosa; il lettore non è più colui che si cala in una cripta gelida o muove tra le acque dell’Acheronte, cercando un sommesso colloquio con le anime dei trapassati. Il Leopardi che in Flow incontriamo da Viesseux, in compagnia della De Stael e della Targioni Tozzetti, è un nostro contemporaneo. Così come “perdurano”, accanto a noi, Calvino e Huxley, che fanno delle brevi apparizioni in altre pagine di questo frizzante libello. «Oggi siamo tolemaici leggendo Dante e copernicani leggendo Milton. (…) Il modo in cui il mondo se lo rappresentarono Eraclito o Anassimandro, Galileo o Newton, non furono semplicemente modi di leggere il mondo, ma quel mondo.»

Palandri è un docente e un inguaribile amante della letteratura, nonché scrittore a sua volta, ed è una sottolineatura importante. La sua erudizione è rinvenibile nell’appendice al testo, dove si indicano quelle letture che «possono offrire prospettive sulla genesi di Flow che non sono immediatamente riconoscibili», vere e proprie perle per il bibliofilo più esigente. D’altro canto, però, per il Palandri scrittore la lettura è infatuazione, e non oserebbe mai coartare un sentimento sotto la lente dell’analisi, ingabbiarne la leggerezza e lo slancio emotivo in una prospettiva storicistica, psicoanalitica o filosofica che dir si voglia. Flow è sorgente di acqua di roccia, stillante di vita, limpida e cristallina. La lettura deve essere anche perdita di sé, ampliamento della percezione, smarrimento nella selva dantesca, intreccio di destini possibili, dove cercare di riconoscere e seguire quel che ci è peculiare. La piena ci travolge e ci porta dove vuole, ma possiamo cavalcare la corrente e, come i salmoni, ripercorrerne il flusso in senso inverso, tornare all’origine. Il bagaglio di esperienze dell’autore diviene ora memoria letteraria, prisma attraverso il quale filtrare le istanze del reale, anche della politica: «Così se è vero che la politica si perde se pensa al romanzo, è anche vero il contrario, che la letteratura, quando si avvicina troppo alla politica, o è letteratura di regime, pura propaganda, o anche nell’antagonismo rischia di appiattirsi in posizioni riflesse altrettanto prevedibili. E cosa intendiamo per politica, per destra e sinistra, se non il tentativo di organizzare il presente e attraverso questo capire anche le altre epoche?»

La sorgiva di Flow è inoltre nostalgia di una dimenticata e marginalizzata letteratura orale, culla di quelle narrazioni omeriche che costituiscono l’alfa e l’omega di tutte le storie che l’umanità si è narrata nel corso dei secoli. È in quest’alveo più puro e primigenio che la memoria dell’autore diviene anche aneddotica personale e si condensa nell’indimenticabile figura della nonna narratrice: «Queste storie sono sempre restate con me. Cos’erano per lei e cos’erano per me? Erano vere? Non credo, o certamente non del tutto. Perché a mia nonna piaceva raccontare e quindi faceva qualcosa di diverso dal tentare di dire la verità. (…) Raccontare storie era per mia nonna tentare di ricucire insieme un materiale frammentario e contraddittorio attraverso un amore per i bambini che l’ascoltavano che era amore del futuro, del loro futuro.»

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