Paulina Spiechowicz, Studi sulla notte
(Edizioni Ensemble, Roma, 2011, pp. 97, €, ISBN 978-88-97639-13-8)

paulina_coverPaulina Spiechowicz è uno spirito curioso e in continua evoluzione. Basterebbe un’occhiata alla sua biografia per intuirlo: natali polacchi, studi in Italia, dove consegue una laurea in lettere; editoria e giornalismo, soggiorni a Parigi e Berlino; trasfusioni di umori, passioni, culture che innervano e plasmano una personalità che non oltrepassa la soglia dei trentanni. Anima irrequieta e vagabonda, una volontà indomita di sperimentare, di contaminare e lasciarsi contaminare. A siglarcelo, se ce ne fosse bisogno, è l’uscita per i tipi di Ensemble di questa intrigante silloge poetica, Studi sulla notte – più che un approdo, sia pur momentaneo, una bruciante necessità, un flusso inarginabile, una colata di mondi subterranei che nascono e muoiono nella misura di un verso sincopato, libero e diseguale.

Il dato più saliente della poesia di Spiechowicz è quello che Carl Gustav Jung («Fuck Jung», p. 35, e con lui tutto il codazzo di analisti del profondo) definiva come complexio oppositorum. Lo psicologo svizzero, parlando degli alchimisti, pensava fosse loro opinione che il miglior modo di descrivere l’inconoscibile fosse di procedere per antitesi. Lezione quanto mai calzante per la Spiechowicz: da un lato la fisicità, materica e corporale, di una prassi poetica e di un’esperienza personale che celebrano il corpo e le sue estensioni (attraverso le modalità percettive dei cinque sensi); dall’altro la vocazione, quasi un anelito sacrificale, a farsi attraversare dall’eternità e dalle sue tante declinazioni. «Con me, a me e per me, sii adesso / Profondamente, dentro – mare e ancora / Cieli e innumerevoli incognite d’orizzonti – blu, /Una dialisi – tu ed io: chirurgia sentimentale.» (p. 17) In questi versi la dicotomia tra la finitudine dell’io contro l’altro da sé, metaforizzato nella vastità del blu assegnato al mare e alla volta celeste, è emblematica. L’utilizzo del termine “dialisi”, ovvero un processo mediante il quale alcune sostanze in soluzione attraversano membrane semipermeabili, invoca un fenomeno scientificamente osservabile ch’è insieme scambio di umori –  per dirla in altre parole – ma anche, etimologicamente, diálysis (dal greco, “separazione, scioglimento”).

Il ricorso a terminologie scientifiche, con valenze metaforiche, ricorre in altri casi: «(Vivisezione esistenziale)» (Tautologie, p. 20) fa pensare a una sorta di esperimento volto a comprendere le dinamiche che regolano la vita e nella fattispecie il sentimento amoroso: «Come spiegarvi – a voi che siete / La verità contingente / Il sentimento umano: perso?» Per rimanere in tema, nella pagina successiva si parla di «Deframmentazione / (corporale)» e oltre di «Asportazioni emozionali» (p. 76).
Il progetto poietico di Paulina Spiechowicz non è comunque e in nessun caso – per chi nutrisse dei dubbi dopo questa mia breve e razionale disanima –  asservito a costrutti teorici. Studi sulla notte è piuttosto un gioco, un divertissement, una piccola/grande «Ossessione / esplorazione» (p. 27) di possibilità espressive, il ricorso a una tavolozza variegata che include suggestioni non solo letterarie ma pure figurative e musicali. Ce lo spiega efficacemente Andrea Viviani, nella sua prefazione alla raccolta: «Il bello qui è la tanta eco: di cento altri poeti e cento quadri, mille altre pagine e vicende.» Lo leggiamo nella disposizione dei versi sulla pagina, nelle ampie campate di vuoto (l’horror vacui di quel bianco che separa, quasi una distanza siderale, verso da verso: «I silenzi, questi spazi», p. 26), il gioco sbarazzino di «Io parlo da sola» (p. 33); ancora il desolato «cercando» di p. 23; la lista della spesa “intima” in Copulazioni semantiche (p. 18); le prospettive sghembe, quasi una passeggiata alla Escher, in La città (p. 52).

Che l’italiano non sia la lingua madre dell’autrice è quasi un vantaggio; le permette accostamenti insoliti, tenerezze inaspettate quali echi stilnovisti in prose poetiche che noi non oseremmo: «Cosa mi ha spinto fin qui? Cosa mi ha fatto fuggire sì lontano – sempre e ancora irrimediabilmente?» (p. 51); e godibili neologismi: «Col sapore amarastro dell’amore» (p. 23), aggettivo ibrido a cavallo tra amaro ed aspro, comprensivo di “amar(e)”; ma anche quella notte «illune» (p. 45) sottolinea quanto possa essere mobile ed icastica la nostra lingua vista da altre angolazioni.
Spiechowicz si è abbeverata alla fonte degli  amati simbolisti francesi, ha omaggiato Emily Dickinson, Sylvia Plath, Rainer Maria Rilke; nei suoi versi ci sono pure echi di Stockhausen, di John Cage e di Chet Baker – non è un caso che una poesia titoli Almost Blue. Il blu è il colore che meglio d’altri potrebbe caratterizzare cromaticamente Studi sulla notte. In effetti è un colore che attraversa quasi diagonalmente buona parte dei componimenti, con il corredo delle sue varie sfumature semantiche: come non ricorrere alla nozione di Melanconia e alla sofferenza mentale di tanti artisti e protagonisti del nostro patrimonio culturale («What do you think Sir / about the power of the / human knowledge?», p. 21); il blu nelle sue tante nuances è pure il colore delle opere di Yves Klein e delle notti dipinte da Van Gogh; il blu pervade le chiose di un ipotetico diario che nella quarta sezione, La notte passarmi attraverso, annota ora per ora impressioni, sentimenti, pulsioni, intuizioni ed enigmi. Il principe degli enigmi è a volte racchiuso nel concetto di follia: «Ritrovarti nella limpidezza di uno sguardo, / Negli occhi di una follia. / Et tu t’en vas? Tu t’en vas?» (p. 61). Il folle è il custode del mistero, l’ultima tessera da trovare per ricomporre il mosaico dell’esistenza, la sfida più incalzante. La follia ricorre metaforicamente nel ronzio delle api «cieche e girovaghe» (p. 15). È perdita di sé, estraniamento, la notte. Seducente quanto pericolosa, foriera di inaspettate epifanie e rivelazioni: «Conosce un miglior modo, dottore, / per perdersi? / – fosse solo con uno sguardo, una parola / Fosse solo pelle, solo voce / La notte sarebbe allora solo notte / Con un seno scoperto / abissale ( ».
Teniamola d’occhio Paulina Spiechowicz. Promette bene.

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