Enrique Vila-Matas, Un’aria da Dylan

Enrique Vila-Matas, Un’aria da Dylan (Feltrinelli, 2012, traduzione di E. Liverani)

aria da dylan_coverLeggo per la prima volta Enrique Vila-Matas e mi dico: «Ecco un signor Romanzo!». Essendo un melomane incoercibile, mi aveva attratto quel titolo dylaniano… e ti trovo questo gioiello, un ibrido (metà letteratura e meta-letteratura) scoppiettante che sbeffeggia tanta narrativa commerciale, che richiede al lettore determinazione, ma che lo ripaga con una visione inedita e sorprendente.

Non è facile neanche delineare gli assi portanti della storia, perché il nostro autore catalano sembra trarre piacere dal complicare (e interrompere: chi conosce il testo comprenderà l’uso del verbo) un intreccio di per sé lineare per infarcirlo di suggestioni, di rimandi e citazioni tra cinema, letteratura, memoria, vita e riflessione sulla pratica e le motivazioni sottese alla scrittura o al lavoro di concepimento, gestazione e produzione di una qualsiasi opera d’arte.

Tutto prende l’avvio da una lettera dell’Università di San Gallo che invita uno scrittore, voce narrante del romanzo, a prender parte a un congresso sul tema “Fallimento e Letteratura”. Al congresso partecipa anche Vilnius Lancastre, il giovane figlio del più noto Juan Lancastre. Vilnius legge all’uditorio il suo Teatro di realtà, sorta di racconto autobiografico che ha tutta l’intenzione di comporre un ritratto poco edificante del padre, un illustre scrittore recentemente scomparso. Con la lettura di un racconto in luogo di una relazione, nei tempi previsti dagli interventi congressuali, Vilnius si propone di scoraggiare la platea, di indurla ad abbandonare la sala e conseguire così l’ennesimo fallimento personale. Vilnius è personaggio tormentato, geniale e ipersensibile, con un’idea ambiziosa quanto ciclopica: redigere un Archivio Generale del Fallimento, dal quale trarre un film sulla deriva del mondo. Fisicamente assomiglia molto a Bob Dylan giovane; vorrebbe formare una conventicola di emuli di Oblómov, anime irrequiete quanto irresolute, votate al “non fare” come assunto ideologico.

Scopriamo così quanto ingombrante sia stata per Vilnius la figura di questo padre che, anche da morto, si insinua nella sua mente, chiamandolo “Amleto”. Realtà e finzione si mescolano; la tragedia shakespeariana registra un curioso quanto ammirevole update e il padre (forse) assassinato rivela, dalla dimensione impalpabile nella quale è trasmigrato, una sinistra congiura della madre con il suo attuale amante.

A dispetto della sua programmatica indolenza, Vilnius intraprende un viaggio iniziatico (alla ricerca del padre?) partendo da una suggestione: una “frase motore”, rivelatrice di aspetti insondabili dell’esistenza, contenuta nella sceneggiatura del film Tre camerati di Frank Borzage (1938): «Quando fa buio abbiamo sempre bisogno di qualcuno». La sceneggiatura era attribuibile a F. S. Fitzgerald, ma Vilnius inseguirà le sue ossessioni fino agli Studios di Hollywood per scoprire che è impresa impossibile risalire all’effettiva “paternità” della frase, per via che gli sceneggiatori, alla fine della fiera, erano ben otto e che poi ci mise mano pure il produttore. Ovvero: un altro fallimento, un’altra voce da inserire nel grande Archivio a cui il giovane esteta sta lavorando.

Le strade di Vilnius e del narratore di Un’aria da Dylan (traduzione di E. Liverani, Feltrinelli, 2012) s’intrecciano al congresso con una sincronia quasi “cabalistica”. Il narratore è uno scrittore che ha conosciuto il padre di Vilnius e che è molto intrigato dalla condizione del giovane flâneur. Si tratta di uno scrittore còlto nella sua parabola discendente, nel momento in cui si appresta a tacere per sempre: «[…] avevo deciso in gran segreto di non scrivere nessun altro libro perché ero molto pentito, quasi addolorato per tutti quelli che avevo pubblicato nel corso della mia vita». Entrando in contatto con Vilnius e la sua nuova ragazza, Debora Zimmerman (vi dice niente questo cognome?), colei che era stata l’ultima donna amata da Lancastre Senior, il nostro narratore decide di concedersi una proroga per accettare di scrivere per conto loro le memorie apocrife del padre di Vilnius. Siamo ancora nei dintorni di Shakespeare, o meglio, di alcune delle idee di James Joyce a proposito del bardo. Ulisse è per Telemaco quel che Leopold Bloom è per Stephen Dedalus, così come lo scrittore cerca un figlio “letterario” in Vilnius. Il sostituirsi al padre (non esclusivamente un “ereditarne i geni”) diviene un’esigenza sempre più radicata e, per certi aspetti, sempre più inconsapevole in Vilnius. Una delle sezioni più illuminanti (e godibili) del romanzo, in questo senso, è quella dedicata a Teatro trappola per Topi, un vero e proprio happening teatrale che Vilnius imbastisce, con la complicità della sua fragile e nevrotica compagna, di fronte a un club esclusivo di “interrompitori”, fan del padre intervenuti a un incontro commemorativo in una prestigiosa libreria barcellonese.

Detto questo, mi accorgo di aver accennato solo ad alcuni degli ingredienti che compongono la crema catalana di Un’aria da Dylan. In questo romanzo, vorticante e caleidoscopico, c’è molto ma molto di più, e non mancano argute stoccate alla “latitante” cultura spagnola odierna: «Ci avevano pensato bene, ma non avevano tempo né volevano appartenere alla cultura dello sforzo dalla quale era nato l’autore de L’interruzione. Preferivano avere un’idea al giorno ed essere infrasottili come l’aria e vivere tranquilli e cambiare di pensiero a ogni momento in mezzo all’atmosfera culturale vuota del loro paese, dondolarsi nel nulla e non commettere l’errore di incatenarsi per mesi o anni all’elaborazione di un libro, di una sinfonia, di un film».

Sullo sfondo, una Barcellona da celluloide, un andirivieni tra un bar e l’altro, tra una camera d’albergo e un ristorante, alla ricerca di un gesto esemplare, di una frase ad effetto, degna di Fama imperitura. Ci sono Woody Guthrie e JJ Cale in questo libro; ci sono Agatha Christie e Raymond Chandler, Laurence Sterne e Franz Kafka giusto per gradire. Un’aria da Dylan è pervaso di un’ironia dissacrante e un po’ involontaria, a volte, popolato com’è di personaggi picareschi dalle avventure improbabili e stravaganti. «(…) Potevano iniziare a considerarsi una società infrasottile, ma anche che, in omaggio a Duchamp, quella società si poteva chiamare Aria di Dylan e che ciò avrebbe permesso loro di immaginare se stessi come un’ampolla di vetro che conteneva l’essenza della loro epoca, l’aria del loro tempo, del nostro, di un tempo legato in arte al mondo di Bob Dylan, creatore sfuggente e uomo dai molti personaggi e dalle molte personalità.».

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