La copertina dell’ultimo libro di Antonia ArslanIl calendario dell’Avvento, edito da Piemme, è molto evocativa: una bimba di fronte a una porta finestra, oltre la quale c’è un firmamento di stelle e nebulose, un universo di storie che si “squadernano”. E non posso fare a meno di andare con la mente a quella bambina che ascoltò per prima, sotto un pergolato di glicine, il tragico racconto della “masseria delle allodole” da quel brillante ed enigmatico signore anatolico ch’era nonno Yerwant.

Il calendario dell’Avvento è una diretta filiazione di quel racconto, e la bimba Antonia è ancora curiosa e avida di storie, dolci e terribili, misteriose quanto meravigliose, eppur colme di speranza. Risiede qui la magia di un’attesa(epigrafe e commento introduttivo al testo) e il nastro della memoria si riavvolge per condurci in una Amburgo di tanti anni fa, immersa nello spirito natalizio, dove l’autrice vide i primi calendari dell’Avvento (carta grossolana, colori improbabili ma c’erano quelle finestrine, quei risvolti di carta da sollevare con l’unghia, per soddisfare una curiosità tutta infantile). «Quattro le settimane dell’Avvento; quattro le candele che si devono accendere sul davanzale della finestra, una per ogni domenica, piccole luci auguranti che ricordano al passante che in quella casa si sa che dicembre è lo scrigno di ogni festa futura, e si contano uno per uno tutti i giorni del mese, dal primo al 25 […]. Alfa e Omega, principio e fine, nascita e morte. E in mezzo il respiro di un’attesa.»

Sono 25 i brevi racconti che compongono Il calendario dell’Avvento e andrebbero delibati (non come ho fatto io, leggendoli d’un fiato in un paio di sere) giorno per giorno, approssimandoci al Natale con una disposizione adeguata; senza fretta, indugiando sul piacere della scoperta, sui sussulti, sulle trepidazioni del “ricordare” (inteso in senso propriamente etimologico: ricondurre al cuore!), sulle piccole epifanie che illuminano la nostra attesa di un Natale svuotato dei suoi significati, come una pianta avvizzita dalla mancanza d’acqua, e sostituito da necessità contingenti, puramente commerciali, o da rassicuranti e triti clichéStorie familiari e fantastiche, che erigono ponti tra Oriente e Occidente, piccoli episodi del quotidiano, osservazioni e aneddoti pescati in giro per il mondo, quadretti di vita che divengono emblematici e rivelano piccole perle di saggezza, la saggezza di chi ha saputo, nelle alterne vicende, fare tesoro della bellezza che l’esistenza ha comunque in serbo per chi non la attraversa inconsapevolmente.

Il piccolo-grande epos familiare prende corpo già nelle prime pagine, nel racconto Una casa “casosa”, dove Antonia bambina si aggira per l’abitazione del nonno, scrigno di misteri occulti e tesori esotici, sorta di Sancta sanctorum con alcune stanze a lei precluse, approfittando della concitazione dei parenti che si raccolgono attorno alla nonna morente. Nel fumoir il nonno aveva raccolto i ricordi della sua infanzia: c’erano il disegno del cugino di Aleppo e la sontuosa poltrona egiziana di cuoio giallo con disegni di obelischi e cammelli. La poltrona è come un guscio protettivo nei confronti del male del mondo, e lei si addormenterà quieta e rassicurata, in quella che diverrà la sua casa.

Antonia Arslan

Nei racconti più intimisti la figura di nonno Yerwant è un punto di riferimento costante: è lui il custode della tradizione, la radice della duale appartenenza veneto-armena; è lui il traghettatore delle anime innocenti dell’infanzia nel cuore dell’età matura; il nonno è maestro di vita e precettore di un’etica nobile e virtuosa. È anche il depositario di una mitologia personale e di un curioso bestiario, dove alle creature fantastiche dell’immaginario collettivo paleo-veneto (anguanemaranteghe salbanei, per dire) si associano i più recenti e insidiosi “cucchi”, gli imbroglioni, i furbacchioni che rubano le caramelle e pretendono le cose, strapazzano gli altri, facendo finta di esser buonissimi. Ma «nella famiglia non si imbarcano cucchi», sostiene perentorio il patriarca. E così quei loschi figuri, quei “furbi tutti sciocchi” finiscono in ombra negli angoli, compagni muti dei giochi selvaggi dei bambini.

Il viaggio è un altro dei temi ricorrenti, un’altra nervatura portante nella struttura de Il calendario dell’Avvento e le rotte sono quanto mai eterogenee: può capitare di trovarci nelle bianche e assolate piazzette di Mykonos, perla delle Cicladi, o nella Grand Central Station, formicolante crocevia di incontri. New York rivela aspetti inediti se indagata dai tetti dei grattacieli, dove l’aria è rarefatta e fresca come nei picchi innevati delle montagne più alte e – ora che gli aerei di linea non attraversano più i suoi cieli – non ci si sorprende più di tanto a osservare il volo del falco pellegrino o delle bold eagles, le grandi aquile calve dalla testa bianca e dalle ali sfrangiate. Aspettando il Natale veniamo accompagnati nel ricordo di una gita pasquale fuori porta, a San Lazzaro degli Armeni, dove la famigliola di Antonia Arslan viene restituita al lettore con vibrante tenerezza. Il viaggio è anche una visita al dentista o una domenica pomeriggio al Cinema Modernissimo, a vedere Capitan Blood con Errol Flynn. Meraviglia, stupore esplorazione: «Il mondo ci sembrava un grande fumetto, dove Amore e Morte la facevano da padroni […]. Il cinema non era un’evasione dalla realtà, piuttosto un tentativo di scoprirne i fili nascosti, di organizzare in un racconto, una storia, gli eventi violenti che ci circondavano, e che apparivano supremamente senza senso, per quanto appassionanti».

Comprendere l’orrore, tentare di spiegare la mancanza di senso e il vuoto insiti nell’odio etnico e nell’assurda prevaricazione della guerra fanno capolino in racconti come Katerina e l’incendio di SmirneAnatolia: i resti delle chiese, le case abbandonate e Storia di due bambine: Anatolia 1915. La memoria non va soffocata; la memoria va alimentata e testimoniata, consegnata alle nuove generazioni; la memoria è il dáimōn, motore e flagello della scrittura di Antonia Arslan. Eppure è la delicatezza il motivo che sovrasta questi racconti naïf che compongono Il calendario dell’Avvento, serviti da una scrittura volutamente immediata e concisa. Per sentirci di nuovo bambini, e ascoltare parole suadenti prima di addormentarci. Non le grandi parole astratte degli adulti, i grandi concetti di cui ci riempiamo la bocca, dice Arslan. «[…] Tutti vogliamo la pace, tutti detestiamo la guerra, eppure si combatte in tanti luoghi, e si muore. […] Ma la culla di Natale è là. L’immagine è stampata nella nostra mente da sempre: culla, nido, casa, il luogo primario degli affetti.»

 L’articolo è comparso per la prima volta in Sul Romanzo (20/12/2013)
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