“Alla fine di un’infanzia felice” di Gian Mario Villalta

Alla fine di un'infanzia feliceÈ un elegante gioco di specchi Alla fine di un’infanzia felice di Gian Mario Villalta, terzo romanzo edito per Mondadori del poeta friulano (premio Viareggio 2011), narratore e direttore artistico di Pordenonelegge, dopo Tuo figlio (2004) e Vita della mia vita (2006). In esergo una frase di Mark Strand ci introduce al nucleo tematico del romanzo – o forse, per alcuni aspetti peculiari, metaromanzo – che propone ed esplora una riflessione sul rapporto tra scrittura e realtà.

Villalta delinea per l’intreccio del suo libro il personaggio di Guido Devetta che lui rievoca molto dell’autore stesso,. Guido è un insegnante e da un po’ di tempo lavora come editor in una piccola casa editrice di Pordenone, la Gemina, per la quale ha curato dei testi che gli hanno conferito prestigio e notorietà. Un giorno arriva nel suo ufficio un plico diverso dagli altri. Il mittente è Sergio Casagrande, il suo migliore amico negli anni della giovinezza e di cui ha perduto, in parte, le tracce. Il romanzo di Casagrande si intitola Alla fine di un’infanzia felice e quel che destabilizza emotivamente Guido è il fatto che uno dei personaggi cardine del romanzo è proprio lui, Guido Devetta, della famiglia dei “Sain”, il soprannome loro affibbiato quando, da profughi istriani, si stabilirono nella campagna di San Quirino, piccolo comune del Friuli Venezia-Giulia.

Guido si ripropone di leggere il manoscritto con distacco professionale; annota a margine del racconto cosa funziona, nelle pagine di Sergio, e quel che potrebbe pregiudicarne la pubblicazione, ma è innegabile che si senta coinvolto nel profondo. Riaffiorano, nitidi e intensi, i ricordi del passato: le notti d’estate, i colori della campagna friulana, i vagabondaggi in motorino, l’ambigua simpatia che legava il padre di Guido alla graziosa madre di Sergio. E “L’affare del fieno”, il capitolo che analizza dal punto di vista di Sergio il tragico evento che, come un terribile rito iniziatico, decretò brutalmente la fine della loro amicizia e il passaggio all’età adulta.

Quel che Guido ricorda non coincide, però, con la versione di Sergio. E fin qui niente di male. La letteratura è invenzione. La lettura di Guido procede e, tuttavia, diviene meno obiettiva. Aumentano invece l’irritazione e l’inquietudine. Dopo la parte che riguarda l’infanzia, Casagrande spiazza il suo editor (e noi lettori) con un salto temporale, raccontando la sua recente relazione con Lucia, una donna dell’alta società friulana. La donna muore di un male incurabile e il marito, un serio uomo d’affari, impazzisce leggendo i diari della moglie che attestano il suo tradimento e ne restituiscono un’immagine enigmatica. Inizia così a perseguitare Sergio, per indurlo a confessare. Guido ipotizza, crea collegamenti con la realtà. Perché mai Sergio dovrebbe spiattellare pubblicamente i suoi affari? E soprattutto: dice la verità? Da anni Guido è in contatto con la madre di Sergio; del suo amico d’infanzia ritiene di avere le informazioni più importanti.

Gian Mario VillaltaNella sezione successiva, dal titolo “L’inseguimento”, il racconto diviene sempre più contiguo alla vita reale di Guido. Sergio confessa di averlo riconosciuto tra i passanti. In effetti lavora in un’agenzia pubblicitaria, a breve distanza dalle attività quotidiane dell’amico. Sa tutto di lui, del matrimonio felice con Ilaria, della figlia Milena che frequenta l’università, persino di una breve scappatella con una collaboratrice della casa editrice. Pagina dopo pagina, Sergio Casagrande mette in campo un vero e proprio pedinamento. Il ritmo della narrazione si fa più frenetico e incalzante; è evidente che Sergio cerca di stanare Guido, seguendolo per strada, spiandolo dove lavora.

Non possiamo esimerci, leggendo Alla fine di un’infanzia felice, di pensare all’autofiction come a una tendenza letteraria molto in voga negli ultimi tempi. Villalta, in parte, ne indaga le dinamiche, offrendoci motivi di riflessione in un illuminante dialogo tra Guido e sua moglie. La teoria di Ilaria è che la vita sembra essere così piena di esperienze virtuali che, se qualcuno si mette a scrivere sul serio una storia di finzione, scopre di non sapere più con certezza qual è il confine. E integra ulteriormente: «A loro sembra che ci sia già troppa finzione nella loro vita – nella vita di tutti. E quindi introducono volutamente uno sviluppo virtuale nella realtà vera».

È una scrittura piana ma densa quella che Villalta adotta nel suo romanzo di finzione che insegue la verosimiglianza; nella ricerca di una verità che si disperde e, forse, si ricombina più vera del vero attraverso la finzione. A essere scardinato è il comune patto narrativo che si instaura tra autore e lettore. È questo un romanzo scritto per un solo lettore: Guido, l’editor. Il lettore “esterno” è quasi un intruso, un voyeur che assiste per frammenti, come ricomponesse un puzzle, allo sviluppo della storia di Guido e Sergio, due personaggi che hanno condiviso la stagione cruciale dell’infanzia, nel contesto friulano del dopoguerra – con la “questione istriana” sullo sfondo –, negli anni del cambiamento tra la civiltà rurale e la nascente società industriale. È questa una delle parti più riuscite del libro, soffusa di lirismo, dove affiora il poeta Villalta con tutto il suo vissuto e bagaglio personale, con la sua abilità di evocare atmosfere, colori, umori ed emozioni in un affascinante affresco, assimilabile a molti splendidi “romanzi di formazione”.

C’è una sottile coerenza anche nell’incontro “reale” tra Guido e Sergio, nel finale della storia, dopo un vero e proprio duello ingaggiato per strada. Al lettore “esterno” non è dato sapere cosa si sono detti ritrovandosi. Avranno parlato del fratello di Guido, un bimbo taciturno e indecifrabile, che pure ebbe un ruolo determinante nella fine della loro amicizia? Avranno ricomposto le tessere mancanti delle loro esistenze, per riconnetterle al loro presente? Chi può dirlo? La moltiplicazione dei punti di vista ci offre, come lettori, diverse sfumature dei personaggi, come a sottolineare che la memoria è labile, che quel che vediamo di noi e degli altri è sempre parziale. E che nel raccontare la nostra storia, ogni nuova volta rimescoliamo le carte, spostiamo qualche elemento. Identità, memoria, appartenenza: possiamo realmente affermare di conoscere un fatto o una persona? E noi stessi? Una sola certezza sembra trasparire in Alla fine di un’infanzia felice di Gian Mario Villalta: che dall’infanzia si è costretti in qualche modo a uscire, e adottare (per sopravvivere? per evolversi?) plurime visioni del mondo. E capire che (chapeau!): «[…] ogni romanzo arriva alla fine, e poi passa anche quella».

Pubblicato per la prima volta in Sul Romanzo il 22/05/2014

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