fabio_pusterla_argemanMarcos y Marcos ha pubblicato a settembre la nuova silloge poetica di Fabio Pusterla, Argéman. Cosa suscita nel vostro animo questa curiosa parola?Argéman: ha un suono esotico, parla di luoghi remoti. È un fiore purpureo nella sabbia del deserto, o una città che si affaccia sul fiume Giordano. Come tante parole che entrano nella sfera della poesia, il termine si connota di significatialtri, di elementi, per così dire, magici e trascendentali, specie se la parola stessa è in grado di far scaturire un componimento, e in seguito di far lievitare un mondo concentrico, come i nodi di un tronco d’albero, per poi condensarlo in un testo denso di suggestioni e di luminose immagini come questo. E il poeta Pusterla di Albogasio, sulla frontiera tra l’Italia e la Svizzera, diviene ai miei occhi una specie di druido, l’apprendista stregone (ce ne fossero di “apprendisti” come lui!) che distilla nell’alambicco il potere primigenio che il verbo ha di forgiare e distruggere universi contenuti nella misura sillabica di un verso.

La parola è stata regalata al poeta da un giardiniere ticinese, come raccontato in un’intervista rilasciata a Cristiano Poletti. «Argéman deve essergli sembrata una parola abbastanza strana e misteriosa per attirare la mia attenzione. […] indica, è vero, una lingua di neve (perenne n.d.r.), con tutto ciò che questa immagine porta con sé (luce, candore, parola, speranza di un oltre, per esempio); ma indica anche il movimento che l’ha condotta a valle, frana o slavina, distruzione, catastrofe. E in questa ambivalenza credo di ritrovare il mio stato d’animo di questi anni».

Non abbiamo motivo di non crederlo, anche perché dopo la precedente raccolta, Corpo stellare (Marcos y Marcos, 2010), in Argémansi precisa e si consolida la ricerca espressiva di Pusterla, una visione fortemente pessimistica che riflette (come ogni poeta che non sia un alieno rispetto alla realtà nella quale si trova a operare e dispiegare la propria sensibilità) la crisi profonda che stiamo attraversando, a tutti i livelli. È una terra desolata quella che emerge dalle liriche di Argéman, un cumulo di macerie fumanti, un pianeta da abbandonare alla svelta per prendere il largo nello spazio infinito, forse privi di sestante, nella vaga percezione di un qualche approdo.La luce fredda e abbacinante che sprigiona da questa raccolta è quella della bellezza affidata al potere taumaturgico della parola che rigenera, vera e autentica apocatastasi dove il mondo, ad avvenuta distruzione, si ricompone in una ritrovata purezza, nella sua ancestrale perfezione. Non è un caso che, ricevendo il premio Napoli, Pusterla abbia richiamato il concetto del poeta che viaggia a ritroso, come un salmone che sfida la corrente, verso la sorgente, per ritrovare il compito di essere depositario della memoria, perché nel dialogo muto tra la poesia e il suo lettore, in questo riconoscersi uguali di fronte al mistero del sublime e della bellezza, risiede la possibilità di svincolarci dalla pura biologia, dalle forze esterne, talvolta cieche e oppressive, dal male inevitabile e dal caos che irrompe e travolge tutto nella sua inarrestabile corsa.

Anche la memoria, in questi versi, viene avvertita come in pericolo: «[…] Quello che c’era prima o che poteva /eventualmente esistere, un progetto o una speranza /ora inimmaginabili. La perdita /di ciò che non sai più di avere perso» (p. 94). In questo degradarsi del mondo contemporaneo l’imperativo etico è quello di salvaguardare quel che rimane della tradizione e traghettarlo in un futuro che si percepisce come ancora non-nominabile. Il disagio del vuoto viene arginato dal ricorso al linguaggio, ch’è l’unica resistenza che il poeta si arroga e rivendica per sé. La sorgente, perciò, è il primo vagito della lingua; si veda, in proposito, la struggente tenerezza con la quale Pusterla dedica una poesia alle prime “sillabe vere della lingua che parliamo”, in Fili de le pute (p. 44): «Quasi illeggibili ormai le parole. Vi si arriva / seguendo crosci d’acqua misteriosi, scale nere / consunte, e ogni svolta un cunicolo che vaga / nel silenzio di un muro o di una tenebra / analfabeta e muta. Scancellata / dal tempo, l’iscrizione sopravvive solamente / nelle aule scolastiche […]» Si tratta dell’iscrizione di San Clemente, a Roma, uno dei primi reperti in volgare italiano. La lingua è vulnerabile, come la vita, e basta una trascrizione errata di un copista, o un refuso trascurato del famigerato correttore di Word, per trasformare Albertello in Alberello e sprofondarci nell’incertezza.

Fabio PusterlaLa speranza non soccombe del tutto, però. Si riaccende in barlumi di vita o di natura, per esempio “sulle rive di certi laghi” o nel vento fresco che sibila sui boschi d’altura: «Aveva ragione il padre dell’amico, / tuba o flicorno nella banda del paese, / cercatore di radici e castagne / che conducendoci in alto, / verso un posto fuorivia / dal nome così chiaro / Capanna Cristallina / che solo a pensarci / pareva d’essere più leggeri / nell’intrico di rocce e bassi tronchi dell’ascesa, […]» (p. 50) Si parla, qui, di un rifugio nell’alto Ticino e ci sono echi melomani da Emerson Lake & Palmer e Musorgskij.

Anche la fauna è ben rappresentata. Il cormorano, al quale viene dedicata una lirica, è un animale utilizzato da alcuni pescatori, in Oriente, legato a una fune per impedirgli non già di volare, ma di sparire nelle profondità del mare. È un andare oltre, un inabissarsi nel mondo ctonio di possibilità tutte da esplorare, per riportare a galla nuovi lembi di terra, inediti frammenti di verità sepolteMa se l’animale guida, in Corpo stellare, era l’armadillo, che resisteva avanzando controvento, in Argéman lo spirito che conduce lo sciamano ha le fattezze della libellula, col suo volo impalpabile, ora rapido e inafferrabile, ora immobile, in surplace. «[…] leggera smeraldina la libellula / in sospensione sull’aria / e quasi immota nel frusciare imperscrutabile / delle sue quattro ali di garza iridescenti / intarsiate. Scoccata / come un’analogia dall’arco teso / di un’immagine o intuizione subitanea / e in un lampo già altrove, su uno stelo / o un canneto, metamorfosi / in corso o indecifrabile / annuncio di qualcosa, messaggera / dei cieli e degli stagni, […]» (p. 201). La libellula svela regole ancora inespresse in questa parte dell’universo, apre a geometrie segrete e il poeta, basito, osserva il suo moto non lineare, rizomatico, e lo associa ad alcune forme di pensiero, alle libere associazioni di immagini e di percezioni, un altro invito a mutare ancora il nostro punto di vista.

È una poesia molto narrativa quella di Pusterla, scabra e rilucente, che si agglutina per accumulo, come la materia ad alta densità di un buco nero: un florilegio di asindeti, di assonanze e dissonanze, di sincopi, acciaccature e frequenze armoniche. Diretta e immediata, come quella porta dalla quale affacciarsi e scrutare il mondo, con diffidenza, o entrare nel mondo (le porte nelle mura di città e castelli erano dette postierla o pusterla). Il canto del “custode della piccola porta” (canto è una parola impegnativa e difficile, rileva il poeta) origina dai residui di una civiltà in via d’estinzione; è un esercizio, lo abbiamo detto, dove il nodo etico è inevitabile e si compone di una concreta esperienza sia sul piano personale che della conoscenza, nel confronto continuo e umile con i testi e i contesti, anche quelli dell’attualità e della “passione civile”, pencolante tra l’invettiva (come nella curiosa serie di Rappresentazioni del signor nessuno, p. 23) e la disamina, quasi un’autopsia, pronta a eviscerare il cancro radicato in alcune società e culture: «Né santo né cane né gallo. Dal mare / affiorano oggi soltanto cadaveri gonfi. / Vengono dai carrugi /dalle coste scoscese da lingue / scarse di terra sassosa / vigneti di sangue a strapiombo / cantine infossate / madri antiche e caverne. / Vengono da un paesaggio devastato/ da predoni ed incuria/ dove i torrenti possono alzarsi in un urlo / e via spazzare col fango e i potenti signori/ dire parole di fumo impuniti/ parlare del destino/ canticchiare. // I cadaveri dei poveri danzano sulle onde / verso flotte bianche di Heraclea/ gli yacht lussuosi dei ladri.(Verso Heraclea, p. 52).

«Iris argeman di porpora, fitto viola / sulle alture quasi deserte, come un papavero / in lacrime in fuga, e lontano lampeggia il corso / lentissimo del Giordano, da lago / verso lago, da mar morto a mar morto, lontano / lingue di fuoco e muri chiudono i territori / feriti, in una bolla d’esclusione. Ciascuno / Conta i suoi morti qui, / le sue vergogne.» (p. 166). È l’attraversamento di un periodo storico, politico e sociale oltre che privato, a volo di libellula, per evitare la resa. Quella stessa libellula che diviene centro focale della silloge e copertina del libro, realizzata dal noto artista ticinese Luca Mengoni con un’antica tecnica, elaborata in carta pregiata dalla stamperia Lafranca di Locarno. Cento calcografie, firmate da Fabio Pusterla, che accompagnano la prima tiratura di Argéman. Buona lettura.

Pubblicato per la prima volta in Sul Romanzo il 04/12/2014

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