Giuseppe Berto«Noi ragazzi negli anni settanta non sapevamo bene chi fosse Berto, né come inquadrarlo; ma lo detestavamo. Nella sua stramberia, ci pareva comunque un provocatore. Poi, una sera – poco dopo la sua morte, mi pare – la tv trasmise una sua lunga intervista registrata in Calabria. Lui che parlava con la sua cantilena veneta, una voce lieve, affievolita dal male che lo divorava. Portava una dolcevita – mi sembra di ricordare – che gli dava un’aria tra il dandy e il lupo di mare. Sullo sfondo, un Tirreno scintillante. Probabilmente era la sua ultima intervista, quella dove citava una sentenza di Saul Bellow, “Dio è la morte”, che impressionò molto i suoi amici. La vidi per caso e mi colpì. Era così diverso dall’uomo che avevo immaginato. Ironico, soave, di una sincerità disarmante. E tutto il suo racconto, la sua vita da eremita sulla rupe, col gatto Cavalier Rossini e il cane Cocai, e i suoi discorsi da vetero-hippy, facevano a pugni con l’idea di fascistoide che me n’ero fatto. Aprii Il male oscuro e ne fui catturato.

Sono passati vent’anni dalla sua scomparsa, ma pesano come quaranta o cinquanta. Ai giovani di fine millennio, il nome di Berto dice meno, forse, di quello di Giuseppe Giusti o di Giovanni Berchet. Il nostro è un paese che dimentica in fretta e, in certi casi, rimuove in blocco. Berto è finito nel girone dei rimossi. Scomodo in vita, è stato sotterrato il più profondamente possibile dalla critica, perché non disturbasse più.»

(Dario Biagi, Vita scandalosa di Giuseppe Berto, Bollati Boringhieri, 1999)

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