L’ultimo Houellebecq e la sua “Sottomissione”

(fonte: gianfrancofranchi.com)

di Gianfranco Franchi

sottomissione_houellebecqCon­si­de­ravo, e con­si­dero, Houel­le­becq un autore pie­na­mente acqui­sito: e con ciò intendo dire, chia­ra­mente, “ter­mi­nato”, “finito”, già parte del baga­glio cul­tu­rale mio, e della mia gene­ra­zione; un outsi­der di lusso, chi­mico di for­ma­zione, poeta di ori­gi­na­ria voca­zione, roman­ziere ere­tico, pole­mi­sta ed esi­sten­zia­li­sta ero­to­mane, osses­sio­nato dal sesso e dall’islam, malato d’eternità. Con­si­de­ravo, e con­si­dero, Houel­le­becq uno scrit­tore che ha avuto qual­che anno di sfa­vil­lante e incen­dia­ria potenza espres­siva, soprat­tutto tra “L’estensione del domi­nio della lotta” [1994] e le “Par­ti­celle ele­men­tari” [1998], poi una discreta e ripe­ti­tiva discesa (“Lan­za­rote”, 2000; “Piat­ta­forma”, 2002] e infine un romanzo da stanco epi­gono di se stesso, cioè “La pos­si­bi­lità di un’isola” [2005]. Con­si­de­ravo, e con­si­dero, Houel­le­becq come un arti­sta fran­cese che ha gio­cato un ruolo deter­mi­nante per l’ispirazione della parte migliore della mia gene­ra­zione, qui in Ita­lia, pro­prio a ridosso degli anni Zero. Quando nel 2008 Bom­piani ha pub­bli­cato la sua vec­chia “Ricerca della feli­cità”, parte del periodo di mas­sima ispi­ra­zione dell’artista [1998], ho accolto il sag­gio con­clu­sivo del nostro let­te­rato rina­sci­men­tale Simone Baril­lari, “La con­qui­sta della soli­tu­dine”, come un sigillo – se pre­fe­rite, una pie­tra tom­bale. Houel­le­becq a quel punto sem­brava esau­sto: disperso, tra impro­ba­bili esili irlan­desi e scia­gu­rate incur­sioni cine­ma­to­gra­fi­che, tra­scu­ra­bili ritorni alla nar­ra­tiva (“La carta e il ter­ri­to­rio”, 2010) e favo­loso mini­ma­li­smo sul web.

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