di Alberto Carollo

Il sogno di metalloL’autobiografia di Alain “Grotzo” Groetzinger Il sogno di metallo (Chinaski edizioni) è qualcosa di più di un libro per nerd attempati e senza speranza o per i fan nostalgici dei Rockets, gruppo musicale d’oltralpe che ottenne un grande successo in Italia tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta. «Eppure, in fondo, è una storia banale: quella di un musicista che suona in un gruppo, tutto qui. Sì, ma è una storia d’amore; e come tutte le storie d’amore che si chiudono non ti abbandona mai in modo definitivo. “La storia dei Rockets m’insegue e lo farà indubbiamente ancora per un bel po’ di tempo.”»

Quel che colpisce e conquista fin dalle prime pagine, in questo batterista-scrittore, sono la sua disarmante sincerità e la sua straordinaria sensibilità di artista “a tutto campo”: la tecnologia, la musica, le arti visive, le contaminazioni più diverse, la ricerca di un proprio percorso e l’inesausto desiderio di cambiare, di non rimanere uguale a se stesso, di sbagliare magari ma di proiettarsi sempre avanti, di stringere contatti con altri artisti e con i suoi fan, di raccogliere le loro esperienze e il loro sentire. Suscita tenerezza vedere la foto nella quale, a 12 anni, suona la sua prima batteria, realizzata con bidoni d’olio che fungevano da tomtom e un bidet con infilato un bastone di legno che reggeva un vassoio metallico da bar, adibito a piatto.

Il suo sogno Groetzinger se lo è fabbricato da solo, setacciando la discarica di un piccolo paese della provincia francese dello Yonne. In seguito, a partire dal 1972, prese lezioni di solfeggio e di batteria a Parigi, dall’italianissimo Dante Agostini, autore di un celebre metodo. Da Agostini si poteva incappare, di tanto in tanto, nel favoloso batterista Kenny Clarke. Con una solida formazione di base Grotzo insegnerà pure lui lo strumento. Il vantaggio, scrive, è che ha l’opportunità di ripetere con frequenza i suoi esercizi: a diciotto anni si ritroverà a suonare per tutta la settimana, per i suoi allievi e con i musicisti ai quali si affiancherà.

L’incontro con i Crystal, i futuri Rockets, avviene una sera d’inizio 1974. L’intesa è buona fin da subito: il gruppo vive in una grande casa a Vincelles, sempre nello Yonne. Sono dei perfetti sconosciuti, con uno spirito musicale piuttosto rock; trascorrono insieme le giornate, in cantina distillano e registrano nuove sonorità, a volte portano gli strumenti all’aria aperta. Ognuno ha una stanza per sé, ma si consumano i (magri) pasti in una cucina comune, in amicizia e mutua assistenza. Decisivo sarà l’incontro con Claude Lemoine, il produttore e artefice del progetto Rockets. I crani rasati, il look spaziale, il cerone argenteo, i costumi in lamé che sembrano usciti da un telefilm di Star Trek. Le chitarre sono a forma di sole o di stella, o con simboli arcani, lo show dal vivo è di forte impatto: utilizzano fumi, luci ed effetti pirotecnici non comuni alle band di esordienti.

Rockets_LiveMaurizio Cànnici, manager della CGD-Messaggerie Musicali, li vede dal vivo e sembra come folgorato sulla via di Damasco. Si dà così tanto da fare che riesce a “trapiantarli” in Italia e farli partecipare a programmi Tv come Strix e I mostri. Le vendite dei dischi e gli stadi gremiti catapultano i Rockets nell’empireo dei grandi calibri della musica internazionale. Quel che ci affascinava nei Rockets (ebbi modo, ancora adolescente, tra il 1977 e il 1982, di assistere ai loro concerti) era la potenza evocativa delle loro performance. Il front-man Christian Le Bartz entrava in scena frantumando un cubo di plexiglass che lo voleva imprigionato nel ghiaccio. Nel corso di un altro tour il bassista e il chitarrista uscivano da due uova a inizio del concerto, in un tripudio di luci e fumo, e due enormi cupole che sembravano ostriche galattiche o astronavi schiudevano i palchetti ospitanti la batteria e le tastiere. Sembrava una vera invasione aliena: le movenze robotiche, frutto di studi di karate e coreografie attentamente studiate con Lemoine, l’utilizzo del laser, Bazooka lanciafiamme e altre macchine di scena. La musica non era da meno; i nostri erano e sono degli ottimi musicisti, con un background composito. L’estrazione rock-blues degli inizi è ravvisabile in alcuni loro hit come la cover di Apache degli Shadows (un classico del 1962), ma anche in On the road again (pezzo dei Canned Heat) che diventa un brano disco-psichedelico: nell’estate del 1978 sarà secondo solo alla colonna sonora de La febbre del sabato sera. Il bassista Gerard L’Her, detto “little” è anche un buon compositore, così come non è da meno il talentuoso chitarrista Alain Maratrat. I due, coadiuvati da Fabrice Quagliotti alle tastiere e da Grotzo alla batteria, riflettono con la loro ricerca musicale i cambiamenti che le tecniche di registrazione e l’utilizzo di nuovi strumenti “sintetici” stavano apportando al panorama musicale dell’epoca. Il fedelissimo magnetofono Revox, l’utilizzo del vocoder e del minimoog sono solo alcuni degli elementi di questo rinnovamento. I loop dei sequencer pervadono le produzione della musica disco (si pensi a Giorgio Moroder, per esempio, o ai teutonici Kraftwerk, dalle estetiche per certi versi affini ai Rockets). Suite strumentali, atmosfere sognanti, musica ambientale e space-rock, testi che parlano di mondi e visioni di possibili futuri, di pianeti remoti dove ricominciare da capo, di innesti tra umano e cibernetico. La band inanella alcuni Lp di ampio successo commerciale e di critica: Plasteroïd (1979) e Galaxy (1980). Le vendite vanno oltre il disco d’oro e di platino (più di 1 milione di copie). L’avvento dei computer e del digitale sono imminenti, e la scena musicale in continua evoluzione. Già nel 1981 si devono rimettere in discussione: il nuovo album, π 3,14 viene inizialmente respinto dai discografici e i Rockets si ricompattano in una forma ibrida, con apporti creativi di musicisti “esterni” al gruppo e l’intervento del deus ex-machina Lemoine. Il prodotto ha sonorità più scarne e dark, l’elettronica assume maggior rilievo (è il periodo in cui la new wave inglese spopola). Da qui in poi la scintillante parabola degli anni argentati entra nella sua fase declinante. Tensioni nel gruppo, defezioni, calo di popolarità e incursioni in territori “altri” (la parentesi new-romantic e il synth-pop) suggelleranno per gradi la fine di un’era.

Groetzinger condisce le sue memorie di aneddoti intriganti per gli appassionati ma anche per il lettore che non abbia familiarità con la produzione musicale della band, con un linguaggio scarno e diretto. Da fan avrei preferito qualche “succoso” reportage su quanto dicevano, facevano e pensavano gli altri componenti, sulle circostanze che lo hanno indotto ad abbandonare la “nave stellare”, sul come venne allontanato dai Rockets il carismatico front-man Le Bartz, vera icona degli argentati, ma la line-up del batterista è un’altra e a questa operazione va tutto il mio rispetto. Grotzo, lo scrive in apertura del libro, non ha inteso realizzare una biografia dei Rockets. Il sogno di metallo è il bilancio della personale esperienza del batterista francese, con i Rockets e in parte dopo di loro, la peculiare eredità che quell’avventura intensa ed eccitante gli ha trasmesso. Groetzinger tiene in grande considerazione il valore dell’amicizia e tutto quel che ha imparato dalle persone che gli sono state accanto, così come è cauto nel tentativo di non offendere nessuno.

alain groetzingerIl libro contiene un inserto fotografico di tutto rispetto, molto appetibile, ma quanto di più importante c’è in questa pubblicazione, ch’è anche commemorativa, è piuttosto il cammino di un uomo e della sua passione per la musica. La ricerca, il gusto personale (la predilezione di gruppi come gli XTC e i Devo confermano in lui una “visione” che precorre i tempi), l’esultanza per i suoi progressi personali, non solo artistici, per l’utilizzo di tecnologie come i sintetizzatori o le drum-machine. Le batterie: la TAMA, la UFIP, la Simmons, e momenti più intimisti: il suo rapporto con la fama, lo scherzare con i musicisti che gli chiedono del disco di platino appeso alla parete del suo studio; e ancora il suo particolare rapporto col denaro. Nel tempo Grotzo ha coltivato le relazioni con i suoi estimatori, con le cover band ufficiali depositarie della memoria del gruppo francese all’apice della sua carriera. Dobbiamo anche al sito Les Rockets e ai suoi curatori, Ernesto Eleuteri e Marcello Barigazzi, alla loro infaticabile passione filologica per i Rockets, la curatela (con Federica Berrino) della versione iniziale in francese del testo. Di questo continuo interagire con i suoi fan è indicativo uno struggente episodio riferito nel libro, quel suo crucciarsi, a distanza di tempo, per una statuetta in cera dei Rockets che una fan aveva realizzato con cura e che gli aveva donato nel backstage di un concerto. Alla fine la band si dimenticò le statuette in camerino; gli assistenti di scena gliele riportarono, sotto gli occhi basiti della ragazza: «Attraverso il vetro della macchina che si stava allontanando nella notte vedevo il suo sguardo, uno sguardo di autentica tristezza. Come abbiamo potuto commettere una tale negligenza, dimenticando questo dono, come se per noi non avesse nessuna importanza?»

Questo è Il sogno di metallo: un libro che ci rende Alain Groetzinger un artista più umano e un po’ meno extraterrestre.

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