Giorgio Manganelli a 25 anni dalla sua scomparsa, tra riscrittura e menzogna

(fonte: sulromanzo.it)

di Alberto Carollo

giorgio_manganelli_a_25_anni_dalla_sua_scomparsa_tra_riscrittura_e_menzognaAccostarsi a Giorgio Manganelli, a 25 anni dalla sua scomparsa, e in particolare avvicinarsi ai temi della menzogna e della riscrittura significa ancora oggi – nonostante il variegato apparato della critica, le interviste e le conversazioni rilasciate dall’autore stesso nel corso degli anni – addentrarsi in un territorio per certi aspetti vergine. C’è sempre qualche dettaglio che ci era sfuggito, qualcosa di nuovo che spunta fuori a ogni rilettura. La difficoltà, per quanto si cerchi di calibrare l’obiettivo, di allargare o restringere il campo, di modificare il punto di vista, consiste nel metterlo a fuoco con una certa precisione.L’indagine che si potrebbe intraprendere (mai esaustiva, mai in una direzione univoca) dovrebbe tener conto di una rete fittissima di relazioni intertestuali che configurano – nel corpus eterogeno delle sue opere – un vero e proprio ipertesto, dove la riscrittura e l’incessante operazione ermeneutica, dispiegata nelle diverse discipline verso cui si sono orientati i suoi interessi, ne costituiscono alcuni tra gli elementi fondanti.

Giorgio Manganelli è stato scrittore, fin dal suo esordio letterario nel 1964, con Hilarotragoedia; poi si è occupato di giornalismo e di critica letteraria. La letteratura come menzogna (Feltrinelli, 1964; Adelphi, 1985) è un testo capitale per comprendere l’evoluzione del discorso attorno alla letteratura e il “fare” letteratura nel Novecento, non solo italiano. Il trattato è incentrato sui temi della riscrittura e della rilettura dei classici sotto il segno della mistificazione, della “menzogna”, parola che è pure una chiave interpretativa del dibattito – e forse è la parola che lo chiude – sui temi di realtà e invenzione nel romanzo ottocentesco e, nella fattispecie, del romanzo manzoniano. La “menzogna” della letteratura è anche provocazione, gesto rivoluzionario, gioco, oscurità e, ultimo ma non meno importante, enigma.

L’enigma è, in questa accezione, un aspetto rilevante nella poetica manganelliana se poniamo l’accento sulla sua astuta volontà di eludere ogni definizione. Cinico e provocatore, mai del tutto iconoclasta, con un piede nella classicità e uno nell’avanguardia, possiamo dire che Manganelli è stato uno dei critici, su questo versante, più lucidi e coerenti dello sperimentalismo letterario novecentesco. Non possiamo qui render conto del dibattito sul romanzo sperimentale, in voga  tra gli anni Cinquanta e Sessanta, al quale il nostro partecipò attivamente, accanto a nomi come Pasolini, Calvino e Angelo Guglielmi. Accenniamo, invece, ai romanzi di Manganelli o, meglio, sorta di racconti-visione. Ho conosciuto il Cerimoniere (così viene definito da certa critica il Manganelli che possiede le chiavi della retorica, per aprire e celebrare «infiniti Mondi Cerimoniali», come scrive Alfredo Giuliani) imbattendomi in La palude definitiva (Adelphi, 1991), il testo curato da Ebe Flamini sul manoscritto che si trovava, al momento della morte, il 28 maggio 1990, nello stadio precedente all’ultima revisione. Scrivere, per Manganelli, era avanzare nel labirinto dei segni, esprimersi per emblemi e allegorie; la “palude” è la visione di un teologo burlone, impelagatosi in un luogo in cui è difficile entrare e impossibile uscire. È un posto «sommamente rischioso», «ripugnante e fascinoso», luogo di confine fra i molti mondi di questo funambolo delle patrie lettere.

Giorgio Manganelli a 25 anni dalla sua scomparsa, tra riscrittura e menzogna

Nella Palude ma anche in Dall’inferno (Rizzoli, 1985) i riferimenti al testo dantesco sono diversi e puntuali, ed erano molti i classici frequentati dall’autore. Per il Leopardi delle Operette morali (ma anche della Crestomazia italiana) aveva una singolare deferenza. Ne certifica un passaggio da Laboriose inezie (Garzanti, 1986), dove l’imperativo morale della “riscrittura” si associa al monito di una pedissequa “rilettura”: «Qualche tempo fa, non molti mesi, mi sono messo a rileggere dei libri che avevo conosciuto, frequentato, variamente letto. Si dice spesso che in Italia si legge poco, e forse non è più vero come una volta; certo molto si legge; ma quanto si rilegge, vorrei sapere? Una civiltà letteraria non è fatta di letture, è fatta di riletture; forse semplicemente una civiltà. Ci sono generazioni che hanno conseguito una dignità duratura leggendo e rileggendo un solo libro, La Bibbia. Non leggevano altro, ma forse bastava a farli individui colti, talora artisti, letterati, scrittori. I Promessi sposi, la Divina commedia sono stati libri perenni, come in altre letterature il Don Chisciotte, Guerra e pace e, naturalmente, l’Iliade e l’Odissea. Non credo che per noi, soprattutto per chi fa professione di una qualche letterarietà, esista più il libro perenne. Se dovessi indicarne uno che per me si è avvicinato a essere tale, indicherei le Operette morali di Leopardi».

Il Leopardi, e nella fattispecie la sofferenza leopardiana, sono un possibile grimaldello per comprendere il Manganelli teorico della letteratura come menzogna. In un suo intervento radiofonico sul poeta di Recanati, il nostro affermò che la disperazione è lo strumento grazie al quale Leopardi leviga le parole fino a tramutarle in aghi da piaga; attraverso questa disperazione transita l’insondabile gioia della prosa leopardiana, intesa come felicità linguistica. «Una piega purulenta si gonfia in metafora, una strage non è che un’iperbole, la follia un’arguzia per deformare irreparabilmente il linguaggio, scoprirgli moti, gesti, esiti imprevedibili. Ogni sofferenza non è che un modo di disporsi del linguaggio (…).» (La letteratura come menzogna).

Nell’ambito della “neoavanguadia” italiana Manganelli venne incluso tra i formalisti. Ma, come scrive Roberto Deidier in Giorgio Manganelli. La penombra mentale (Interviste e conversazioni 1965-1990), pubblicato per i tipi di Editori Riuniti, le riserve sulla collocazione, espresse pure dall’interessato, sono condivisibili. Il formalismo presuppone un’ideologia del linguaggio. Ogni risoluzione stilistica è già di per sé un atto “politico”. Manganelli si definisce invece uno «scrittore di retroguardia»; è stato un frequentatore della scrittura del Seicento; molte sue prove letterarie possono essere considerate una parodia del trattato retorico di età barocca. Nuovo commento (Einaudi, 1969) è in effetti un calco di questo genere di trattatistica. Cassio governa a Cipro (Rizzoli, 1977) è una riscrittura dell’Otello, così come Pinocchio: un libro parallelo, uscito lo stesso anno sempre da Einaudi, è una rivisitazione del primo romanzo post-unitario o, come dice Alberto Asor Rosa, il primo romanzo italiano moderno.

Manganelli è pure stato un raffinato anglista, traduttore, tra gli altri, di Poe, James e Eliot. Si è interessato di musica, di psicanalisi – in particolare della psicologia analitica di Carl Gustav Jung – e di arte, con gli scritti per la rivista «FMR» di Franco Maria Ricci, raccolti poi in Salons per Adelphi.

Giorgio Manganelli a 25 anni dalla sua scomparsa, tra riscrittura e menzogna

Per Deidier le opere manganelliane si sfilerebbero dalla classificazione autoriale per riconoscere al ruolo dello scrittore demiurgo un’esistenza gregaria, astratta e “sindacale”. «Il luogo-linguaggio di Manganelli somiglia invece al cosmo di Pascal, dove l’individuo è gettato, catapultato; è una dis-topia, un immenso Codice che si impossessa degli individui per avere vita ed espressione. A farla da padrone, in questo mondo di segni, è naturalmente la parola: il linguaggio è un’accolita di assassini, di parole che cercano di imporsi le une sulle altre, seminando morte. Lo scrittore non esiste, l’autore non è soggetto vivente, ma scritto, ricettore passivo di questa lotta interna al vocabolario, strumento egli stesso di morte, costretto al solo ruolo di “sicario”».

Anche quando Eugenio Battisti, in un’intervista, lo stuzzica – a proposito del suo legame con gli amici dissidenti del Gruppo 63 – ad avanzare un’ipotesi di evoluzione dell’avanguardia, il Cerimoniere risponde che al momento lo sperimentalismo è un laboratorio, una collezione di desiderata, che tutto è possibile. Appare più interessato, Manganelli, a prendere le distanze dai buoni sentimenti, dalla nausea che prova quando si cerca di edificare il tema del lavoro artistico, di renderlo migliore. Si sentirebbe di confermare che la malafede è la capacità dello scrittore di non essere ridotto in servitù dalla sua materia, la capacità di giocare col proprio oggetto, di eluderlo. Lo scrittore si dovrebbe permettere di trascinare la verità per i capelli in una regione in cui la verità come tale non ha alcun privilegio col falso.

Giorgio Manganelli a 25 anni dalla sua scomparsa, tra riscrittura e menzogna

«[…] Quando io intendo dire cinismo, devo intendere proprio questo: che la sussunzione di un certo atteggiamento che noi possiamo chiamare “verità” è del tutto assimilabile a una figura retorica. Cioè io posso usare quello che io chiamo verità, come posso usare un certo modo di presentare un personaggio, o una allitterazione, o un discorso di una certa qualità sonora o sintattica. Se io utilizzo la cosiddetta “verità” come un momento privilegiato per ancorare l’intero discorso che mi accingo a fare, il risultato sarà un insolente e onesto didatticismo, e niente più dell’onestà ideologica è esiziale alla letteratura. Io posso riuscire a mettermi in rapporto con uno scrittore soltanto se è disonesto. Posso anche dire, e prego di capirmi, che la macchina letteraria è una articolatissima menzogna».

Ecco come gli agenti di questa, se vogliamo, commedia del linguaggio, per dirla con Deidier, sono vittime, oggetti, e subiscono l’«adescamento» delle parole che si impongono come il solo e vero «argomento». In A e B (Rizzoli, 1975) “A” e “B”, centro e periferia tornano a coincidere, ogni topologia certa viene a cadere e i luoghi stessi sono gli interscambi di una geografia letteraria o culturale, nel senso più ampio, che si interseca con la Storia, avanzando dubbi sui suoi presupposti ideologici e ribaltando i rapporti tra causa ed effetto.Non c’è inizio né fine, ma il paradosso, le contraddizioni dissipate nella sottile arte della retorica, la reticenza e i collegamenti più improbabili: la sostanza, in definitiva, del cosmo del Cerimoniere, labirinto intricato, “finto”, saturo di menzogna, dove la “riscrittura” del palinsesto universale non conduce in nessun luogo. Men che meno a Giorgio Manganelli, pure a 25 anni dalla sua scomparsa.

L’articolo è apparso la prima volta in Sul Romanzo il 28/05/2015

Share Button
Questa voce è stata pubblicata in attualità, casi miei, commemorazioni, consigli di lettura, libri che ho letto, scrittura, Sul Romanzo Lit-Blog e contrassegnata con , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.