Il filosofo non sa ballare? “Perché amiamo scrivere” di Duccio Demetrio

  Leggendo in questi giorni vari testi sulla scrittura autobiografica, mi sono imbattuto in Perché amiamo scrivere. Filosofia e miti di una passione di Duccio Demetrio (Raffaello Cortina Editore, 2011). Demetrio ha un pedigree d’eccezione: insegna Filosofia dell’educazione all’Università degli Studi di Milano-Bicocca, è fondatore e direttore scientifico della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari e ha pubblicato una marea di libri. Tra gli altri: Raccontarsi (1996), Elogio dell’immaturità (1998) e L’interiorità maschile (2010). Devo però ammettere, con mio grande rammarico, che il testo in questione mi ha molto deluso.

Ho un grande rispetto per il professor Demetrio e per il suo lavoro e penso che abbia anche un largo seguito, almeno leggendo i commenti e le testimonianze che ho trovato in rete; eppure credo che le sue tematiche e argomentazioni siano molto distanti dall’idea che mi sono fatto della pratica della scrittura e dello scrivere, e in particolare della scrittura autobiografica. Ho il sospetto – ma sono in buona compagnia: altri autori lo hanno teorizzato e/o hanno portato esempi pratici – che se non vi è in molti casi dicotomia tra la struttura e lo stile, lo stile possa rivelarsi come una sentinella, come l’indicatore di alcune strutture di pensiero. Nel caso di Demetrio il suo pensiero filosofico poggia (mi riferisco in particolare a questo libro: è l’unica cosa che ho letto di lui, metto le mani avanti!) su uno stile accademico, su una scrittura ornata, spesso retorica e pedante, di impianto a tratti farraginoso.

Il linguaggio filosofico è spesso un linguaggio da “addetti ai lavori”, con un lessico specifico e con peculiari tecnicismi. In questa sede però il linguaggio adottato dovrebbe essere quello della divulgazione scientifica, indirizzato a una platea eterogenea di lettori, dal più competente al curioso occasionale. Demetrio procede invece per sontuose metafore e generalizzazioni: questo accade quando sceglie di personificare la scrittura, di renderla simile a un’amante per lo scrittore (per diletto, come ama definire lo scrittore/grafomane che produce scritti autobiografici, ma vi è incluso anche lo scrittore di professione) oppure a una Dea che lo compensa con i suoi doni ma che spesso lo tiranneggia. Demetrio si appoggia al mito per sviscerare i suoi temi più cari (così i numi tutelari dei capitoli sono di volta in volta Eco, Amore e Psiche, Mercurio, Circe, Pandora e Didone per dirne alcuni). È, insomma, permeato di classicismo, il che non è male: il mito e la classicità sono sempre contemporanei. Quel che proprio non mi va giù è pensare alla scrittura come a qualcosa che sovrasta lo scrittore, che lo trascende. Per me la scrittura è un mezzo tecnico – ecco la questione dello stile – che molto prosaicamente (e brutalmente) permette l’espressione di una parte del mio essere, del mio io interiore, che conferisce una maggiore compiutezza a quel che sono e ho vissuto. La pratica della scrittura nasce dal “fare”, rimesta le mani nel fango e lo modella. Le forme che produce possono rivelarsi francamente brutte e inguardabili o di una bellezza abbacinante là dove l’istinto, il talento e la pratica del narratore sono più differenziati. È un problema di téchne, di “perizia”, di “saper fare”, di “esperienza”. Per questo rimanere, al riguardo, sul piano dell’astrazione che del resto è la dimensione per eccellenza del pensiero filosofico mi appare come sviscerare solo in parte l’oggetto in questione, col risultato di apparire fumosi e inconsistenti.

Prendiamo, al riguardo, un capitoletto del libro:

Più di un linguaggio: un incontro col sacro.

«Scrivere è più di un linguaggio. È un modo di vivere, di gioire, di piangere, di lottare. Le sue parole prorompono e fluiscono dalle sincerità invisibili e più recondite. Occorrerà cercarle tra le righe, sul retro del foglio, lungo i suoi bianchi argini, nell’ambiguità ineluttabile di quei segni. La scrittura le rivela e al contempo nasconde. Dissemina con parsimonia gli indizi che propone di seguire, senza mai riuscire a completare una storia, a offrirci una sola conclusione. Scrivere è tramite tra sacro e profano, tra reale e immaginario, tra conoscenza e ignoranza. La scrittura possiede il dono di rivelarsi l’indispensabile amica e consigliera di ogni minuto. Quando si rende giudice del nostro agire e pensare. Quando può mancarci come una figlia di cui ci prendiamo cura. Ma è lei a lenire e a consolare. Quando ce ne siamo avvalsi per suturare le ferite dell’animo, scegliendo di trovare, d’istinto, parole che potessero non addolorarci. Quando è riuscita a convincerci che la sofferenza, le esperienze luttuose, i sensi di colpa, vanno guardati in volto senza fuggire. La scrittura è oracolare, ci precede e ci annuncia, ci spiega e ammonisce. La sua natura è sacra. Custodisce le tradizioni secondo le quali un Dio, gli dei, hanno parlato all’uomo per suo tramite; è custode delle loro parole definitive o aperte alla costante reinterpretazione dei messaggi. La scrittura è legge, ma anche trasgressione. La sua sacralità sta anche in questo: ci rinnova, ci ingiunge di non accontentarci delle verità assolute da qualsiasi parte provengano. È sacra perché ha tentato di dare risposte alla morte, alla tragicità dell’esistenza, al non senso. Ha affrontato l’orrore, non si è mai ritratta di fronte alle crudeltà umane e divine. Le ha volute raccontare e spiegare lasciandoci in silenzio attonito dinanzi alle sue conclusioni, affidandoci la libertà di intenderle e di rifuggirle per trovarne altre. Chiunque scriva sospinto a ciò da un desiderio ancestrale si inoltra nel sacro. Racconta il mistero di esistere, quali siano le sue convinzioni; si eleva oltre uno stato psichico e intellettuale precedente, non ancora pronto e maturo. La scrittura è una forma infatti di ascesi verso l’alto e di caduta verso il basso. Ci consente di avvicinarci dove iniziamo ad ansimare per la fatica e l’emozione della salita; ci conduce verso le regioni dove qualche mostro può ancora aspettarci. La scrittura, allora, diventa un’arma per affrontarli, per resistervi, per risalire. Ci consegna abbacinati alla luce insostenibile, non ci lascia soli dove l’oscurità ci annullerebbe. (Perché amiamo scrivere, pag. 37-39)

  Ecco. La scrittura è un modo di vivere, di gioire, di piangere, di lottare. Anche se quando mi ritiro in solitudine per scrivere non vivo, non gioisco, non piango e non lotto. Rappresento, distillo l’esperienza del vivere; eppure la scrittura e il mio essere scrittore o grafomane informa di sé la mia vita, siamo d’accordo. È una sorta di osmosi, vediamola così. Le parole della scrittura (personificata) […] fluiscono dalle sincerità invisibili e più recondite (coppia di aggettivi similari). Ma qualcuno mi spiega cosa sono queste “sincerità”? Occorrerà andare a stanarla, la scrittura, lungo i bianchi argini (metafora) perché la sua ambiguità, mi spiace per voi, è ineluttabile (aggettivo molto caro a Demetrio, che ricorre molte volte nel libro). Scrivere è tramite tra sacro e profano, tra reale e immaginario, tra conoscenza e ignoranza. Ecco la rivelazione, il concetto cardine: la scrittura è questo e Demetrio ce lo illustra ricorrendo a coppie di contrari. Poi c’è una coppia sinonimica di infiniti (lenire e consolare). Sutura le ferite dell’animo (metafora); le sue parole cercano di non addolorarci, di non provocarci sofferenza; poi precede e annuncia, spiega e ammonisce. La sua natura è sacra. Altro concetto cardine. Ma sacro vuol dire fare il sakros, offrirsi in sacrificio, in segno di venerazione, dedicare la propria vita alla divinità e al culto. La divinità della scrittura è custode delle parole definitive, per Demetrio. Poi è legge e trasgressione (coppia di contrari), è ascesi verso l’alto ma anche caduta verso il basso (coppia di contrari). Ansimiamo per la fatica e l’emozione della salita (metafora), ma può ancora condurci dove c’è un mostro che ci aspetta (metafora). Ma è pure un’arma per affrontare il mostro (metafora) e poter continuare a risalire (…). Siamo abbacinati dalla sua luce insostenibile (metafora?); non ci lascia soli dove l’oscurità ci annullerebbe (metafora + coppia di contrari).

In questo breve capitoletto, ch’è la quintessenza della costruzione filosofica e dello stile di Demetrio; io mi sono impantanato e ho iniziato il mio lungo sbadiglio. Non so voi. Un maggiore labor limae avrebbe consentito di evidenziare i due soggetti cardine della sua argomentazione, di sfrondare meglio e di rendere più incisivo il testo, almeno per il mio gusto di lettore. Ma Demetrio è un filosofo, ed è giusto che faccia il suo mestiere, non il narratore. Discetta di scrittura, ma non sa raccontare e non so perché ma mi sovviene quel detto di Confucio, qualunque cosa voglia significare: «Non dare mai una spada a un uomo che non sa ballare».

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