I love Nick. Nick Cave a Padova, 4 novembre, Kioene Arena

04 novembre 2017

Caro Nick,

perdona se mi prendo tutta questa confidenza e passo direttamente al tu. Anche se non ci conosciamo di persona la tua musica mi accompagna da più di vent’anni e rivolgermi a te in maniera formale mi sembra strano, quasi come dare del lei a un amico di vecchia data. Sì, non sbagli sono proprio io: Alberto di Vicenza, quel tuo vecchio fan (a dire il vero hai qualche anno più di me, visto che sei nato nel 1957 e io nel 1966, ma qui dico “vecchio” perché sono un tuo estimatore della prima ora; oh, Dio: diciamo che se non proprio della prima, sicuramente della seconda ora!), Do You Remember me? O forse dovrei dire: Do You Love Me? (cit.)

Ho pensato che scriverti fosse una buona cosa, per me il mezzo più congeniale (per quanto rozzo e approssimativo rispetto alla musica, se vogliamo) per esprimerti le emozioni provate al tuo ultimo concerto e i pensieri che mi ha indotto. La prima volta che ti incontrai fu nel film (un capolavoro, uno dei 10 film che porterei con me su Marte se fossi costretto a scegliere) Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders (1987). Salivi sul palco dell’Esplanade, risoluto a non parlare della ragazza, poi ti scioglievi di fronte all’abbraccio del pubblico e intonavi From Her To Eternity con quella tua voce cavernosa – perdona il gioco di parole – che credo un critico musicale in qualche rivista (era forse Ciao 2001?) definì “un rutto divino”. Che fosse un rutto di Dio o di Lucifero poco importa: era qualcosa di inedito, di romantico e ferino insieme, e mi colpì al plesso solare, così come The Carny mi investì di una struggente malinconia proprio in quegli anni in cui stavo accumulando materiali ed esperienze per costruire il mio primo romanzo, Doppio ritratto.

Sulla scorta di quelle prime, folgoranti impressioni, ricordo che recuperai la tua discografia: The Firstborn Is Dead, Kicking Against the Pricks, Your Funeral… My Trial, Tender Prey. Mi innamorai perdutamente di The Good Son. L’armonia e la melodia di The Weeping Song, The Ship Song, tutto l’impasto di colori e sentimenti che stavi attraversando nel tuo periodo in Brasile, a disintossicarti dall’eroina dopo il primordiale e tenebroso periodo post-punk con i The Boys Next Door e The Birthday Party. Nel 1992 uscì Henry’s Dream e credo che consumai il cd ascoltandoti. Il 24 settembre del 1993 ti incontrai live per la prima volta, in quel di Nonantola (MO), al Vox Club. Ho un ricordo molto vivido di quel concerto. Tutta la tua forza, la tua rabbia, il tuo carisma. La chitarra allucinata di Blixa Bargeld. Fuori dal club era parcheggiato un bus viola dai riflessi perlacei, attorniato da una folla singolare di nerd, di punkabbestia e di dark dai ciuffi scolpiti di lacca e gel. Che anni erano quelli, lascia che lo dica anche se sembrerò il solito nostalgico datato. Tu però eri sempre trasversale, difficile stampigliarti un’etichetta. Eri Nick e basta e lo sei ancora oggi.

A Nonantola ero in compagnia di Sabrina (te ricordi di lei? Ti ricordi quant’era bella e luminosa, e come sorrideva a questa nuova e singolare esperienza musicale?). Poi è diventata mia moglie, nel tempo, e ha provveduto, a voltaggio alternato, a rispolverare in me la memoria di quelle vibrazioni, di quelle emozioni sincere. È stata lei a regalarmi, molti anni dopo, Push The Sky Away (2013). Ti devo confessare che un poco ti avevo dimenticato. Anzi, dimenticato non è corretto: diciamo che sono stato distratto da altre priorità, ho attraversato diverse esperienze musicali. Ho approfondito un po’ di jazz, di blues, di brit-pop, psichedelia progressive e poi mi sono fossilizzato sui miei amati chitarristi, visto che la chitarra è l’unico strumento di cui io abbia compreso e imparato qualcosa, in concreto. Così è la vita e così gli incontri, tu ne sai qualcosa più di me. Ci si prende e ci si abbandona, per poi ritrovarsi. Ma i tuoi libri: E l’asina vide l’angelo e Re Inchiostro sono letture che non mi sono mai fatto mancare. Mi osservano sempre dallo scaffale della libreria.

È stata dura trovare due biglietti per venire a vederti, a Padova, alla Kioene Arena, prima tappa del tuo tour italiano. Era tutto sold out da tempo ma Sabrina non si è persa d’animo e ha battuto le pagine web di compro/vendo biglietti e alla fine ha trovato un tizio di Treviso che ha rinunciato a due tagliandi perché l’amico che doveva accompagnarlo è partito in viaggio per lavoro. Mors tua vita mea e così alle 21:00 di questo uggioso 04 novembre pure noi eravamo in platea, pronti a omaggiarti.

Ho recuperato un po’ della tua ultima produzione e ho appreso, con grande dispiacere, della perdita, nel 2015, di tuo figlio Arthur, 15 anni, morto in circostanze ancora tutte da chiarire. Trattandosi di te mi ha sconvolto questa notizia: il connubio tra arte e vita, nel tuo caso, è inscindibile e mi è sembrato quasi una sorta di maledizione o di beffa del destino, una fottuta e insensata parabola evangelica in cui tu, moderno Giobbe, ti devi far carico di un fardello troppo grande e superiore alle tue forze, persino per uno come Nick Cave. Sopravvivere al proprio figlio, una condizione di cui non riesco neanche a capacitarmi – pure io sono un padre – ma che tu, Re Inchiostro, sei riuscito ad attraversare e a trasfigurare in un album di cupa quanto rara intensità, Skeleton Tree.

Ma vogliamo parlare di questa tua prima data in Italia? Per fortuna che mia sorella si è offerta di accudire i ragazzi stasera. Ora che ho avuto l’immenso piacere di ascoltarti e di vederti un’altra volta live penso che non avrei voluto perdermi la tua esibizione per nulla al mondo. Ero in mezzo alla calca, piuttosto lontano dal palco, ma io e Sabrina siamo riusciti a progredire man mano che il concerto si sviluppava e aumentava l’andirivieni del pubblico da e verso il bar per un boccale di birra. All’inizio ero un po’ indispettito, non riuscivo a vederti bene (è uno dei miei difetti: sono miope e astigmatico), anche se la tua silhouette smilza e slanciata sovrastava gli altri musicisti, sul fronte del palco. Mi dicevo: spero che invieranno le immagini sugli schermi giganti ai lati del palco… invece no, ma anche lì ti sei distinto. Il tuo non è un concerto da trasmettere, come altri, sui grandi schermi. Per te l’immagine è un ulteriore, prezioso strumento di comunicazione e i fotogrammi che scorrevano sugli schermi erano contestuali alla musica, come in Tupelo, pezzo che hai completamente riarrangiato e che mi ha fatto venire i brividi. Ma quanto sono bravi questi nuovi Bad Seeds? Si percepisce tutto il grande lavoro fatto con Warren Ellis, il rapporto umano e creativo che ti lega a questo impareggiabile polistrumentista (il suo violino nei nuovi pezzi ma anche nei brani che hanno fatto la tua storia è sensazionale). E com’è cambiata la tua voce, negli anni. Sempre più grossa, baritonale, autoriale, più matura e consapevole dei suoi mezzi.

Il concerto si è aperto dolcemente, con grande commozione, nell’atmosfera di Skeleton Tree (Anthrocene, Jesus Alone, Magneto) per poi passare ai brani che hanno segnato la tua prolifica carriera (From Her To Eternity, The Ship Song, The Mercy Seat, Red Right Hand per dirne alcuni). Ma il tuo è stato più di un concerto, è stata una vera e propria performing art. Mi ha colpito come, in questo periodo di paure della prossimità, del contatto, in quest’era dei dispositivi di sicurezza, di tutta la paranoia e dell’impalcatura antiterrorismo tu abbia cercato l’abbraccio del pubblico. Re Inchiostro ha attraversato l’Ade, dove è stato costretto ad abbandonare suo figlio, ma è tornato a cercare il suo pubblico, è sopravvissuto e si è rinnovato. Dopo l’eroina e quel pezzo della tua anima che se n’è andato per sempre, la fisicità del punk non è più violenza, iconoclastia e oltraggio, ma si trasmuta in bisogno intimo di toccare, di stringere le mani, di abbattere le barriere tra la rockstar e i fan. I bis sono stati un crescendo, caro Nick. The Weeping Song, il canto dove sgorgare lacrime, ci ha devastati, ci ha commossi e mi fa spendere parole di sincera gratitudine nei tuoi confronti. Sei sceso nel parterre a camminare tra i tuoi fedeli, prima, poi sei tornato sul palco e ti sei portato dietro tutti quelli che hai potuto stiparci, mentre perdevi la voce su Stagger Lee. Le braccia erano tutte alzate, per te, era un Osanna, e ci hai congedato spostando il cielo un poco più in là: «Keep on pushing / Push the sky away».

I love you, Nick.

 

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