Ancoraungiro, di Massimo Donà (Edizioni Divinafollia, collana Fuorionda, 2019)

 

  Massimo Donà vive a Dueville, alle porte di Vicenza. Lavora come infermiere presso il reparto di chirurgia dell’ospedale cittadino. Massimo è uomo dalle molteplici passioni, forse troppe per una vita sola: scrittura, fotografia, mountain-bike, musica… Non potendo disporre di “una vita di scorta per osare di più”, come recita una canzone dei Negrita, non gli rimane che spolpare fino all’osso quel che resta. Massimo, per chi scrive, è ancor di più: un carissimo amico che conosco da una vita. Ancoraungiro (DivinaFollia edizioni, 2019) è il suo libro d’esordio, che ho avuto il piacere di tenere a battesimo per la prima uscita ufficiale (prima che il Covid-19 ci imponesse di rimaner segregati a casa!) lo scorso 7 febbraio, al Vicenza Time Café, in compagnia di lettori d’eccezione come Lorenzo Bocchese e Monica Vaccaretti.

Cosa troverete in Ancoraungiro? Facciamocelo dire, in parte, da Silvia Denti che scrive nella sua prefazione: “Il nostro Autore si è messo a nudo, non ha avuto alcuna paura di dirsi, darsi e raccontarsi, narrando anche le altrui traversie, immedesimandosi in più e più persone, sì da poter rendere a noi infiniti giri su e giù per il cuore, la ragione e l’istinto”. Otto “giri” di racconti e una sezione di poesia, dove mettere a fuoco stagioni, scorci, brividi, volti, riflessi, deliri, fantasie e quant’altro. Narrazioni per ogni gusto e tendenza, corredate di fotografie dell’autore e suggestioni a margine per una colonna sonora ideale.

Apro ora una parentesi che forse ci torna utile per mettere a fuoco la genesi della scrittura di Massimo Donà. Forse sarebbe interessante parlare di come è iniziata questa sporca faccenda della nostra condivisione dello stesso mezzo espressivo: la scrittura. Ovvero, C’era una volta Splinder. Splinder era una piattaforma in lingua italiana di blog, contrazione di weblog, gli antesignani dei social media come Facebook. Splinder nasceva nel 2001; andò in declino e chiuse nel 2012. In quegli anni avevo pure io un blog su Splinder che portava il mio nome. Recensivo libri e parlavo dei miei interessi: musica, cinema, fumetto eccetera. La caratteristica di questa community era proprio quella di leggersi i rispettivi blog e commentare. Non c’erano like o cuoricini, si intessevano lunghi dibattiti, commenti chilometrici e repliche altrettanto interminabili. Era un bell’impegno leggere i tuoi amici e commentarli, seguire i loro post. Poi tutto è divenuto più veloce e frenetico. In quegli anni leggevo sempre con piacere Brainstorm, un blog di brevi racconti. Mi chiedevo chi ci fosse dietro; mi piaceva il suo stile, c’erano idee frizzanti e un variare di registri. Dopo diversi mesi è uscita qualche notizia: dietro Brainstorm si celava un veneto. Poi gli indizi divennero pesanti sospetti. Brainstorm raccontò di un’escursione in montagna, in parete attrezzata, dove i protagonisti trovarono delle stelle alpine. Era qualcosa di molto simile a un’avventura condivisa. Mi feci coraggio e con il mio abituale aplomb gli chiesi: “Massimo, ma per caso sei tu Brainstorm?” Al che lui rispose sì, con estrema naturalezza, e con altrettanta naturalezza lo mandai a cagare!

Ecco, ho parlato dei blog perché la scrittura di Massimo ha trovato il modo di svilupparsi proprio sulle pagine virtuali di internet. Esistono manuali che insegnano a scrivere per il web, che insistono sulla capacità di catalizzare l’attenzione del lettore in uno spazio e in un tempo brevi – perché l’internauta è un fruitore distratto e tende a fare zapping tra un sito e l’altro. Massimo aveva e ha la capacità di misurarsi con la forma del racconto breve in maniera innata, e in Ancoraungiro risalta questa forma di condensare in 2 o 3 cartelle una storia, di delineare personaggi e situazioni ficcanti, in grado di bucare la pagina. I suoi sono racconti “in soggettiva”; c’è sempre una voce che dice “io” ma è un io molto diverso e distante dal suo autore (oppure a lui molto vicino, a seconda dei casi). La molteplicità di queste voci che dicono “io” sono tanti tasselli, le tessere di un mosaico poliedrico che compone la personalità di Massimo Donà, l’abilità di entrare nella pelle dei suoi personaggi riferendo i loro pensieri ed emozioni, da dentro, riuscendo nell’impresa di sedurre il lettore per l’autenticità delle sue invenzioni. La scrittura di Donà procede quasi per addizione, è molto visiva: come se muovesse un teleobiettivo Donà esplora la scena e la arricchisce via via di nuovi elementi rivelatori. È una lenta immersione, per certi versi cinematografica nel ricreare una sorta di rappresentazione in 3D. Andate a leggervi Sipario per capire cosa intendo. Andate a leggervi Mare o fate un viaggio a Cherso, al Modena Park (non poteva mancare un omaggio a Vasco Rossi, altra grande e intramontabile passione di Massimo): nostalgie di estati trascorse a suggere il midollo della vita. La tavolozza è quantomai varia e non voglio sottrarvi il piacere di assaporarla in solitudine. My Venice, per esempio, parla di come smarrirsi per le calli di Venezia; il viaggio è rizomatico, mai lineare: potete percorrere questo libro anche aprendolo a caso e leggendovi un racconto diverso ogni sera, prima di coricarvi. Il gentil sesso si potrà certamente specchiare in Donna.

Sono narrazioni intimiste e molto sensuali, quelle di Massimo Donà, ma non gli è alieno uno sguardo disincantato e crudo, molto aderente all’attualità. In A Mario rinveniamo il tema dell’orrore per la guerra. Mano tesa è invece un racconto sui senzatetto. Solo un infermiere, scritto in tempi non sospetti, è la radiografia di una delle categorie più alla ribalta dei media in queste giornate di emergenza nazionale per l’epidemia del Coronavirus. Ne emerge un sorprendente e maturo equilibrio morale ed etico tra l’uomo e il suo ufficio, una formidabile qualità di relazione, di empatia, di talento professionale nel sintonizzarsi sulle frequenze del bisogno dei malati, senza perdere il proprio baricentro e mantenere la giusta distanza dal dolore e dal pericolo del coinvolgimento che destabilizza e disgrega l’io. Leggete Quello che ho, o lasciatevi scorrere un sottile brivido di tensione e raccapriccio lungo la schiena per L’uomo è fatto di carne. Non saprei davvero cosa consigliarvi: tale è la possibilità di provare diversi sapori in Ancoraungiro. L’ho già detto a Massimo: la sezione finale, le poesie di questo suo libro avrebbero potuto ben figurare in una silloge a parte. Vi sono echi del Bukowski più lirico, altro modello di riferimento e – non me ne voglia l’autore – io vi trovo anche sprazzi di Prévert e di Garcia Lorca, quel loro approccio a un versificare concreto e materico, decisamente narrativo e sempre intelligibile, buono a far vibrare le corde più segrete del cuore e dei palati più eterogenei. Io vi consiglio Aspettami ancora, per dire, o Nessuno. O Parole. O perché no, Traiettorie: “Ci si ostina a tracciare direzioni / col tratto incerto dei sogni / per provare a percorrerle, / passo dopo passo / concentrati nel mantenere l’equilibrio / cercando di non inciampare, / di non cadere / ancora una volta. / Linee precise / ad uso esclusivo / del nostro personale sguardo, / che cerca disperatamente / appigli / per non smarrirsi / nell’intricata matassa / della realtà.” Non so, mi suona molto vicino in queste strane giornate di spaesamento. Allora, che ne dite di farci Ancoraungiro?

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