1. Montagna incantata.

 

La presa di coscienza istituzionale, riguardo al diffondersi del contagio, è avvenuta per gradi. Appartenendo alla categoria dei sanitari e non avendo, perciò, mai interrotto de facto il mio lavoro, ho avuto questa percezione di riflesso, per il tramite della vicenda di mia madre. Al mio ritorno dal ponte di Carnevale – quattro giornate sugli sci nell’altopiano di Folgaria, con la famiglia, i ragazzi a casa per qualche giorno di vacanza che (ancora ignari) si sarebbe protratto indefinitamente – avevo fatto visita alla mater presso la dimora in cui era ospitata dalla metà del mese. Queste strutture si definiscono con l’acronimo di U.T.R., unità territoriali di riabilitazione o più genericamente “nuclei di sollievo”, gergo meno tecnico e più rassicurante. Erano state adottate alcune precauzioni: si cercava di limitare gli accessi, una persona per ospite. Suonavi il campanello, ti facevano entrare e dovevi registrarti in un quaderno: nome, cognome, riferimento all’ospite visitato, ora di transito. E poi dovevi passarti le mani col gel antisettico, per evitare di lasciare imprecisati “effetti personali”, tracce sgradite di te sulle superfici contaminanti. L’avevo trovata bene, la signora. Quei corridoi erano un po’ la mia personale Montagna incantata: locali anodini ma funzionali, con camere da due persone e bagni attrezzati. Arredo minimale, pulito e ordinato, personale efficiente e premuroso. Se mi dovessi trovare in solitudine, in futuro, non mi spiacerebbe finire qui i miei giorni, non sarebbe tanto male. Mamma conferma: si mangia bene, hai una vasta scelta di portate e le giornate sono scandite da svariate attività: la fisioterapia il mattino, le sale comuni il pomeriggio, perfino qualche piccolo evento di animazione, tornei di carte e un cineforum interno per esempio. Dice che l’hanno messa sulle parallele ed è riuscita a percorrere un breve tratto camminando. La schiena, purtroppo, non la regge ancora, giusto pochi minuti.

Confidavo che, prolungando la degenza di un altro mese, si potesse farle guadagnare un minimo di autonomia personale. Mamma, vedova, vive da sola con la pensione di reversibilità del mio povero papà. Era stata investita il novembre scorso, di fronte a casa. Un tardo pomeriggio: il buio e la pioggia, la scarsa visibilità. Stava rientrando a fatica, coi suoi problemi di deambulazione, sorretta dal bastone, dopo una visita a un’amica nel quartiere. Un SUV l’aveva falciata sulle strisce. Proprio non l’ho vista, si sarebbe scusato il conducente. Frattura di tibia e perone, fratture costali multiple e tre vertebre lombari polverizzate. Al Pronto Soccorso ce l’avevano messa giù molto male, sollevando le palme delle mani: un politrauma in una donna di ottant’anni, col fisico debilitato da diverse patologie, non da ultimo un cuore male in arnese… E invece è passata attraverso una bufera di due interventi, un periodo di isolamento per un’infezione nosocomiale e infine la trasferta per la riabilitazione.

Nel fine settimana tra il 7 e l’8 marzo, il giro di vite del Governo. Mamma che mi chiama al telefono: non puoi più entrare qui. Ci hanno confinati fino al 3 aprile. Potete solo portare cambi di vestiti e tornare a casa coi capi da lavare. Tutto il Nord diventava zona rossa. Blindata la Lombardia, blindato il Veneto e anche l’Emilia Romagna, dove la diffusione del Covid-19 impensieriva i governatori delle regioni, i tecnici e soprattutto i sanitari, con lo spettro dell’esperienza cinese, in materia di misure restrittive, che sventolava tutto il suo implacabile rigore. Io e le mie sorelle ce n’eravamo quasi fatta una ragione, quando arrivò la doccia fredda. Non è più possibile concedere proroghe, c’è la necessità di fare spazio a posti letto provenienti dall’ospedale civile, non sanno cosa aspettarsi dall’onda d’urto dell’epidemia − che poi si sarebbe attestata come pandemia.

Da un giorno all’altro abbiamo dovuto rivedere i programmi. Dimettevano la siora Luigia; un mese era trascorso in un battito di ciglia e non avevamo neanche avuto il tempo di mobilitare un idraulico per riattare il bagno e renderlo funzionale per una persona disabile. Disabile, ecco un aggettivo/sostantivo che mi riverberava un certo disagio. Mamma torna a casa ma niente sarà più come prima perché ha perso la sua autonomia. Non sapevo se esser felice o angosciato. Per fortuna, con una richiesta e una serie di pratiche burocratiche per invalidità – ottenute con una velocità degna di Speedy Gonzales −, la ditta incaricata è riuscita a fornirci gli ausili necessari: girello, carrozzina e sedile per la doccia. Per fortuna che una sorella ha potuto fornire il suo supporto in queste giornate improbabili. Dove la trovi una badante durante il confino, nell’era del Coronavirus?

  Tutto ciò non ha comunque impedito a mia madre di incorrere in un piccolo incidente domestico, la prima sera del suo rientro a casa. Scombussolata per il cambio di prospettive e di logistica, si è ritrovata seduta per terra, nel bagno, incapace di rialzarsi. Mia sorella mi ha chiamato verso le 22:00, per darle man forte. Ho attraversato il centro città in auto, avvolto nel silenzio. Credo che non dimenticherò facilmente queste immagini: le luci accese nei palazzi, la vita implosa del confino e il deserto d’ombra, di fuori. Come in un quadro di De Chirico, lo stesso sentimento estraniante. Non ho incontrato anima viva nel mio percorso. Luigia ha potuto far ritorno al suo letto-Itaca, con nuovi interrogativi riguardo al suo futuro e io sono rientrato agli arresti domiciliari, in tempismo perfetto per i titoli di coda di Picard, un episodio della nuova serie Tv di Star Trek che la famigliola – un po’ allarmata per mia madre – aveva appena finito di visionare.

Oggi è stato il “giorno nero” dell’Asl 7, titolava il foglio locale. Tre anziani deceduti nelle case di riposo, pur affetti da altre patologie ma passati a miglior vita per complicanze legate al virus. Ho avuto un pensiero per le dichiarazioni della figlia di una novantenne, che non ha potuto tenere la mano della madre per accompagnarla negli ultimi istanti della sua vita. Non potrà neanche prender parte al commiato, perché in quarantena. Un dolore raddoppiato, un senso di limbo e di incompiuto. Penso che a mamma Luigia è andata di lusso, pur nelle ovvie complicazioni del caso. E mi sovviene che c’è sempre qualcuno che semplifica, forse per esorcizzare le sue paure: tanto il Coronavirus uccide solo gli anziani. Formula facile, amico mio. So che ti costerà un certo sforzo sintonizzarti su frequenze più empatiche ma prova a pensare che quel morto al quale appiccichi l’etichetta “anziano” potrebbe essere tua madre. Ti senti ancora così saldo e sicuro?

 

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