1. Untori.

 

 

Le grane, si sa, non vengono mai da sole. Il 25 febbraio, durante il ponte di Carnevale trascorso a Folgaria (TN), sono caduto sugli sci. Ci eravamo spostati verso passo Coe e i Fiorentini. Giornata con cielo coperto, più fredda del giorno precedente dove il termometro si era rialzato fino ai 16-17°C. Scendendo da Coston c’è una lunga e ampia discesa, una pista rossa ben affrontabile, con pochi sciatori; incappo in una lastrina di ghiaccio (durante la notte la neve sciolta per le alte temperature si ricompatta e diviene più difficile da praticare) e perdo aderenza nella coda dello sci di destra. Cado su un lato e sento un crac! al ginocchio destro. Un male atroce. Mia moglie si agita perché non riesco più a mettermi in piedi; i ragazzi sono già a valle. Una sciatrice di passaggio si ferma e chiama i soccorsi. Arriva una poliziotta del soccorso alpino, in motoslitta. Mi carica sul sedile posteriore, con attenzione, e mi porta fino a passo Coe. Più tardi mi raggiungono anche Sabrina e i ragazzi. Attendo, imprecando a denti stretti, lo skibus che mi riporterà a Costa, attonito e infreddolito.

La sera stessa il ginocchio è un po’ gonfio ma non ho particolari problemi di appoggio. Rientriamo a Vicenza e due giorni dopo vado a farmi dare un’occhiata dalla mia brava dottoressa di base. Sostiene che c’è un modico versamento articolare e con tutta probabilità ho intaccato il menisco. Sembra non ci siano rotture o problemi di legamenti. Mi richiede una risonanza magnetica e una successiva visita ortopedica. Dovrei cercare di rimanere a riposo ma… in partita Iva, da libero professionista, ho qualche preoccupazione al riguardo. Il ginocchio mi molesta, duole. Anche la notte, fatico a trovare la giusta posizione, cazzo.

Nei giorni successivi la marea del Coronavirus monta e si intensificano le misure di contenzione. Assistiamo alle lodevoli performance del nostro Governatore regionale, che crea un mezzo incidente diplomatico con la Cina. «La mentalità che ha il nostro popolo a livello di igiene è quella di farsi la doccia, di lavarsi spesso le mani. L’alimentazione, il frigorifero, le scadenze degli alimenti sono un fatto culturale. La Cina ha pagato un grande conto di questa epidemia che ha avuto perché li abbiamo visti tutti mangiare i topi vivi». Affermazioni così si commentano da sole; rimango sempre perplesso di fronte a simili esternazioni, improntate al folclore più bieco, che alcuni esponenti della nostra classe dirigente adottano in contesti pubblici, col crisma dell’ufficialità. Forse sono solo dislocati spazio-temporalmente, perché il loro teletrasporto è difettoso: in realtà credono di trovarsi ancora in osteria, a giocare a Briscola tra un’ombra – lo chiamiamo così, noi, in veneto, un bicchiere di vino rosso corposo – e l’altra. Pronta la risposta dell’ambasciatore della Repubblica Popolare Cinese in Italia. Dice che in un momento cruciale come questo, in cui la Cina e l’Italia si trovano fianco a fianco ad affrontare l’epidemia, non è tempo per offese gratuite. Il nuovo Coronavirus è un nemico comune, che richiede una risposta comune. Vallo a dire al povero malcapitato che si è presentato al Pronto Soccorso dell’Ospedale San Bortolo di Vicenza, con i sintomi di quella che pareva essere una laringite. Come da prassi – già adottata ben prima dell’emergenza da Covid-19 – gli infermieri gli forniscono una mascherina e lo invitano ad accomodarsi in sala d’attesa, ad aspettare il suo turno. Ma quell’uomo ha dei lineamenti asiatici, e scatta la psicosi del contagio! Intorno a lui si fa il vuoto, le persone si riversano nei corridoi e alcune attendono di esser chiamate addirittura fuori dall’edificio. Ho un ristorantino cinese d’asporto proprio sotto casa. Ci vado con una certa regolarità, a prendere qualcosa. Ai miei ragazzi piace molto il loro pollo al curry, i ravioli alla griglia e alle verdure, il riso alla cantonese. La ragazza al banco, sempre sorridente e discreta, dietro al bancone spartano, con qualche addobbo esotico, giusto un richiamo all’estetica del Sol Levante. Niente merce esposta; tutto si svolge nel retrobottega, dove il marito è ai fornelli senza sosta. Hanno ricavato persino una piccola saletta d’attesa, con qualche rivista per ingannare il tempo della preparazione dei cibi. L’esercizio è uno dei più longevi in zona; mentre una miriade di negozi ha chiuso nel volgere di 6-8 mesi dall’apertura, nel corso degli anni, i cinesi sono aperti da quando ho memoria di essermi insediato nel quartiere, nel 2005. Ma nei giorni del Coronavirus, prima che il decreto imponesse le saracinesche abbassate per ristoranti e tavole calde, il take-away era disertato. Una nuova sindrome cinese serpeggiava tra gli italiani. I cinesi si infiltravano dappertutto, silenziosi ma letali. Erano tra noi, come ne L’invasione degli ultracorpi. Ci avrebbero impestati, disgregando la nostra civiltà fin dalle fondamenta.

Ho letto giusto ieri un articolo su La Repubblica (21 marzo) che spiega come, secondo una ricerca del Campus Biomedico di Roma, l’analisi dei genomi ha svelato che il Covid-19 è entrato in Italia sia dalla Cina che dalla Germania. I “pazienti zero”, perciò, potrebbero essere almeno due. La pista tedesca, ora si sa, è quella relativa al paziente di Monaco, scoperto in Germania il 24 gennaio, contagiato da una collega di Shangai che aveva incontrato i genitori di Wuahn e si era messa in viaggio priva di sintomi. Quando ancora nel Belpaese non circolavano le notizie sul paziente di Monaco, c’era stata la caccia alla coppia di anziani cinesi arrivati da Pechino, al seguito di una comitiva di 20 turisti cinesi. I due sono originari, guarda caso, di Wuahn, e in Italia il loro è un percorso intricato da ricostruire per il gruppo di detective sanitari del Nas di Roma. Scalo all’aeroporto milanese di Malpensa, ma Milano non è una tappa del loro tour. Un pullman li porta prima a Verona, poi a Parma, in Emilia, in un lussuoso hotel 5 stelle che sarebbe stata la base per la visita ad altre località della regione. Il 27 gennaio il 66enne di Wuahn inizia a manifestare i primi sintomi d’influenza, perciò Ia coppia decide di andare più lentamente e si divide dal resto del gruppo mentre sono di passaggio in Toscana. La comitiva ha come destinazione Napoli, mentre i coniugi alloggiano nel cuore della Capitale, all’Hotel Palatino. È qui che anche la donna, una 65enne, inizia a sentirsi male. I due, com’è noto, verranno ricoverati allo Spallanzani di Roma, centro specializzato per le malattie infettive, dove i ricercatori identificheranno il Covid-19.

Ai primi di marzo mi sono sottoposto a una risonanza magnetica per il ginocchio. Mi hanno trovato subito uno spazio al CMSR di Altavilla, nella fascia notturna. In quei giorni molti accertamenti erano saltati; in tanti avevano disdetto le visite prenotate, per timore del contagio, questo prima che i decreti ministeriali imponessero alle aziende sanitarie di cancellare in agenda gli appuntamenti non strettamente necessari. C’era un’atmosfera insolita nel bunker della radiologia. Non so, già arrivare nel parcheggio di fronte alla palazzina del centro, deserto e silenzioso, sotto una pioggia scrosciante (era una serata di temporale) mi sembrava un’atmosfera congeniale a un film espressionista tedesco. Dopo essermi registrato mi sono accomodato con un libro in sala d’attesa. Le poche persone che incrociavo mi stavano a debita distanza. Nessuno parlava, quelli che erano entrati con un accompagnatore biascicavano tra loro. Ogni tanto incrociavo lo sguardo di qualcuno; ricambiavano la mia occhiata indiscreta con sospetto, come se costituissi una minaccia. La temperie del contagio aveva già prodotto i suoi effetti; pure io non risultavo immune alla sua influenza. Avvertivo quel senso di allarme latente, come un animale che si sente braccato e si guarda intorno con circospezione, cercando di individuare possibili vie di fuga nel caso gli eventi precipitino. Poi un’infermiera mi aveva chiamato con un codice che mi era stato assegnato, per via della privacy, e mi aveva indicato uno spogliatoio. Anche la signora che ho incontrato nell’anticamera della sala RMN, che attendeva con me di effettuare il suo esame, non ha proferito parola. Mi chiedevo se in altre circostanze avrei snocciolato una battuta, magari solo per allentare la tensione riguardo al fatto che stavamo aspettando in mutande e canotta, fasciati da un camice in tessuto non tessuto, aperto sul di dietro, con i calzini arrotolati e le scarpe slacciate. Eravamo ridicoli, calati in quel silenzio che non ho avuto il coraggio di spezzare. Mi sembrava di esser stato rapito dagli alieni. Ricnchiuso e bombardato di suoni: ronzii, percussioni ritmiche, frequenze al limite del fastidio. Un lieve senso di claustrofobia e un certo timore per le placche metalliche che ho ancora in sede, tra tibia e perone a sinistra, souvenir di un incidente stradale del 1982. Pensavo che si sarebbero surriscaldate, incendiandomi la gamba. Sono pensieri rassicuranti da fare mentre sei rinchiuso in un tubo di metallo per una quindicina di minuti.

Quando ho ritirato il referto, una settimana dopo, non credevo ai miei occhi. Evidenziava degli esiti di una frattura del piatto tibiale, note degenerative a entrambi i menischi, quello laterale fissurato al corno posteriore. Integri i legamenti, ma il crociato anteriore non si visualizzava bene per via di una raccolta. Ho sentito la dottoressa al telefono, la quale mi ha subito generato un’impegnativa di visita ortopedica urgente al pronto soccorso. Nel congedarmi ho avuto l’istinto naturale di porgerle la mano, per ringraziarla. Un gesto spontaneo, il mio, di gratitudine, senza pensare che eravamo nell’era del Covid-19. «No, non stringo le mani di nessuno», mi ha ribadito. Il giorno dopo, nel primo pomeriggio, mi sono perciò recato in ospedale. Al Pronto Soccorso hanno installato una cabina che funziona da pre-Triage. L’infermiere che ti accoglie, bardato con camice, guanti, visiera e mascherina chirurgica ti chiede se hai sintomi tipo febbre o difficoltà respiratorie. Se li hai ti invia all’ambulatorio-tenda appositamente allestito per il Coronavirus. Se no ti fornisce di un bigliettino per accedere al Triage principale del Pronto Soccorso. La sala d’aspetto è semideserta; solo una coppia di anziani, un trentenne e il sottoscritto. La signora anziana beve da una bottiglietta di minerale che il marito le ha procurato da un distributore. Un sorso le va di traverso e inizia a tossire. Il marito la rimprovera; sta attenta, le dice, che qui rischiamo il linciaggio. Le salette d’attesa hanno le sedie con dei cartelli. Le sedute sono troppo accostate e tra l’una e l’altra c’è un cartello che ripete: “Vietato sedersi qui, ai sensi del dpr…”. Per mantenere la distanza di sicurezza.

L’ortopedico ha ridotto considerevolmente l’evidenza della mia risonanza. Dice che sono gli esiti di una distorsione importante; potrebbe essere offeso il legamento crociato anteriore. Mi consiglia della fisioterapia e se nel tempo il crociato appare ancora insufficiente sarei da rivedere. Inutile dire che il suo responso mi ha sollevato, nelle prime ore. Non sembra ci sia indicazione a intervenire, insomma, ma ho ancora delle limitazioni nel movimento e la notte non riesco a trovare una buona posizione per dormire: fa ancora male. «Fai piscina, oppure va in bici», mi ha detto, da dietro la sua mascherina. Come no? È il momento migliore per prenotare delle sedute di fisioterapia, o per andare a zonzo a fare sport. Mi sa che non posso neanche chiedere un secondo parere. Mi tengo il mio ginocchio male in arnese, per ora. Sperando in tempi migliori.

 

Puoi anche leggere:
CRONACHE DAL LIMBO – 0. Eroi per un giorno.
CRONACHE DAL LIMBO – 1. Montagna incantata.
Share Button