1. La Babele delle piattaforme.

 

 

Sono quasi le 23. Abbiamo finito da poco di vedere un film noleggiato su Google Movie: Green Book, gran bel film. Siamo stati bene tutti insieme, raccolti sul divano del soggiorno. Accompagnamo a letto i ragazzi, è importante che riposino. Domattina hanno dei collegamenti, per le 8:30. Le sclere degli occhi arrossate, per via delle troppe ore al giorno incollati davanti agli schermi del pc, del telefonino, del tablet o della Smart Tv. Gli esperti consigliavano di limitare l’esposizione, che l’uso protratto di questi dispositivi avrebbe causato diversi disturbi, dall’iperattività alla perdita dell’attenzione, dalle turbe del sonno a forme più o meno marcate di depressione. Ma nell’era del Coronavirus il Mondo transita nel salotto di casa, giocoforza, per mezzo della tecnologia, che ci vuoi fare? Mica tutti sono dinosauri come il sottoscritto, che il mattino porta fuori l’immondizia e si ferma in edicola per acquistare un paio di quotidiani: sapete, quei vecchi fogli di carta di scarsa qualità… Mia moglie è visibilmente stanca, le si chiudono le palpebre ma prima di andare a letto decide di dare un’ultima scorsa a EdModo. «Non sia mai che abbiano cambiato i programmi», dice. «È successo anche ieri. Prima avevano deciso per una lezione online sul ʼ700, a gruppi, a partire dalle 9:30. Ma forse poi la fanno su Meet. Una sessione unica, per tutti quelli che si collegano, alle 10:00. Ma come si fa a stare dietro a tutta ʼsta cosa?» Ecco, dal cilindro della piattaforma salta fuori che domani è Dantedì e così la prof si è allineata alle indicazioni ministeriali e alle tante iniziative sui media e ha deciso di inserire anche un breve intervento sull’Alighieri e il Canto XXVI dell’Inferno. Fatti non foste a viver come bruti ma per raccogliere virtute e canoscenza. È l’ora della resa. I genitori sono tutti prigionieri di guerra, presi per sfinimento (fisico e psicologico).

Intendiamoci: non è che noi si stia a casa tutto il giorno, dedicati. Siamo sanitari e in queste giornate il lavoro ci porta fuori, alla stessa stregua dei postini e dei corrieri, dei cassieri dei supermercati o di chi gestisce una macelleria o un panificio. I lanz – come li chiamo io (è un abbreviativo di lanzichenecchi) – hanno 12 e 14 anni. Il grande fa la prima liceo e sa come strutturarsi le giornate; il piccolo ha invece ancora bisogno d’essere imbeccato. Mentre si attendono i criteri coi quali potrebbe venire assegnato un voucher babysitter dal Governo – ma di nuovo: dove la trovi una babysitter di questi tempi? – noi potremmo già marcire in galera per il reato di “abbandono di minore” se non fosse che, come liberi professionisti, io e mia moglie si riesca ad alternarci tra il lavoro e il seguire la prole nelle attività di didattica a distanza. Sono sinceramente dispiaciuto per tutti i giovani che – mentre scrivo siamo a fine marzo – con tutta probabilità perderanno questo anno scolastico. La mia generazione, quando arriverà a quella stazione del percorso in cui si campa più di memorie che dell’attualità, un po’ più spaesata e rimbambita di quanto non lo sia oggi, ricorderà con una lacrimuccia di nostalgia eventi quali l’eccezionale nevicata del 1985. I miei figli racconteranno ai loro nipoti della terribile pandemia da Covid-19, del lockdown imposto dallo Stato. Provo tenerezza per il mio quattordicenne che, fino a qualche mese fa, riteneva che l’avere un congruo numero di followers su Instagram fosse un plusvalore per quella che definiva la sua “socialità”. Si era fatto un discreto giro di amicizie tra i suoi nuovi compagni di classe, al liceo, e in questi strani giorni mi dice che gli mancano quei momenti di prossimità: l’andare al scuola insieme, il mattino, sfottendosi un po’ l’un l’altro; gli allenamenti di canoa con la sua squadra, il sabato pomeriggio; il darsi appuntamento a casa di uno o dell’altro per la ricerca assegnata; un panino dopo una passeggiata in corso Palladio. A volte sento esplodere una risata fragorosa, dietro la porta della sua cameretta. È in video chiamata con un suo amico, su Whatsapp, e si stanno raccontando qualche aneddoto sulle lezioni a distanza. Due giorni fa stava seguendo una lezione di latino su Zoom e gli è preso un terribile mal di pancia. Era il classico mezzobusto televisivo: indossava una felpa, sopra, e sotto in calzoni del pigiama e ciabatte. Ha escluso momentaneamente l’audio dalla sessione di lavoro e ha continuato a seguire la prof che discettava della terza declinazione sedendosi sul water, con il telefono poggiato sul davanzale della finestra.

Qualche giorno fa leggevo un interessante contributo di Giulio Mozzi in rete. Si era fatto un giro sul sito del Ministero dell’istruzione, nella sezione dedicata alla didattica a distanza. Negli stessi giorni della sua ricognizione alcuni quotidiani uscivano con titoli come “Genitori in rivolta, date meno compiti e insegnate di più”. Mozzi riferisce di aver trovato solo generiche raccomandazioni (il non ridurre la didattica a un mero invio di materiali, per esempio) e svariati link a piattaforme private. Curioso che non si sia pensato a una piattaforma esclusivamente dedicata alla didattica a distanza e ai registri scolastici. L’emergenza virus ci ha presi tutti alla sprovvista. I docenti hanno dovuto inventarsi un modo di fare didattica online e noi genitori, in maniera altrettanto abborracciata, siamo stati costretti a inventarci un modo per seguire i nostri figli.

Mi devo alzare presto il mattino, o andare a letto in tarda serata se voglio utilizzare il pc per scrivere e sbrigare quel po’ di smart working – altro termine di uso corrente in questi giorni – che mi è richiesto, per il mio lavoro. Per il resto il dispositivo è monopolizzato esclusivamente per seguire le videolezioni. E dire che, facendo l’appello in casa disponiamo di 2 computer, 2 tablet e ognuno ha il suo telefono ma, come dice Mozzi, provate a farvi 3 o 4 ore di lezione via telefono… Nei primi giorni di quarantena rincorrevamo i compiti assegnati tra EdModo, che io ho personalizzato in Edward Modo – il quinto componente della famiglia – e Nuvola. I compiti del più piccolo si materializzavano in home page della classe. Talvolta, per qualche motivo imperscrutabile, ci pervenivano dopo qualche giorno dall’effettiva assegnazione. Ora abbiamo scoperto anche i sotto-menu delle singole materie, dove altri materiali e compiti vengono postati. Provo una sottile invidia per i miei figli che dispongono di almeno 5 account mail quando io ne ho solo 2. Piovono link come meteoriti. L’insegnante di violoncello del lanz piccolo che mi chiama al telefono: «Guardi che mi ora mi collego…» Gli dico che avviserò il mio Giacomo perché al momento sono fuori casa, per una visita a un mio paziente. «È lo stesso link della volta scorsa», mi ribadisce, «ma se vuole le passo mia moglie che è più tecnologica».

«Perdonate la luce così intensa… questa lampada mi rende lo studio uniforme, di una tonalità verdognola», si scusa un altro docente su Hangout. Oggi a Giacomo è andata bene; alle 9:30 è filato tutto liscio e si è collegato col suo gruppo. I docenti fanno tre sessioni di mezzora, quaranta minuti ciascuna, hanno suddiviso in 3 gruppi gli studenti, che sono 20 in tutto. L’altro giorno è successo che il lanz si è collegato un minuto dopo e la sessione era al completo. 9 slot occupati su 9. Alcuni studenti che facevano parte di altri gruppi, assegnati in altro orario, avevano occupato il posto assegnato – un po’ come succedeva all’università quando andavi a lezione e scoprivi che l’aula era gremita e non c’erano più posti a sedere. Ma ci stanno lavorando… a breve, fanno sapere, sarà disponibile il nuovo account su Gsuite. Con quello potremmo collegarci tutti insieme, appassionatamente. Non che questo elimini ogni imprevisto. Le piattaforme forse non avevano tenuto conto del carico di lavoro e spesso crashano per il sovraccarico. «Non inviatemi i compiti eseguiti sulla home page, non ce n’è bisogno. Vi invierò un file con le correzioni.» Come volevasi dimostrare: la rotellina dello scrolling si surriscalda a furia di scorrere pagine su pagine con le foto dei compiti svolti, istantanee pressoché illeggibili – che ricordano le vecchie Polaroid – e una congerie di video postati dal prof di motoria, con gli esercizi da svolgere (e visto che ci sono perché non postare anche una clip dove sto in montagna a fare free climbing, così viaggiamo con la fantasia?). Strappano un sorriso e sono altrettanto creativi i genitori che salutano i prof con la manina, defilati, su un angolo dello schermo, o quelli che suggeriscono le risposte ai figli, con sussurri fuori campo, durante le sessioni di quiz a tempo. «Senta, professoressa, io non riesco a trovare gli esercizi che ci ha chiesto di fare… nella pagina che mi ha indicato non li trovo.» «Non può, essere: guarda che ci sono, proprio a pagina 119.» Poi viene fuori che il ragazzo ha il cartaceo ma nell’ebook gli esercizi sono una decina di pagine più in là.» «Hanno implementato il servizio di messaggistica», dice un’insegnante mia amica. «Ma a volte è un guazzabuglio; oggi, per esempio mi sono trovata nella posta della 2a B dei messaggi in cirillico… chissà da dove venivano. E sono in quattro a spergiurare di avermi spedito i compiti quattro giorni fa… ma non li vedo da nessuna parte.»

La domanda che tutti si pongono è: torneranno a scuola in tempo per terminare l’anno scolastico? E se non torneranno, come la mettiamo con le valutazioni? Di fatto è saltato il secondo quadrimestre. La nota del Miur è che si proceda ad attività di valutazione costanti, ma non vi è alcuna indicazione sul come dare i voti. Oggi Roberto Vecchioni, intervistato da Radio Capital, ha invocato il 6 politico. Per lui i ragazzi sanno bene cosa vogliono, hanno interesse per la cultura e quest’epoca sarà un’occasione per ritrovarli più maturi e responsabili. I genitori e i ragazzi stavano già manifestando il loro consenso, iscrivendosi al Vecchioni fan club. I giornali riportano, invece, che la ministra Lucia Azzolina lo esclude categoricamente. Sto pensando ora a quei poveri diavoli che devono dare la maturità, tra cui mio nipote. Il discorso sul 6 politico mi fa un po’ storcere il naso perché mi sembra la consueta soluzione all’italiana: volemose bene. Già c’era poca meritocrazia; quel che vedo io è che c’è chi si smazza e chi no. Viviamo un momento drammatico, è innegabile, ma alcuni ragazzi ci marciano e i genitori, già distratti prima, persistono nella loro miopia. I conti non tornano, perché sono sempre gli stessi quelli collegati e quelli che inviano i compiti. Ora si stanno ricompattando ma manca sempre qualcuno all’appello. Fancazzisti della prima e dell’ultima ora, ma anche disagiati a differenti livelli. Non tutti hanno un pc o un tablet. Magari ne gira uno per casa, e serve ai genitori per il telelavoro. E poi la connessione costa; non dico della ricarica del telefonino ma il wi-fi che permette il collegamento di tutti i dispositivi della famiglia è indicatore di un certo benessere. Per non parlare di dover stampare: è tutto chiuso e non tutti dispongono di una stampante o di un toner in casa. Cosa accadrà quando avremo finito l’inchiostro e le risme di carta? Questioni economiche, sociali e culturali. Per dirne una: non tutti i genitori hanno le risorse cognitive per seguire i figli nei compiti. Io per esempio sono un cane in matematica e geometria – per fortuna c’è mia moglie a colmare – però me la cavicchio con l’inglese e l’italiano. Non riesco a impedirmi di pensare che questa emergenza ha ampliato la forbice delle diseguaglianze. Chi era già penalizzato prima lo sarà, forse, ancor più dopo. Con buona pace di Vecchioni, senza toni apocalittici ma con la consapevolezza che non siamo planati in un cartone della Pimpa.

 

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