04. Presenze assenti.

Presenze assenti (Cancellazioni), 2017, Franco Chiani, da “Nighthawks” di Edward Hooper (1942).

Prendiamo un dipinto come il Narciso di Caravaggio. Improvvisamente Narciso è uscito di scena. Nello specchio d’acqua, però, rimane il suo riflesso. Immaginate il chiosco all’aperto in Nottambuli di Edward Hooper privato del barman e delle figure che lo popolano, o L’urlo di Munch senza l’omino stilizzato che porta le mani al volto: solo il fiordo sullo sfondo. Sì, è straniante pensare che anche dopo la nostra assenza qualcosa di noi possa abitare gli oggetti, che qualche traccia del genere umano permanga dietro il bancone di un bar o su un poggio panoramico.

È questo il lavoro di un uomo che mi sta a cuore, l’artista e pubblicitario Franco Chiani. Nella scelta deliberata di cancellare il genere umano dal paesaggio, ecco che il contesto diviene totalmente autonomo. È una sorta di memento: ricordati che il “contesto” c’era prima del tuo arrivo, per quanto tu lo abbia modificato, e rimarrà quando tu te ne sarai andato. Non senza aver prima trattenuto qualcosa di te. Un odore, un fluido, un oggetto che ti apparteneva, un qualsiasi segno del tuo passaggio che testimoni di te. Io c’ero. «La presenza esclusiva del contesto», dice Chiani, «riporta agli occhi la fortissima identità che esso ha, indipendentemente da noi, da ciò che siamo e facciamo». Non posso fare a meno di pensare a Franco in queste giornate singolari, mentre mi muovo per le vie della città.

Infilo i guanti perché devo misurare la pressione e altri parametri a una mia paziente, una ultranovantenne confinata in casa – fin da prima della quarantena imposta dai decreti – per via della sua malattia. La badante viene ad apririmi la porta e, una volta entrato, la signora mi osserva incredula. «Perché porti la mascherina?», mi chiede. È così ogni volta, da quando è iniziato il lockdown. La mia cara signora ha dei momenti di lucidità ma più sovente la memoria del presente vacilla. Tenere insieme i banchi dei ricordi di oggi, nel disco fisso della sua mente, riveste poca importanza per lei. Sono più saldi, come capita a molti dei nostri anziani, gli eventi del passato: più caro, più vissuto con intensità, non ancora minato dalla malattia. C’è il virus, le spiega la badante. Lo ribadisce a ogni nostro incontro. «Ma anche i guanti?», dice la mia signora. Le spiego per l’ennesima volta che è per proteggere lei, che è considerata una categoria a rischio. La signora è seduta sulla poltrona; la Tv sempre accesa le fa compagnia durante la giornata, è tutto quello che entra, del mondo, nel suo soggiorno, assieme alle chiacchiere della badante. Il volume è alle stelle; chiedo se possono abbassarlo mentre infilo il fonendoscopio nelle orecchie. Lei non stacca gli occhi dallo schermo, registra le immagini ma è come se non le codificasse. Sullo schermo passano le immagini dei camion militari che dal cimitero monumentale di Bergamo trasportano le bare dei defunti, vittime del Covid-19. Non c’è più spazio, le portano nelle regioni limitrofe del Nord, per la cremazione. Il dissolvimento della materia, nella mestizia e nel silenzio dell’opinione pubblica che osserva a distanza, senza il pianto e le preghiere dei congiunti. Ora che quelle persone non ci sono più, che non stiracchiano più la loro ombra sulle superfici della terra – lo so, è una riflessione quasi foscoliana, nella laicità che mi permea: mi scuso per coloro che credono in un altrove – ci si dovrà affidare, per alimentarne il ricordo, alle opere che hanno realizzato mentre erano in vita e al ricordo di chi li ha amati e ha condiviso con loro tratti più o meno ampi del percorso. Prendiamoci cura della memoria, collezioniamo feticci, scambiamoci informazioni tra chi c’era, chi è stato testimone. È una battaglia impari, contro un mezzo labile e liquido, come può esserlo il nostro rammemorare ma non possiamo arrenderci, non finché abbiamo vigore e siamo consapevoli. «Come va là fuori?», mi chiede la signora. Anche questa è una domanda ricorrente. C’è in lei una sorta di avidità del notiziabile e io sono come un messo, uno strillone che riporta le news più fresche. C’è la fila per entrare all’ufficio postale, dico. Una decina di persone, che osservano la distanza sociale. «Ma cosa dice Mussolini?», domanda la mia cara signora.

 

Non credo di aver mai visto via IV novembre così vuota. Mi ricorda uno dei giochini che mi divertivano quando ero piccolo. Ne ho un ricordo vago – vedete? Non possiamo crogiolarci nelle nostre certezze  ̶ , come dei flash. C’erano dei fogli colorati, una sorta di set cinematogafico, con strade, edifici e incroci. Poi tu dovevi inserirci le macchinine e le sagome dei personaggi. Il fattorino, la fioraia, il postino, il poliziotto. In via IV novembre dovrei metterci molte macchinine, perché i parcheggi sono vuoti, anche quelli del distretto sanitario di Santa Lucia, perennemente occupati in tempi di assembramento. Poi dovrei metterci i ragazzi che escono da scuola, schiamazzanti. Il nonno vigile che dirige il traffico, per permettergli di attraversare sulle strisce bianche. I bar con la gente al banco o seduta sui tavolini, a masticare o sorseggiare qualcosa. L’ufficio postale gremito, i negozi col loro via vai di clienti, i corrieri che depositano pacchi, le biciclette e i ciclomotori. Invece il silenzio copre ogni rumore e vedo un paraplegico che avanza con la sua carrozzina. Lo riconosco, anche se è invecchiato. Durante il mio primo incarico in ospedale, lavorai per qualche anno in un reparto di rieducazione funzionale. Il turno del mattino era interminabile e massacrante: c’erano le cure igieniche da fare, i cateterismi e le esplorazioni rettali. Vestivamo e sollevavamo i pazienti per farli scendere in sedia. Erano per lo più paraplegici e tetraplegici. Persone che non avrebbero più camminato sulle loro gambe. Non era facile mantenere a lungo un simile posto di lavoro, anche e soprattutto dal punto di vista psicologico. Ma ho imparato molto, specie riguardo a certe priorità esistenziali. Quello che all’epoca era un ragazzo e ora è un uomo maturo e mi sta sfrecciando davanti, spingendo con energia le ruote della sua sedia a rotelle, ha avuto un incidente stradale. Una notte rincasava con alcuni amici, in auto, al termine di un concerto. Buona musica, qualche birra di troppo, qualche canna di troppo e un frontale con un altro automezzo. Lui era accanto al guidatore e si fratturò la spina dorsale. Ora abbozza un mezzo sorriso di piacere nello scorrere con la sua carrozzina giù dai marciapiedi. È in strada, nel suo senso di marcia. Ha tutto lo spazio che vuole, potrebbe anche scorrere lungo la linea di mezzeria, chi potrebbe fermarlo? Affronta in velocità la rotatoria, quasi senza fermarsi: è il momento di prendersi una piccola rivincita nel deserto urbano nel quale ci troviamo a transitare.

 

La mia tabella di marcia ha un curioso refrain, oggi. In pieno centro storico devo fare visita a un’altra signora longeva che ha passato da poco le 95 primavere e vive da sola, coi figli e una donna a ore che provvedono ai suoi bisogni. Ha qualche acciacco, il cuore che sbuffa e balla il twist ma resiste. Sarebbe improbabile trovare parcheggio in largo Goethe, a quest’ora, ma oggi posso lasciare la mia Opel Astra dove mi pare e piace. Mi incammino a piedi e infilo il rione delle Barche. Solo un negozio di ortofrutta è aperto, con un cliente che indugia sulle cassette di pomodori. Mi attacco al campanello perché la mia longeva non ci sente più bene. Infine mi apre il portone e salgo al piano. Prima leggeva il labiale, ma ora con la mascherina che indosso è in difficoltà, perciò devo gridare per farmi capire. Insiste per offrirmi un caffè. Come posso rifiutare? Lo sorseggio a debita distanza. «Ho scoperto che hai la barba, e sorridi pure…», dice. «Con quelle mascherine non si capisce se state ridendo o piangendo, guarda cosa ci doveva capitare con questo virus. Io ne ho viste di tutti i colori: la guerra, ho patito la fame, ho partorito e cresciuto tre figli e mi sono pure ammalata di una specie di tifo. Vuoi che mi faccia paura questo Corona?» Dopo che le ho misurato la pressione e compilato un’apposita scheda mi invita a seguirla nella sua camera. Vuole farmi vedere la vista che ha dal balcone. «Da quando sono vedova io sto bene qui. Guarda: cosa potrei desiderare di meglio?» Annuisco. Dal suo poggiolo vedo Monte Berico, un braccio del Retrone e perfino Ponte San Michele. Il sole è quasi allo zenith e l’aria è fresca, sa di primavera inoltrata. La Natura che si sta riprendendo, con calma, quello che le spetta di diritto. Mi vengono in mente le anitre selvatiche che scorrazzano per il centro di Treviso, o mamma cinghiale che precede e sorveglia la marcia dei suoi piccoli cinghiali, rigorosamente in fila indiana, sulle colline di Teolo. L’avvistamento di un branco di delfini sulle coste di Pellestrina, video divenuto virale sui social. E noi? Dove andremo ad abitare? Ci ritireremo per sempre nelle nostre case? Le ultime vestigia della nostra civiltà; rovine sparpagliate alla cazzo, come in una incisione di Piranesi. Il teatro Olimpico divorato dalla vegetazione. Una mascherina calpestata, tracce del nostro passaggio. Mi scorrono queste immagini mentre mi lascio baciare dal sole, sul balcone, godendo del panorama privo di figure umane. Ma è un attimo: la longeva mi richiama alla realtà. C’è da fare il tour guidato delle foto incorniciate sul suo trumeau. Qui eravamo a… Non so in che anni fossimo, mi pare nei primi Sessanta. Non ho il cuore di dirle che lo avevamo già fatto, questo tour, almeno un paio di volte. La longeva mi intenerisce, anche per via della sua modalità di vivere. Ogni momento è un eterno presente. Io ci sono ma non ci sono. Sono presente e sono assente, al contempo. Non mi si riconosce, per la mascherina, e ogni nuova volta ci si meraviglia per la scoperta di una barba o l’increspatura di un sorriso, o per il piacere di rinverdire il passato con chi ti ascolta e ti comprende, come se si trattasse di un’epifania senza fine. Chissà se si ricorderà, di me, quando avrà richiuso la porta alle mie spalle. O forse sì. Sarò la traccia anamnestica di una miscela di professionalità, di cordialità e di empatia che fanno la differenza, che riscaldano il cuore di ricordi vaghi ma capaci di addolcire, un poco, la solitudine e lo spaesamento.

 

 

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