Giulio Mozzi, Le ripetizioni (Marsilio, pp. 358, 2021, ISBN 9788829708871)

Ecco il nuovo romanzo di Giulio Mozzi. Anzi, no. A 60 anni Giulio Mozzi scrive il suo primo romanzo. No, non fraintendete, non è un esordio: Giulio Mozzi ha pubblicato diverse raccolte di racconti; ho adorato Questo è il giardino (Theoria, 1993) e, tra le altre, Il male naturale (Mondadori, 1998). Di recente Laurana ha fatto uscire l’antologia Un mucchio di bugie. Racconti scelti 1993-2017, se voleste mettervi al pari. Mozzi insegna scrittura creativa, ha fondato a Milano la Bottega di narrazione e lavora come editor e talent scout per diversi editori.

Vediamo perciò di dipanare insieme – chiedo aiuto, cioè scrivo per voi che leggete, con l’intento di trovare un ordine alle mie impressioni e alla memoria (fallace) di queste pagine (tante, forse troppe) – questa mia esperienza di lettura del romanzo (è un romanzo?). Vedete? Sono già preda del dubbio perché il nuovo libro di Mozzi è – in sostanza – una possibilità, la possibilità sperimentale di raccontare una storia (o delle storie) e di sfuggire deliberatamente a ogni tentativo di ordinarla in una sequenza logica, di restituirne un possibile sviluppo lineare. A partire dalla copertina, con l’espressione inquietante di un giovinetto (opera della cerchia di Giorgione), opzione dell’editore che a ben guardare tradisce l’unica immagine davvero acconcia al romanzo – inserita in un bianco/nero prima dell’indice, che non dona giustizia all’originale – ovvero il Discorso attorno a un sentimento nascente di Claudio Laudani (sul quale torneremo poi), uno dei perni sui quali si avvita la narrazione.

Sono quasi certo di una cosa, Le ripetizioni ha un protagonista: è Mario e abita a Padova. Mario vive diverse vite: nella più rassicurante ha pubblicato delle raccolte di racconti, viaggia in treno e lavora nel mondo editoriale. Ha deciso di sposare Viola, una donna che cerca stabilità in una relazione serena, abitudinaria, colma di dolcezze e attenzioni. Viola però non riesce a scollarsi di dosso la sua seconda vita, il bisogno di sottomettersi sessualmente a un amante e per mezzo suo a perfetti sconosciuti, in un mix di ansie, paure, perversioni, dolore, disgusto e piacere insieme. Viola non sa dell’altra vita di Mario, con Bianca, una donna mentalmente instabile che vive a Roma e dalla quale non è mai riuscito a staccarsi, nonostante lei lo abbia lasciato diversi anni prima. Bianca ha una figlia, Agnese, e Mario non sa se è figlia sua. E non finisce qui: nella sua parte più oscura, il personaggio di Mario è lo schiavo del giovane Santiago, figura efebica che incarna il Male assoluto nei suoi aspetti più estremi e intollerabili.

D’accordo, fingiamo che per sommi capi vi abbia delineato un possibile intreccio. L’aspetto più affascinante di Le ripetizioni è forse il montaggio delle scene, ovvero una serie di storie, di quadri, di episodi raggruppati in sottoinsiemi (si dice così?): La storia del bossoLa storia delle fototessereLa storia di ViolaLa storia di Agnese e così via. Questi quadri potrebbero essere dei racconti a sé stanti; ci sbilanceremmo ad affermare che si tratta di una silloge di racconti inseriti in una cornice, no? In effetti i sottoinsiemi non sono neanche numerati in sequenze logiche. Se non fosse che tra le diverse sezioni ci sono collegamenti, rimandi, citazioni, ripetizioni (l’ho detto?), ecco: ripetizioni. Niente di nuovo. Ricorda alcune prove enigmatiche post-moderniste (il ʼ900 in fondo ha complicato tutto) – alla Calvino, alla Perec – ma anche i registri stilistici sono di volta in volta diversi. Il gancio della narrazione è potente, io ci sono caduto dentro, per dire, e ho vagato per le prime duecento pagine alla ricerca di una direzione… prima di rendermi conto che navigavo senza una bussola. Avevo individuato dei nuclei tematici, come la Morte, la caducità del tutto. Sono magistrali quelle pagine che associano L’Orto botanico di Padova alle colombare cimiteriali: «L’Orto botanico dà agli ingenui l’illusione della Natura, quando è il luogo più innaturale che esista: i cimiteri con la loro bene organizzata urbanistica, con i loro viali e piazze e edifici e monumenti, e talvolta fontane e laghetti, vogliono dare l’illusione della vita che continua, che si protende verso una qualche eternità […]». Una lingua sontuosa, una cascata di subordinate, peggio della Storia d’Italia di Guicciardini; una vera delizia per chi si era scordato di come potesse scriver bene Mozzi, oltre che insegnare scrittura. Poi il tema della Verità vs Finzione? Forse che in narrativa non sono la stessa cosa? In effetti a Mario non gliene frega una beata fava della verità, sembra non riconoscere il bene insito nella relazione con Viola e non è abbastanza consapevole del male generato dalla sua sudditanza a Santiago. Mario non evolve come personaggio, non si trasforma in base alle esperienze e poco importa se la sua ignavia possa essere più o meno ricondotta a una cruciale perdita affettiva giovanile. Già è disturbante essere nella sua testa, riflettere coi suoi pensieri, smontare gli eventi in dettagli minuti e ricomporli ogni nuova volta in variazioni inedite. Ci sono dei passaggi in cui un fatto – esempio: Mario che prende da dietro Viola, in bagno, mentre lei si spazzola i capelli – viene ritessuto più e più volte, come se lo vedessimo da telecamere diverse, e ogni volta introducendo delle varianti, quasi sempre ininfluenti ai fini dell’azione. Non c’è niente da capire, questo ho capitoquanto accade e si sviluppa è la realtà (o una parvenza di realismo) e la sua negazione; potrebbe essere una fantasticheria, un incubo. Mettiamo Agnese: Mario la incontra in treno, casualmente, ed è adolescente. Ma altrove è invece una bambina… e forse ha scritto anche una lettera al padre, ricordando le giornate trascorse con lui da piccola (ma non era un’estranea sul treno?). Poi vien fuori che la lettera non è detto che sia di Agnese. Non è firmata, non c’è destinatario (che sia di Viola?). È narrativa, insomma. È metanarrativa, voglio dire.

Lo so, a questo punto vi ha preso una leggera vertigine. Resistete, non manca molto. Parliamo ancora di temi, ci sono pagine mirabili e ipnotiche in questo ultimo Mozzi (ve l’ho già detto?). Ci sono brani sulla memoria (sempre inaffidabile) e sull’identità. La storia delle fototessere ha come riferimento la biennale di Vaccari del 1972: una moltitudine di istantanee di sconosciuti, che a distanza di decenni cercano di ripescare momenti familiari, intimi, estemporanei, cronache di costume e società, e di associarvi cariche emozionali, da “come eravamo”. Ma Mario vigila, pronto a decostruire con le sue interminabili dissertazioni – che non giungono mai al punto, che divagano come in un Tristam Shandy all’ennesima potenza – in duumvirato dialogico col suo amico GAS (Grande Artista Sconosciuto). «Che cos’è l’identità? È un qualcosa di così labile e sostituibile che può essere messo a rischio o confermato da un puro e semplice fatto fotografico? O è qualcosa che esiste, solidamente, di per sé?» E giù a cercare di isolare, sotto la lente del microscopio, il generarsi dell’opus, dello “stato di grazia”, per ammettere che forse un ritratto fotografico non restituisce a chi vi è ritratto la sua identità, bensì la fisionomia (o l’anima?) del fotografo.

Potrebbe essere il libro di una vita, Le ripetizioni. Mozzi scrive in una postilla che i primi scartafacci risalgono al 1998; ha fatto e disfatto come una Penelope per 23 anni e di certo non si può obiettare che non sia il punto d’arrivo di una maturità stilistica, lo zenith di tutto un immaginario squadernato a partire da Il male naturale. Persino i pronomi ho guardato con sospetto… chi racconta la storia? Si inizia con un “noi” (gli amici di Mario, un gruppo di specialisti che lo hanno in cura?) per passare a una prima e poi a una terza persona. Talvolta si ha come la straniante impressione che il romanzo si scriva da sé, o che l’Easter egg da scartare sia la stretta vicinanza di Mario a Giulio Mozzi (ah, allora è autofiction?) – ma no: Mario non è Giulio. Oppure. Un altro dei suoi depistaggi o una sorta di comodità mimetica?

Potrebbe anche, al limite, trattarsi di un saggio sulla gestazione della creatività nell’artista: «In realtà, la creatività è sofferenza. Non si è creativi se non si ha bisogno di creare, e se non c’è una specie di mancanza, una ferita, diciamo così, da comporre, da risolvere». C’è qualcosa di palpitante, la meraviglia quasi metafisica che risiede nel quadro che il GAS ha appena finito di realizzare, per il quale Mozzi si sente in dovere di scomodare persino Dorian Gray. È il Discorso attorno a un sentimento nascente, di cui parlavo in apertura: un fondo nero e opaco, un «buio d’abisso» dal quale emerge una figura semi-umana, una sorta di feto ancora avvolto dalla placenta. «[…] hai fatto il ritratto di te stesso, anche se hai dipinto una creatura come mai si è vista in terra. Ma io, che sono qui, quando guardo questa creatura, quando la vedo rinascere dal profondo, mi ci riconosco. Mi sento rinascere anch’io.» Si tratta dell’unico vagito (o rigurgito?) di sentimentalismo in una vicenda che rimane fine a sé stessa, priva di sbocco, un falso movimento con impercettibili e quasi infinite ripetizioni, rituali esausti e svuotati di senso, pure in contraddizione tra loro. E siamo (ri)caduti in un ginepraio di storie: La storia del Terrorista InternazionaleLa storia del Martellatore di MonaciLa storia del generale Cadorna e via discorrendo. Storie per tutti i gusti e per nessun gusto, dove il lettore perde ogni riferimento e smarrisce sé stesso nei labirinti di una narrazione che diviene dannazione, dove le sue aspettative – non dite che non vi ho avvisato – sono destinate a esser frustrate, dove ogni ricerca diventa vana e irrisolta, un gioco sottile che innesca una tensione continua verso un senso (extra)testuale – ovvero una falsa pista. Un gioco crudele e abietto (incubo o realtà?), che nelle ultime pagine diviene urticante e insostenibile, fino a che qualcuno (Mozzi o chi per esso) non viene a toglierci dal disagio e decretare in corsivo che sì: Adesso, basta.

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