Esiste solo una storia. “Dietro il romanzo”, di Thomas C. Forster

Articolo comparso in Sul Romanzo il 16/09/2016

  Non è rado imbattersi in pagine web o forum in lingua anglosassone che trattino argomenti di critica letteraria, ospitanti recensioni su testi di “addetti ai lavori” e sentirli qualificare con l’aggettivo academic«It seems so academic!»è il giudizio sul lavoro di quel tale ricercatore, o studioso o scrittore (spesso il libro è una traduzione dall’originale italiano, o in molti casi francese e tedesco), “etichetta” che viene affibbiata a una pubblicazione che finisce per circolare ed esser dibattuta in un gruppo più o meno ristretto di specialisti in discipline letterarie, filosofiche e quant’altro, con argomentazioni e apparati dal taglio e dallo stile infarcito di tecnicismi, con una ricca bibliografia, appesantiti da varie note a piè di pagina e apparati critici. Non è questo il caso di Dietro il romanzo, del professor Thomas C. Foster, classico americano da oltre 2 milioni di copie, uscito qualche mese fa in Italia per i tipi di Vallardi, con la traduzione di Andrea Berardini. Continua a leggere

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Il filosofo non sa ballare? “Perché amiamo scrivere” di Duccio Demetrio

  Leggendo in questi giorni vari testi sulla scrittura autobiografica, mi sono imbattuto in Perché amiamo scrivere. Filosofia e miti di una passione di Duccio Demetrio (Raffaello Cortina Editore, 2011). Demetrio ha un pedigree d’eccezione: insegna Filosofia dell’educazione all’Università degli Studi di Milano-Bicocca, è fondatore e direttore scientifico della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari e ha pubblicato una marea di libri. Tra gli altri: Raccontarsi (1996), Elogio dell’immaturità (1998) e L’interiorità maschile (2010). Devo però ammettere, con mio grande rammarico, che il testo in questione mi ha molto deluso. Continua a leggere

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Natalia Ginzburg. La realtà all’indicativo, la vita al superlativo.

Articolo comparso in Sul Romanzo il 14/07/2016

È certo che la materia narrativa di Natalia Ginzburg riflette un realismo che affonda le sue radici nell’angoscia esistenziale della sua epoca e – forse – anche del nostro tempo. Un classico, infatti, è sempre contemporaneo, ed è per questo motivo che non ci dimentichiamo di lei, che non smettiamo di leggerla e rileggerla. Risulta difficile un inquadramento dell’autrice nel panorama letterario coevo; non si può certo isolarla nel contesto controverso, nelle correnti, spesso antitetiche, che si sono succedute dal dopoguerra in poi. La Ginzburg risente di quell’atmosfera, è partecipe del suo tempo ma non aderisce ad alcun programma astratto, a qualsivoglia indirizzo, superando i ristretti confini dei vari “ismi” letterari per operare soprattutto sulla linea di una costante fedeltà a sé stessa.

Fedeltà a sé stessi non vuol dire trincerarsi nel proprio io interiore, ricadere nell’autobiografia e nell’autoreferenzialità; la capacità della Ginzburg di osservare il mondo è così assidua, così tenace che il suo cercarsi intimamente senza posa è uno scandaglio, uno strumento che le consente di avvicinarsi agli altri e dagli altri farsi completare, pur ribadendo e rimarcando in ogni pagina, si può dire, il proprio tortuoso e drammatico percorso individuale. Questa è la matrice della sua poetica, che non verrà mai disattesa. La realtà è sempre il terreno sul quale s’incentra l’esperienza di vita dei suoi personaggi, in un apparente non-accadere, in un girare a vuoto che riconduce al destino di dolore che isola e insieme accomuna gli uomini. Continua a leggere

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La storia di Franco Percoco: fu solo un assassino narcisista?

Recensione comparsa in Sul Romanzo il 03/06/2016

Man mano che si procede nella lettura di Percoco, romanzo d’esordio di Marcello Introna, si avverte un sottile senso di presagio e di tragedia incombente. E sarebbe lo stesso anche se non conoscessimo, a priori, questa pagina di cronaca nera nell’Italia del dopoguerra. Introna affresca una Bari sfavillante e solare, seducente come una Gina Lollobrigida, scanzonata e intelligente come le commedie in bianco e nero di Macario, Totò e De Filippo, che entrano nei salotti dallo schermo della neonata televisione. C’è il desiderio di lasciarsi alle spalle gli orrori – non ancora del tutto consumati – della guerra, di ricercare il benessere economico e la rispettabilità, con un occhio ai piaceri della vita mondana proposti dai vip e alle nuove tendenze della moda che arrivano da oltreoceano. Immersi in questa atmosfera, l’autore ci fa entrare in via Celentano 12, un palazzo borghese alla periferia della città, nell’appartamento dei Percoco, una famiglia di condizioni modeste ma decorose: il padre Vincenzo è un ispettore delle Ferrovie in pensione, uomo mite e gran lavoratore; sua moglie, Eresvida, figlia di ricchi possidenti terrieri, è una signora piuttosto assillante, lamentosa e tendente alla depressione. La coppia ha tre figli: Vittorio, un cleptomane che sta scontando in carcere una condanna per i suoi numerosi furti; c’è poi Giulio, affetto dalla sindrome di Down, confinato tra le quattro mura dell’appartamento, la cui esistenza è taciuta e nascosta a una società perbene che non accetta disagi o imbarazzi; infine Franco, un ragazzo bello e sensibile, coi capelli neri, con «un naso sottile e perfetto che ci si sarebbe potuto stendere l’impasto per quanto era dritto», il figlio in cui la famiglia ripone i suoi desideri di riscatto sociale, rincorrendo il sogno di una normalità, ahimè, ben presto preclusa.

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Simone de Beauvoir o della scrittura come fuga dal tempo

Sulla vita e l’opera di Simone de Beauvoir, apparso in Sul Romanzo il 14/04/2016

Simone de BeauvoirNon è possibile riflettere sull’opera di Simone de Beauvoir senza collocare il suo «tutto dire», in forme diverse, nella prospettiva di un prodigioso modello di autobiografia, perseguito – si potrebbe affermare – nell’arco di una vita come motivazione diretta, come ricerca e progetto del sé ma anche, in senso proprio, di sviluppo dei procedimenti di creazione e gestazione della scrittura. Rispetto all’Italia, dove la tradizione dell’autobiografia assume storicamente una linea più trasposta, l’affermata tradizione dell’autobiografia francese ci consente di non etichettare come “eccezionale” l’intensa e protratta pratica dell’autrice di registrare gli avvenimenti della propria vita; semmai quel che sorprende è la peculiarità dell’approccio alla materia autobiografica, la volontà e l’impegno profusi: il primo testo, Memorie di una ragazza perbene, è del 1958, e recupera il vissuto dalla nascita all’incontro con Sartre (1929). In La forza dell’età (1960) si rappresenta il periodo 1929-1945, fino al termine della guerra. La forza delle cose (1963) comprende gli anni dal 1946 al 1961. A conti fatti esce nel 1972 e vi si raccontano gli anni 1970-71. Il quadro delle memorie è definito e concluso se aggiungiamo a oltre sessant’anni di vita il racconto Una morte dolcissima (1964), imperniato sulla morte della madre, e La cerimonia degli addii (1981), dove si racconta la perdita più straziante, quella del compagno di una vita: Jean-Paul Sartre.

«La mia vita sarebbe stata una bella storia che si sarebbe inverata nel raccontarla a me stessa». Continua a leggere

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