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	<title>Il blog di Alberto Carollo &#187; interviste</title>
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	<description>Lettura, scrittura e quant&#039;altro. E ci faremo pure i casi miei...</description>
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		<title>&#8220;E intanto corre&#8221;: intervista a Giulio Casale</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Sep 2011 07:50:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E intanto corre – Intervista a GIULIO CASALE di alberto della rovere In occasione della imminente performance acustica a Vicenza, prevista presso ‘Radio Varsavia’ (contrà Piazza del Castello, 3/A), venerdì 23 settembre, ore: 21:30 (per informazioni in merito: radiovarsaviasnc@yahoo.it), ho raccolto impressioni e pareri di Giulio Casale, per la cui (nutrita) biografia e (ricca) attività [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>E intanto corre</em> – Intervista a GIULIO CASALE<br />
di alberto della rovere<br />
</strong></p>
<div id="attachment_911" class="wp-caption alignleft" style="width: 190px"><a href="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/09/giulio-casale.jpg"><img class="size-full wp-image-911" title="giulio casale" src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/09/giulio-casale.jpg" alt="giulio casale" width="180" height="279" /></a><p class="wp-caption-text">Giulio Casale </p></div>
<p>In occasione della imminente performance acustica a Vicenza, prevista presso ‘Radio Varsavia’ (contrà Piazza del Castello, 3/A), venerdì 23 settembre, ore: 21:30 (per informazioni in merito: radiovarsaviasnc@yahoo.it), ho raccolto impressioni e pareri di Giulio Casale, per la cui (nutrita) biografia e (ricca) attività rimando <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Giulio_Casale">qui</a>.</p>
<p><em>Della Rovere</em>: Ben trovato, Giulio. E grazie per aver accettato l’idea dell’intervista.<br />
Partirei da ‘Iniziazione’, il (felice) racconto edito da ‘Il Corriere del Veneto’, poche settimane or sono, e dal rimando a Goffredo Parise, vicentino (… non certo ‘di spirito’). Quello de ‘I sillabari’ e de ‘Il ragazzo morto e le comete’: lo avverto, pure pensando ai tuoi testi, come uno dei numi tutelari. Assieme a lui, una nutrita schiera altra di ‘irregolari’ della prosa, del teatro e dell’arte. Oltre che nella condotta: da Guido Piovene (ancora: un vicentino quanto meno atipico) e Giovanni Comisso, passando per Carmelo Bene e Giorgio Gaber, sino a Luciano Bianciardi (il manifesto: ‘La vita agra’), Romano Bilenchi e Walter Chiari, non a caso (credo) protagonista dello scritto menzionato. Condividi l’elenco?<span id="more-909"></span></p>
<p><em>Casale</em>: Sì, e naturalmente gli autori che citi sono solo una parte di tante influenze che comprendono anche e soprattutto poeti e filosofi di ogni dove, quasi mai veneti, nemmeno italiani.. Certo Parise è stato fondamentale, credo che lo diventerà sempre più, non solo per me intendo, talmente lucido e profondo, fuori da ogni retorica, e moda. Se restiamo al Veneto (terra cui quel racconto è dedicato, su commissione) aggiungerei all’elenco Giuseppe Berto, mai capito fino in fondo dalla critica ufficiale. In generale però per me non è più tempo di omaggi, tutto questo patrimonio torna oggi a fare parte implicita della mia scrittura, senza santini né eroi. Ho già pagato ogni debito, mi pare, è tempo che io torni a cantare con la mia sola voce.</p>
<p><em>DR</em>: Ora risiedi fra Bassano del Grappa e Milano, in una condizione (privilegiata?) di osservatore: sorta di<em> outsider looking in</em> rispetto al Veneto, terra d’origine (… e non certo culla della cultura). Come ti poni rispetto alla regione oggetto pure dello scritto sopra citato?</p>
<p><em>C</em>: Come scrivo in quel racconto. Nel degrado culturale (e a volte anche ambientale), nell’involuzione intollerante ed egotica della maggioranza c’è sempre e ancora qualche gemma individuale, qualche “goccia di splendore”, non solo nel passato, anche qui ed ora. Stupido generalizzare, ma al tempo stesso non sottovalutare. Però i veneti sono troppo concentrati su loro stessi.. Parliamo d’Europa, no? Del mondo, o almeno dell’uomo: come sta l’uomo, l’essere umano? Basta provincialismi..</p>
<p><em>DR</em>: Lo stretto nesso fra la tua scrittura in foggia narrativa e la composizione di versi (parole in musica), senza dimenticare il lavoro di traduttore ed il teatro. Sono differenti cornici di un quadro redatto dallo stesso pittore? Alcuni lavori nascono naturalmente in veste di canzone piuttosto che in forma di scritto autonomo? Puoi ipotizzare, per il futuro, se una forma espressiva avrà più urgenza e prevarrà sulle altre?</p>
<p><em>C</em>: Posso solo dire che ogni forma di scrittura è un lavoro a sé, e richiede molti sacrifici. Scrivere quel tipo di poesie per “sullo Zero” è stato completamente differente da quanto ho dovuto trovare in me stesso per i racconti di “Intanto Corro” (in cui scompare l’Io, autobiografico) ad esempio, e nessuna canzone diventa una poesia né viceversa, almeno nel mio caso. Per il futuro immediato vedo la musica tornare al centro del mio impegno, ma è pur vero che il teatro mi consente di mischiare tutto questo, perché rinunciare..</p>
<p><em>DR</em>: La musica: negli ultimi mesi abbiamo beneficiato della pubblicazione di lavori di spessore (lirico e musicale) ad opera di numerosi artisti nazionali, sovente (colpevolmente) ignorati dai cosiddetti  media-che-contano. Penso ad ‘Hermann’ di Paolo Benvegnù (quasi contemporanei i suoi inizi con gli <em>Scisma</em> ed i tuoi primi lavori con gli <em>Estra</em>), a ‘La riproduzione dei fiori’ di Marco Parente, ‘Carne con gli occhi’ dei <em>Marta sui tubi</em>, ‘English garden’ dei <em>Quintorigo</em>. Come ti poni nei riguardi della scena italiana, tu che hai attraversato gli anni novanta con un gruppo (gli Estra, appunto) sino ad arrivare alla performance chitarra-e-voce? Ascolti i lavori dei tuoi colleghi?</p>
<p><em>C</em>: Ho molto rispetto, anche ammirazione. Per Paolo poi provo un sentimento del tutto speciale. Chi continua a fare dischi e concerti oggi non può certo essere tacciato di “mire di facili guadagni”. Forse stiamo tutti più o meno consciamente aspettando di capire se davvero il vento stia cambiando, se ci sarà una richiesta diffusa (non dico di Bellezza, per carità: non esageriamo) ma almeno di linguaggi espressivi non appiattiti, non retorici o ipocriti. 20 anni fa si aprirono degli spiragli, che poi si sono chiusi. Io voglio scommettere che vedremo presto un altro tempo e che ci sentiremo tutti un po’ meno soli. E non importa se sarà (stato) un azzardo.</p>
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		<title>L&#8217;isola e il sogno: intervista a Paolo Ruffilli</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Jul 2011 21:46:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alberto</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_764" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/07/DSCN1190.jpg"><img class="size-medium wp-image-764" title="DSCN1190" src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/07/DSCN1190-300x225.jpg" alt="PR" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">Paolo Ruffilli</p></div>
<p>Trascritto ed editato a mia cura, riporto con piacere il testo di una intervista registrata lo scorso 20 maggio 2011 presso la Libreria &#8220;Quarto potere&#8221; di Vicenza. Alberto della Rovere dialoga con Paolo Ruffilli sul suo recente romanzo edito da Fazi, &#8220;L&#8217;isola e il sogno&#8221;. Il pezzo è un po&#8217; lungo per il web ma ho preferito riportare integralmente alcune argomentazioni che giudico, per il lettore, estremamente interessanti. Della Rovere pone domande sapide ed intriganti e Ruffilli discetta con amabile arguzia della spedizione dei Mille, delle carte private di Ippolito Nievo e dei suoi amori, della fortuna della sua opera nei paesi europei, del genio precoce e del ruolo del sogno nella interpretazione dei misteri della vita.</p>
<p><span style="color: #993300;"><em>Alberto della Rovere</em>: <em>L’isola e il sogno</em> è un romanzo che parte dal mare e finisce nel mare, come alcuni testi a circolo chiuso – alla Conrad o alla Verga. Riguardo all’isola, si tratta della Sicilia e in particolare di una città: Palermo. Ti chiederei di parlare del rapporto controverso che Ippolito ha con la città dove, a fronte di evidenti disagi di carattere amministrativo – era stato intendente per conto di Garibaldi e vi ritorna in missione speciale, per raccogliere documenti a garanzia del governo garibaldino – , desidera comunque restare. Mi riferisco pure alla predilezione che Alexandre Dumas, cronista al seguito dei Mille, esplicita per Palermo.</span><span id="more-760"></span></p>
<p><em>Paolo Ruffilli</em>: La Sicilia, per Nievo – come per molti suoi compagni d&#8217;avventura – è stata una scoperta sorprendente. Sulla spedizione dei Mille si dice sempre troppo poco; soprattutto si tradiscono le testimonianze che ci vengono dai garibaldini. È da loro che apprendiamo che questa spedizione ha successo grazie agli inglesi. Nei libri di Storia non ci vengono mai svelati i retroscena: per esempio che il governo sabaudo giocò una parte davvero vergognosa; facendo finta di non prender parte alla spedizione nega in primo luogo il suo supporto, specialmente la fornitura delle armi – che tra l&#8217;altro avevano comprato gli inglesi a proprie spese. Sono i privati, gli investitori inglesi che finanziano i Mille. D&#8217;Azeglio nega il suo aiuto alla spedizione per prenderne le distanze e quando i garibaldini partono sono disarmati. Garibaldi si ferma a Talamone e si prende quel po&#8217; di prestigio personale che è possibile concedergli. Un gruppo di circa 980 uomini male armati si presta a dare l&#8217;assalto al Regno delle Due Sicilie, contro un esercito di 22.000 uomini. Le navi inglesi, al cui comando ci sono uomini che apprezzano Garibaldi, si interpongono tra le navi dei garibaldini e la flotta dei borbonici, favorendo lo sbarco a Marsala. Gli inglesi erano e dovevano rimanere neutrali, per non scatenare una guerra di vaste proporzioni, e questo facilita lo sbarco a Garibaldi. In Sicilia il generale doveva trovare largo seguito; la Mafia siciliana, già attiva, aveva dato il suo appoggio ai Mille. Cavour ha però mandato nell&#8217;isola un noto malavitoso, Giuseppe La Farina, per convincere i mafiosi a non intervenire nei confronti di Garibaldi. Cavour non si fida di Garibaldi quando scopre che gli inglesi sono a suo favore. Garibaldi, però, riesce a vincere con i suoi nonostante l&#8217;intralcio di La Farina. L&#8217;eroe dei due mondi ha dalla sua una forte capacità di traino e di influenza sui suoi uomini, volontari che combattono senza risparmio. I soldati borbonici invece, poco convinti e motivati, se la squagliano ai primi scontri. Il primo impatto dei garibaldini con l&#8217;isola è di delusione e risentimento, perciò. Ma all&#8217;indomani della vittoria, quelli che erano scomparsi dalla scena ricompaiono; la città si rianima, si riaprono le botteghe, gli aristocratici riaprono le loro case; improvvisamente c’è un’esplosione di vita ch’è tutta siciliana, fatta di colori di sapori, di odori, di luce e calore, di cose sorprendenti anche per quei garibaldini abituati alla bella vita che si rendono conto di come si viva straordinariamente in Sicilia;  c’è la scoperta di una ricchezza e di una raffinatezza che batte tutte le corti europee. Garibaldi già sapeva di questi aspetti e sapeva scegliere i suoi collaboratori: non a caso aveva scelto Alexandre Dumas come ministro dei beni culturali nella sua spedizione, così come aveva scelto Nievo come amministratore; sapeva che si sarebbe affidato ad una persona competente ed onesta. La Sicilia è perciò una continua rivelazione nelle settimane successive alla vittoria dei garibaldini; pure Nievo, da amministratore, viene a contatto con situazioni particolari. Come ci racconta lui stesso, molti siciliani cercano di approfittare del momento storico: millantano crediti che non hanno, si fingono quello che non sono. Nievo è un testimone eccezionale e riferisce che non è tanto questo il problema maggiore nell’amministrazione quotidiana del governo rivoluzionario; i pericoli maggiori non venivano dai siciliani ma dalle grandi aziende del nord che corrompevano per ottenere gli appalti o imbrogliavano inviando scarponi di cartone – come poi avverrà per i nostri combattenti in Russia – o divise di panno scadente, riso andato a male, grano marcio eccetera. Nievo si ricrede sui siciliani, scopre che hanno delle risorse inaspettate; Dumas diceva ai garibaldini “guardate che verrete catturati da quest’isola, da questa gente”. In Europa una parte ammira la civiltà siciliana, e tra questi gli inglesi, ma l’altra ne dice tutto il male possibile. Pur nella precarietà i siciliani hanno un gusto speciale per la vita. Qualche giorno dopo la conquista, Garibaldi viene santificato; i conventi di clausura aprono le porte ai garibaldini. Nievo e i suoi compagni vanno a mangiare dalle suore, che sono delle cuoche straordinarie. Anche sul versante sentimental-femminile, a dispetto di tutti i rischi e pericoli che si correvano in Sicilia nell’aver a che fare con le donne, i nostri riescono ad intrecciare relazioni, spesso clandestine. Il volontariato garibaldino è fatto di giovani, di studenti, di idealisti disposti a sacrificarsi perché sentono che il vento tira in quella direzione, non oppongono resistenze egoistiche. Diventare adulti significa “adulterarsi”, più diventiamo adulti più siamo meno disposti ad aderire a qualcosa che ci porta fuori di noi stessi e dei nostri interessi. Questi giovani garibaldini sono anche persone colte, interessate alla cultura e sappiamo che a Palermo ci sono almeno dieci teatri che fanno spettacolo tutte le sere. Sono quasi tutti teatri musicali; Nievo e gli altri sono appassionati di musica, anche perché l’unica colla che unificava gli italiani in quel periodo era il melodramma. Non c’è sera che non si vada a teatro; col caldo la vita inizia al calare del sole e procede per tutta la notte; dopo il teatro c’è il corso, c’è la sfilata, c’è la banda che suona, ci sono i fuochi d’artificio. È insomma una ininterrotta esplorazione di un mondo “alieno”.<span style="color: #993300;"> </span></p>
<p><em></p>
<div id="attachment_765" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/07/DSCN1191.jpg"><img class="size-medium wp-image-765" title="DSCN1191" src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/07/DSCN1191-300x225.jpg" alt="PR2" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">Libreria &quot;Quarto potere&quot;, Vicenza, 20 maggio 2011</p></div>
<p></em></p>
<p><span style="color: #993300;"><em>AdR</em>: <em>L’isola e il sogno</em> viene ascritto “per comodità” al filone del romanzo storico. Vi ho trovato altri riferimenti letterari: innanzitutto al romanzo storico dell’Ottocento, ovviamente depurato dal punto di vista formale, ovvero a Sterne per la levitas della prosa; ancora a Conrad; a Verga per l’impianto. Tipico pure del Ruffilli poeta non è tanto la narrazione bieca dei fatti quanto, da entomologo delle passioni, lo studio dell’anima dell’uomo. Come forma espositiva impieghi spesso il dialogo, sovente interiorizzato. Da poeta ricorri spesso all’allitterazione, all’anafora, per ricreare questa sonorità marina; si inizia infatti dall’acqua e si termina col viaggio tragico dell’Ercole il 4 marzo 1861. È perciò tutto un romanzo d’acqua, anche stilisticamente; c’è questo accostamento al cielo e ai colori, perciò il riferimento è anche alla tua silloge <em>Le stanze del cielo</em> (Marsilio). Ho trovato pure echi da <em>Diario di Normandia</em> (Amadeus), dove ci offri una cronaca garbata del quotidiano, di quelle che siano le impressioni, le percezioni affettive. Così è per Nievo in questo romanzo: ci offri infatti il diario privato del suo quotidiano, le sue emozioni. Lo stesso Nievo è un poeta di pensiero come Paolo Ruffilli e c’è sempre questa tensione al senso come teatro di emozioni piuttosto che di fatti. Qualche recensore ha scritto “questo non è un romanzo storico”; in effetti, se fosse stato questo l’intento, andava condotto in altra maniera ma ritengo che sia stata fatta una scelta peculiare di scavare nell’animo del personaggio Nievo. Arte e fatto sono perciò piegati al soggetto. Condividi questo approccio?</span></p>
<p><em>PR</em>: Sì, mi ritrovo in quello che dici; sono quasi quarant’anni che mi occupo di Nievo e questa passione nasce dietro una serie di curiosità che Nievo ha suscitato in me a vari livelli, sia sul fronte propriamente storico – col capitolo della spedizione dei Mille -, così come sul fronte letterario per tutto quello che ha scritto, in particolare <em>Le confessioni di un italiano</em>. Mi sono interessato anche della sua vita sentimentale, un capitolo per me molto trainante, a partire dalla scoperta di questo amore impossibile che lo lega a Beatrice Melzi d’Eril, moglie di un suo cugino. Esiste una quantità sterminata di documenti attraverso i quali si può approfondire la conoscenza di questo amore; in particolar modo l’epistolario di Nievo, ch’era uno che scriveva non meno di quattro-cinque lettere al giorno. Il marito di Beatrice sostiene che da quando è iniziato il rapporto confidenziale tra sua moglie e Ippolito il suo rapporto matrimoniale è migliorato, nel senso che ci sono aperture e illuminazioni che prima non c’erano, possibilità intellettuali oltre che sentimentali sorprendentemente coinvolgenti. Ancora, conoscere i particolari di questo rapporto tra due persone così fornite di senso dello <em>humor</em> che si dicono «Non è che possiamo ridurre questo amore ad una passione <em>sturm und drang</em>; sarebbe la cosa più ridicola che ci potrebbe capitare»; Ippolito e Bice non hanno alcuna intenzione di far soffrire i loro cari; il loro è un amore che resta “platonico”. Lei dice: «Ti devi trovare un amante di sostegno, in modo da non soffocare quella parte di te che altrimenti rimarrebbe monca»; sono questi gli aspetti che mi hanno indotto ad andare a fondo. Ho scritto vari anni fa una biografia di Ippolito Nievo; da allora ho cercato di vederci più chiaro. Ho trovato ulteriori documenti perché è una miniera inesauribile. Ci sono due interi archivi che non sono ancora stati resi pubblici e forse mai lo saranno, e sono gli archivi di famiglia dei Melzi d’Eril e dei Belgioioso che la pensano diversamente dagli italiani che magari tirano fuori tutto senza scrupoli etico-morali, pur avendo una legge sulla privacy rispetto alla quale non si potrebbe saper niente ma invece si conosce tutto. Ho avuto il piacere di conoscere Ludovico di Belgioioso, del quale sono stato editore, e lui mi ha permesso di leggere tutta una serie di cose, impegnandomi a non renderle pubbliche. Con la possibilità che, scrivendo un romanzo, uno scrive “ogni riferimento a persone e fatti è puramente casuale” e perciò va benissimo. In realtà io non avevo alcun interesse in chissà quale scoop; della parte saggistico-biografica mi ero già occupato. Mi interessava invece rendere giustizia all’uomo, indagare i suoi sentimenti, vagliare le sue reazioni rispetto a quanto lo circondava. Ed erano fatti pubblici e privati: il coraggio di un volontario che combatte con Garibaldi, la delusione che segue alla vittoria e alla successiva messa ai margini dei volontari da parte del governo sabaudo nella costituzione dell’Unità; e poi le sue storie d’amore e di sesso che vive comunque in maniera conflittuale; Bice lo esorta a trovarsi “un’amante di sostegno” per dare espressione a quella che Nievo stesso definisce “fisiologia”; ne ha fatto esperienza con le donne che ha incontrato, sa quanto è importante ma la vive all’insegna del malumore e del rimorso, nella condizione di una schizofrenia galoppante che sta tagliando la sua vita. Fino ad un ulteriore incontro che, senza che lui se lo aspettasse, in parte ricuce il taglio. Quando meno si aspetta che le “storie di fisiologia” possano avere un risvolto sentimentale si ritrova invischiato in una relazione in cui non contano più tanto i sensi ma il cuore. Questo è paradossalmente un farmaco ma anche un veleno perché lo rende inquieto e incerto tra il sentimento di tornare da Bice e rimanere invece nell’isola con questa donna ch’è la scoperta nuova della sua vita: Palmira. È chiaro che, come dichiaro alla fine, “tutto è rigorosamente autentico, tutto è rigorosamente immaginato”, nel senso che non ho inventato né episodi né fatti ma immaginato cosa lui e gli altri sentissero o provassero appoggiandomi sulle carte, sulle lettere. L&#8217;ottica è quella del <em>Viaggio sentimentale </em>di Sterne, ma anche del suo <em>Tristam Shandy</em>, ovvero un&#8217;operatività narrativa che se ne infischia delle regole canoniche; il <em>Tristam Shandy</em> è un romanzo alla cui metà il protagonista non è ancora nato, e questo è sorprendente. Il romanzo è molte cose diverse, non è certo il plot al quale ci ha abituati un certo tipo di narrativa; dovremo saperlo perché poi il Novecento ha rifiutato apertamente, scopertamente queste regole. Eppure i nostri editori ci hanno talmente abituati al fatto che se in un romanzo non c&#8217;è una trama, un giallo non dovremmo leggerlo. È colpa loro se ci sono così pochi lettori in Italia; noi abbiamo i peggiori editori a livello europeo e direi mondiale, così come abbiamo i peggiori politici e i peggiori in tante altre categorie, è una situazione anomala generalizzata. Non è un caso che i più grandi estimatori di Nievo romanziere siano i tedeschi. In Italia <em>Le confessioni</em> viene sottovalutato o disprezzato, mentre per i tedeschi è il romanzo più importante della modernità italiana e perfino europea. I tedeschi non hanno l&#8217;idea di narrativa che hanno i nostri editori: superficiale, libri scritti in poche settimane, col piede sinistro, che non affrontano un bel niente. I tedeschi amano il complesso, lo stratificato; io cito sempre <em>La montagna incantata </em>di Mann; è un libro nel quale il lettore dev&#8217;essere attivo, deve cooperare con lo scrittore, altrimenti non va avanti nella lettura. La lettura è perciò un&#8217;operazione di tipo esoterico, che guarda ad una ricerca, che cerca un&#8217;identità, un qualcosa per cui vale la pena vivere. Sempre di sponda mi interessava render conto della delusione e del rammarico che Nievo prova nel vedersi rifiutare il suo romanzo più importante. Era nelle mie intenzioni scivolare nella sua vicenda stringendo i tempi, raccontare le sue due ultime settimane di vita, e di farlo galleggiando; hai detto bene: l&#8217;acqua è il riferimento fondamentale; è un galleggiamento sotto tutti i punti di vista, anche nel ricordo, visto che quando ricordiamo non ce ne accorgiamo ma galleggiamo. Tutto comincia alla ringhiera di una nave e tutto finisce alla ringhiera di una nave che poi si inabissa. Nievo ha rischiato di annegare da giovane, in vacanza a grado, ma l&#8217;acqua ha pure tutta una serie di valenze nella sua esperienza, con un rapporto preferenziale con la madre. Nievo è uno che anche quando non ne ha diretta consapevolezza vive una fortissima memoria prenatale nella sacca d&#8217;acqua di sua mamma, nella pancia di una madre che sarà per lui preferenziale, nel senso che pur non essendo figlio unico diverrà comunque il figlio prediletto; i due sono sulla stessa lunghezza d&#8217;onda, hanno la stessa intelligenza rapida, veloce, hanno questa capacità d&#8217;intendersi solo guardandosi. E di qui nel sottofondo quel timore, terrore che solo da un certo momento in poi si materializza come coscienza in Ippolito, cioè il timore di violare sua madre in un&#8217;altra donna. Quando si accorge che Bice è esattamente la copia di sua madre, scatta qualcosa in lui che ne modifica la vita, l&#8217;esperienza e la volontà. L&#8217;acqua attenua, diluisce, trasporta dappertutto, arriva fin dove nessuno si immagina.</p>
<p><span style="color: #993300;"><em> </em></span></p>
<p><em></p>
<div id="attachment_768" class="wp-caption alignleft" style="width: 235px"><a href="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/07/DSCN1197.jpg"><img class="size-medium wp-image-768" title="DSCN1197" src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/07/DSCN1197-225x300.jpg" alt="PR5" width="225" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Alberto della Rovere</p></div>
<p></em></p>
<p><span style="color: #993300;"><em>AdR</em>: Mi ha fatto sorridere il tuo accenno al fatto che l&#8217;opera di Nievo sia stata considerata soprattutto in Germania; non a caso il parere forse più alto sulle <em>confessioni</em> in Italia viene proprio da un germanista come Claudio Magris, ovvero il parallelo famoso con l&#8217;inizio di Anna Karenina raffrontato all&#8217;incipit delle <em>confessioni</em>. Ti faccio una domanda che mi sembra nessuno ti abbia rivolto, almeno in tempi recenti. C&#8217;è un testo sulla vicenda di Ippolito scritto dal nipote Stanislao, ripubblicato di recente da Marsilio, <em>Il prato in fondo al mare</em>, testo che ottenne il Premio Strega nel 1975. Hai conosciuto Stanislao? Ti è stato d&#8217;aiuto nelle tue ricerche?</span></p>
<p><em>PR: </em>Sì, ero amico di Stanislao; ho collaborato con la sua Fondazione in più occasioni a proposito delle ricerche che riguardavano Nievo. Stanislao ha fatto diverse cose; tra l&#8217;altro ha dato vita ai famosi Parchi letterari, partendo proprio dal Parco di Nievo, dal castello di Colloredo, poi distrutto dal terremoto e in seguito restaurato. Mi divertivo molto con Stanislao; aveva la mania dei medium, era amico di una famosa medium meridionale di cui ora non ricordo il nome. Si diceva che la signora in questione avesse la facoltà di evocare i morti; Stanislao insisteva affinché lei facesse risalire dal Tirreno Ippolito per conoscere qualcosa di più della sua fine. Solo in una seduta – a quanto mi riferì Stanislao – si materializzò la figura a mezzo busto di Ippolito, il quale però non ha proferito verbo. Stanislao non si arrese, era divenuto amico della famiglia dei Picard; si mise d&#8217;accordo con uno dei figli e con una batisfera si immersero per vedere di ritrovare il relitto dell&#8217;Ercole. Non trovarono nulla, anche perché in quel tratto di mare compreso fra Punta Campanella e l&#8217;isola di Capri c&#8217;è un enorme cimitero di navi, dall&#8217;epoca pre-fenicia fino ai giorni nostri. È un tratto di mare pericolosissimo; quando lì si scatena una tempesta sono guai grossi! Stanislao ha seguito le mie ricerche ma era meno interessato al versante sentimentale o emozionale di Ippolito perché il suo sogno era quello di tirar fuori qualcosa da là sotto, magari una tavola del vapore o un oggetto. Chissà cosa ci poteva essere là sotto se non una poltiglia dopo tutto quel tempo trascorso. Stanislao ha comunque fatto moltissimo per la memoria di Nievo, per la ricerca relativa ai documenti, ai manoscritti e a tutto il resto.</p>
<p><span style="color: #993300;"><em>AdR</em>: Hai parlato prima, riguardo ad Ippolito, di una  “schizofrenia galoppante”, di questa duplicità intrinseca dell&#8217;uomo che  possiamo desumere dalle tue pagine. Ippolito è un uomo d&#8217;ordine,  funzionario rigoroso e inflessibile nel lavoro come nei rapporti e  nell&#8217;amicizia virile; del pari è uomo costretto a una continua mobilità  dalle contingenze; morirà <em>in motu</em>, in mare, vive tra due amori, Palmira e  Bice, divergenti o distanti come la Sicilia e il Piemonte. Ippolito  vive tra il passato e il futuro, tra prassi e immaginazione: penso alle  passioni umanistiche, alle sue doti mnemoniche, ai suoi giochi di  numeri. C&#8217;è un duopolio,</span><span style="color: #993300;"> una divaricazione pure nel rapporto con la sua terra d&#8217;origine, il Friuli, descritto come sospeso tra antichità e modernità, inattingibile come un sogno in quel periodo di dominazione austriaca. Vorrei che ci parlassi pure del rapporto di Nievo con la sua terra natia.</span></p>
<p><em>PR:</em> Indubbiamente questa caratteristica binaria è forte e nasce in parte dal cervello di Ippolito. Non aveva un cervello come abbiamo tutti noi; il suo era un “cervello alieno”. Il nostro è un cervello che per fortuna tralascia il 95% delle cose che abitualmente lo attraversano mentre il suo era un cervello che tratteneva tutto quel che lo attraversava, uno di quei cervelli che oggi sono i nostri computer: la memoria è lì e possiamo richiamarla quando vogliamo, anche se con un ordine rigido. Ci stanno lavorando ma è ancora difficile poter richiamare qualsiasi cosa in qualsiasi momento, indipendentemente da un ordine, così com&#8217;era per i cervelli anomali come quello di Nievo. Ippolito era in grado non solo di citare un verso tratto dalla <em>Divina Commedia</em> di Dante ma pure di ripescare una paroletta all&#8217;interno di quel verso. Avere questo tipo di cervello può essere considerato una fortuna ma anche una disgrazia terribile perché si esauriscono le capacità vitali in tempi molto rapidi; sono i precoci geniali che muoiono giovani. Tra gli scrittori arrivano sì e no ai trentanni. Come Nievo c&#8217;era Giacomo Leopardi, che conosceva tutta la tradizione italiana. Gli bastava aver letto una cosa per averla già messa in memoria. Per queste caratteristiche si tratta di un cervello anche matematico. Con i numeri Nievo si sapeva gestire benissimo, tanto che sapeva amministrare con abilità la tenuta agraria della madre; una tenuta che avrebbe avuto bisogno di 7-8 impiegati lui la amministrava da solo e nei ritagli di tempo. Infatti Garibaldi, che sapeva ben scegliere i suoi collaboratori, lo sceglie come amministratore. Questa caratteristica binaria non esclude, rispetto ai numeri, la fantasia. L&#8217;immaginazione non è la facoltà arbitraria che siamo soliti credere ma in questo tipo di cervelli è una facoltà di una logica ferrea per cui la fantasia che estrae dipende dalle fonti presso cui pesca. È quello che Einstein sosteneva sull&#8217;immaginazione rispetto ai suoi colleghi: li accusava di mancare di immaginazione. La competenza da sola non basta in uno scienziato. Lo scienziato è un essere creativo, la facoltà dell&#8217;immaginazione gli consente di elaborare la teoria della relatività nel 1905 che avrà bisogno di altri cinquant&#8217;anni per essere dimostrata in laboratorio. Nievo è tutto questo, con questo tipo di cervello che gli consente di scrivere tutto un romanzo in testa senza neanche prendere un appunto. <em>Le confessioni di un italiano</em> quando è stampato sono quasi mille pagine. Nievo lo ha scritto prima nella sua testa, una cosa sorprendente. Un cervello che organizza e sistema; nel momento in cui si mette a scrivere è come una stampante che trasferisce sulla carta ciò che ha in memoria. Se uno va a vedere il manoscritto delle confessioni a Mantova rimane colpito dalla perfezione senza correzioni. Non ci sono, però, solo delle caratteristiche geniali, c&#8217;è pure un talento notevole in quanto il genio senza talento non arriva ai risultati significativi che la combinazione delle due cose produce. Mi riferisco di nuovo a <em>Le confessioni di un italiano</em> che sono un po&#8217; la radiografia di questa situazione binaria, anche nella divaricazione che indicavi prima, rispetto a Bice e Palmira, i numeri e così via nella realizzazione di queste due indagini del profondo che sono i due personaggi del romanzo, Carlino e la Pisana, definite indagini freudiane ante-litteram proprio perché attraversano tutta una serie di sviluppi che riguardano l&#8217;educazione sentimentale, la sessualità, la psicologia e altri aspetti che sono un po&#8217; la ricchezza di questo romanzo e che ne hanno fatto la sua fortuna paradossalmente più all&#8217;estero che in Italia, a partire da Tolstoj, attento sfruttatore de <em>Le confessioni di un italiano</em>, che lui conosceva come <em>Memorie di un ottuagenario</em> – il romanzo infatti esce postumo, in virtù dell&#8217;amicizia di Arnaldo Fusinato che dice al suo editore «O pubblichi il romanzo di Nievo oppure io cambio editore». L&#8217;editore lo pubblica con questo titolo, pensando a qualche lettore nostalgico interessato alle memorie di Nievo; e soprattutto lo pubblica con qualche consistente taglio, affidato alla moglie di Arnaldo, che fu molto abile a far credere all&#8217;editore di aver tagliato più di quanto effettivamente tagliava.</p>
<div id="attachment_766" class="wp-caption alignleft" style="width: 235px"><a href="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/07/DSCN1193.jpg"><img class="size-medium wp-image-766" title="DSCN1193" src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/07/DSCN1193-225x300.jpg" alt="PR3" width="225" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Paolo Ruffilli</p></div>
<p><span style="color: #993300;"><em>AdR:</em> Siamo perciò giunti al secondo lemma del titolo, alla definizione di “sogno”. «Le illusioni, mamma, sono spesso la ragione della vita», dice Nievo alla madre in un passaggio. Sogni e illusioni guidano il romanzo; è un orientamento, onirico, straniante, “liquido”, fino a perdersi in una sorta di beatitudine ch&#8217;è l&#8217;abbraccio mortale del naufragio. Ci sono delle illusioni che emergono rispetto alle altre: una è l&#8217;impresa garibaldina – Nievo la intende come “eresia” -, gli amori e non da ultimo la pubblicazione in vita de <em>Le confessioni di un italiano</em>. Ecco, vorrei che tirassi le fila su questa seconda componente del tuo libro.</span></p>
<p><em>PR</em>: Il sogno è in fondo il contenitore; “la vita è sogno”, perciò Ippolito, in questi suoi ultimi giorni ri-sogna l&#8217;intera sua vita, vivendo l&#8217;esperienza del sogno in quella chiave che dovrebbe essere per noi maestra di vita ma non lo è mai perché tutti noi, anche se sogniamo molto, al risveglio non mettiamo mai a frutto i contenuti del sogno come metodo. Il sogno ci dovrebbe insegnare ad essere meno “realisti”, ad avere di meno quell&#8217;ossessione della realtà, che è una ossessione dell&#8217;abbaglio perché ciò che noi definiamo come realtà è invece un abbaglio; la realtà permane dietro, è sempre nascosta. Bisogna essere dotati di quelle qualità che il sogno cerca di ricordarci; in prima istanza il tentativo di slegare i lacci dello spazio e del tempo; convincerci che il passato non è alle nostre spalle ma “il passato siamo noi”. Conta ciò che è in essere e quel che è in essere è il nostro propellente, la nostra possibilità di vederci più chiaro in questo grande mistero ch&#8217;è la vita. Se noi pensiamo di risolvere il mistero “fotografando” in senso scientifico la realtà noi ci illudiamo perché stiamo fotografando l&#8217;abbaglio. Perfino la Scienza se n&#8217;è accorta e ultimamente le frange più avanzate della ricerca si stanno liberando dai paraocchi post-positivisti. Il tempio della ricerca più avanzata è Los Alamos, il tempio dei fisici teorici che si occupano della cosiddetta “realtà non fattuale”, quella realtà slegata dallo spazio e dal tempo, che sta oltre l&#8217;apparenza alla quale ci condannano i nostri sensi. Il sogno dovrebbe avere il compito di ricordarci che dobbiamo cambiare visuale. Già nell&#8217;Ottocento sono in molti ad essere convinti di questo; a me piace ricordare Oscar Wilde: «Gli scrittori che continuamente nominano la vanga dovrebbero essere costretti ad usarla»; e ancora «Il compito dello scrittore non è quello di imitare la realtà; quello lo lasciamo fare allo scrittore popolare che ha bisogno di guadagnare qualche soldo e di andare incontro ai bisogni dei suoi lettori».<br />
Nievo era un uomo di esperienza, uno ch&#8217;era sceso nella realtà ma con la sensazione che per catturarla, quella realtà, si dovesse usare tutto un altro sistema. Non era imitandola che si poteva metterla in scacco. Siamo però in un momento in cui sta succedendo il contrario in Europa e soprattutto in Italia; si vanno affermando il Naturalismo e il Verismo; posizioni moderne rispetto a queste che sono di retroguardia vengono coperte e marginalizzate. Diviene vincente il modello “realista” anche nell&#8217;esperienza narrativa italiana: <em>I Malavoglia</em>, <em>Mastro Don Gesualdo</em>, <em>I vicerè</em>, libri di grande qualità e di grande interesse che coprono quel che di moderno stava avanzando nell&#8217;opera di Nievo. In <em>Le confessioni</em> il sogno ha una parte ricorrente; questo lo dico perché faccio ricorso ad alcuni sogni pure nel mio romanzo.</p>
<div id="attachment_769" class="wp-caption aligncenter" style="width: 235px"><a href="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/07/DSCN1200.jpg"><img class="size-medium wp-image-769" title="DSCN1200" src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/07/DSCN1200-225x300.jpg" alt="PR6" width="225" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Paolo Ruffilli</p></div>
<p class="facebook"><a href="http://www.facebook.com/share.php?u=http://www.albertocarollo.it/blog/2011/07/09/lisola-e-il-sogno-intervista-a-paolo-ruffilli/" target="_blank"><img src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/plugins/add-to-facebook-plugin/facebook_share_icon.gif" alt="Share on Facebook" title="Share on Facebook" /></a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Barocco amorale: intervista a Diego Conticello</title>
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		<pubDate>Fri, 13 May 2011 21:28:11 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Diego Conticello, Barocco amorale (LietoColle &#8211; Collana Erato, 2010, € 13,00, SBN: 978-88-7848-592-1) Ho avuto il piacere di conoscere Diego Conticello sui banchi di scuola, qualche anno fa. Abbiamo frequentato alcuni corsi in comune all’Università di Padova; entrambi eravamo iscritti allo stesso corso di Laurea: Linguaggi e tecniche di scrittura. Al tempo Diego era giovanissimo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Diego Conticello, <em>Barocco amorale</em><br />
(LietoColle &#8211; Collana Erato, 2010, € 13,00, SBN: 978-88-7848-592-1)</p>
<p><a href="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2010/11/conticello.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-355" title="conticello" src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2010/11/conticello.jpg" alt="barocco amorale_cover" width="165" height="233" /></a>Ho avuto il piacere di conoscere Diego Conticello sui banchi di scuola, qualche anno fa. Abbiamo frequentato alcuni corsi in comune all’Università di Padova; entrambi eravamo iscritti allo stesso corso di Laurea: <em>Linguaggi e tecniche di scrittura</em>. Al tempo Diego era giovanissimo ( e lo è ancora, capirai, classe 1984. Ero io quello stagionato e fuori target!); di lui mi colpivano piacevolmente gli elaborati prodotti nei vari workshop; ognuno di loro parlava della sua personalità, già all’epoca molto ben strutturata. Gli esiti di quei componimenti erano di una modernità sconcertante; Diego aveva già un’idea ben precisa di poesia, era determinato e disponeva di un talento sorprendente nel declinare esercizi che richiedevano il registro della prosa in frasi che avevano la misura dei versi, una attenzione alla prosodia, alle allitterazioni, all’uso fono-simbolico delle parole, alcune delle quali desuete, ricercate, deformate a bella posta. L’esito formale non aveva nulla di farraginoso, al contrario: la sua poesia sgorgava con imprevedibile naturalezza e parlava un linguaggio fortemente connotato, originale, rivolto a chi non presta alla parola poetica orecchi distratti ma la espropria delle funzioni utilitaristiche dell’uso quotidiano per farne <em>zauber</em>, magia, gioco raffinato quanto impegno etico dai significati polivalenti. L’ho ritrovato col bagaglio di ulteriori esperienze di vita e di scrittura; si è lasciato alle spalle alcuni lavori di esegesi di testi poetici ed ha prodotto la sua prima raccolta di poesie, uscita di recente per Lieto Colle: Barocco amorale. Ne parliamo direttamente con lui:<span id="more-682"></span></p>
<p><strong>Barocco amorale: intervista a Diego Conticello</strong></p>
<p><span style="color: #993300;">Alberto Carollo: Partiamo dal titolo di questa tua silloge, caro Diego. Conoscendoti so per certo ch’è un efficace quanto calzante biglietto da visita della tua poetica, ma cerchiamo di fornire qualche coordinata in più al lettore che ti voglia accostare. Il “Barocco” non allude solo alla tua formazione, alla tua provenienza geografica, ai tuoi studi su Lucio Piccolo. In quali accezioni qualifichi come “barocche” le tue composizioni? Per “amorale” alcuni commentatori rilevano che non sia da intendersi letteralmente, ma piuttosto un riferimento alla tematica amorosa come centralità del testo, peculiarmente anticonvenzionale e ri-codificata.<br />
Vuoi fornirci qualche ulteriore precisazione al riguardo?</span></p>
<p>Diego Conticello: Le mie liriche sono “barocche” in primo luogo per la ricerca della parola rara, anticata, inusuale ai limiti del neologismo o addirittura della voluta storpiatura formale, del metaforismo che si vuole arrampicare sempre più in alto e, di conseguenza, in rischioso bilico sulla fragilissima fune dei pensieri e dello stupore.<br />
E’ vero poi che l’aggettivo “amorale” è da intendersi come “amoroso”, ma anche privo di catene eccessivamente moralizzanti che inibiscano ogni slancio di “amoralità” in tutta la sua pienezza.</p>
<p><span style="color: #993300;">AC: Il tuo è un canzoniere d’amore propriamente inteso: ricerca di un eterno femminino ma anche seduzione del corpo, sensualità e celebrazione della bellezza dell’amata. Altro motivo predominante è pure l’amore per la natura, per la tua terra d’origine, per una certa tipologia umana, per i tuoi sodali o modelli di riferimento. Quali altre <em>nuances</em> potremmo aggiungere? Secondo te come parla d’amore la tua poesia e come dovrebbe parlare d’amore la lirica contemporanea per non apparire frusta e di maniera?</span></p>
<p>DC: Certamente la sacralità dell’eros e della natura è talmente poderosa che non può contemplare nessun vitalizio con la religiosità degli antiquati rituali cattolici, che considero ormai privi di ogni suggestione o influenza, ma solo trite litanie superstiziose da cui liberarsi per riscoprire quella vera fedeltà che consiste nel rapporto festoso e totalizzante con la natura delle cose.<br />
La mia poesia accoglie una visione viscerale dell’amore, in stretta armonia col vissuto, dunque prima di tutto parla di passione in modo autentico e mai distante. Nella poesia contemporanea (che poi è specchio della nostra realtà sociale) la parola viene giornalmente svilita per l’uso estremamente smodato di termini troppo comuni, cosiddetti “facili”. Si assiste, ahimé in troppe letture, a banali tentativi di melenso romanticismo che neanche nei vecchi romanzi d’appendice trova ormai spazio. Poi la forzatissima operazione per cui leggiamo ancora testi in rima baciata fa il resto, dando la mazzata finale, imbrigliando la parola dentro universi limitatissimi che non le appartengono. Quindi prima di poter parlare d’amore è necessario saper parlare, saper scrivere (sbagliano coloro i quali pensano che abbisogni solo il talento, giova imparare ogni giorno, talvolta in maniera anche poco docile, lacerante).</p>
<p><span style="color: #993300;">AC: In una tua nota o <em>Avvertenza</em> in epigrafe alla raccolta scrivi: «La mia poesia è il tentativo di raccogliere l’acino migliore dal grappolo più buono». In effetti trovo che il tuo lavoro sulla parola sia il processo di un’elaborata selezione, di una volontà di pervenire ad un dettato minimale quanto ricercato, con una misura sempre brevilinea del verso. In quale direzione si muove la tua ricerca espressiva?</span></p>
<p>DC: Il mio è un tentativo (riuscito o meno spetta dirlo al lettore) di recuperare la centralità della parola, cercando di restituire significati anche nascosti, per così dire in via d’estinzione, talvolta con un simbolismo che possa caricare i termini di una “plurisensualità” che favorisca la massima apertura possibile del pensiero in quel determinato istante in cui la si legge. Ormai in poesia è stato detto tutto, del resto sono trascorsi tremila anni e più dalle prime manifestazioni del pensiero lirico, per cui la sola cosa che mi resta è la ricerca e la fede nelle assolute potenzialità della parola, non vedo altro nel mio orizzonte. Lo scheletro breve e privo di metrica mi aiuta a non sottostare a rigidi tradizionalismi che non mi appartengono, liberando la parola nella sua più sincera libertà.</p>
<p><span style="color: #993300;">AC: Da un punto di vista stilistico c’è in “Barocco amorale” un’attenzione quasi “spasmodica” al lessico. Da studioso di letteratura guardi con un occhio, consapevolmente, alla tradizione (Ramat nella sua prefazione parla di «Novecento aurorale») e con l’altro ti volgi al presente ed immediato futuro (del resto sei un poeta giovanissimo), sperimentando soluzioni volte a liberare la singola parola nella sua singolarità, addirittura coniando dei neologismi («pioggono», «ridace», «bluato», «sbercio» tra gli altri). Perché Diego Conticello avverte il bisogno di coniare nuove parole? Ritieni che l’italiano contemporaneo sia una lingua poco duttile dal punto di vista semantico o sono invece gli attuali parlanti ad aver abbassato il tono e la loro competenza linguistica?</span></p>
<div id="attachment_681" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><a href="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/05/110110-Diego-Conticello.jpg"><img class="size-full wp-image-681" title="110110-Diego-Conticello" src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/05/110110-Diego-Conticello.jpg" alt="" width="250" height="396" /></a><p class="wp-caption-text">Diego Conticello</p></div>
<p>DC: Tutt’altro. Ho troppa stima per la mia lingua natia per ritenerla abulica o superata. La lingua italiana è una miniera inesauribile di parole e, conseguentemente di significanti, di idee, tuttavia la si conosce ancora troppo poco e male. Il bisogno intimo è quello di ricercare originalità nella poesia e ormai, dal mio punto di vista, è possibile farlo quasi esclusivamente nell’ambito della parola. Peraltro sono rarissimi gli effettivi neologismi presenti nelle mie poesie, io parlerei piuttosto di “alterazioni di forme pre-esistenti”. La vedo come una sorta di provocazione, affinché anche il lettore possa entrare in questo  perverso ma fascinosissimo meccanismo e prendere in mano il vero “libro dei libri”: non la bibbia, ma il vocabolario, possibilmente anche quello etimologico, che permette di compiere il decisivo salto nel tempo verso le radici del senso, che oggi abbiamo purtroppo perduto.</p>
<p><span style="color: #993300;">AC: Lirica d’amore, abbiamo detto. Una domanda amorevolmente “cattiva”: il lettore distratto o il detrattore per partito preso potrebbero sostenere che un lucido controllo sulla resa formale “raffredda” in qualche modo la spontaneità, quel sentimento istintivo e immediato che la renderebbe più viscerale. So bene che il pathos non difetta alla tua parola, così come «l’emozione fugace che straripa dal crudo orizzonte giornaliero», ma cosa ti sentiresti di rispondere a queste possibili obiezioni?</span></p>
<p>DC: Quasi tutte le mie poesie nascono al massimo in 10 minuti: più sentimento istintivo di questo non saprei dove prenderlo! E’ chiaro che poi subentra una risistemazione formale, altrimenti saremmo ancora fermi all’odiosa insostenibilità del cuore/amore.</p>
<p><span style="color: #993300;">AC: La tua poesia è teatro di tensioni contrastanti, non dissimula quel “male di vivere” di montaliana memoria; anzi, si potrebbe affermare che varie tue composizioni creino perturbamento, se non disorientamento per un sagace uso della metafora, per l’utilizzo di volute disarmonie foniche: («Un salice teso / tira / a nodi corde / logore affilate, // ti sbercio / perduta desistere» p. 29; «Da queste grondaie / spanate / ho fatto veglia / allo sgorgo viola / di tre albe tristi» p. 61; «Chiama una lampada / accesa / a sondare / la linfa dei morti» p. 77). A volte la riflessione sulla condizione umana si raggruma in terrificanti istantanee, come in Ataviche lotte d’esistenza (p. 62), o si concentra in domande retoriche: «Quanto ancora / dovremo attendere / perché l’uomo capisca? / Quanto ancora, quanto / ancora?» (p. 53). Ritieni che la tua visione «cosmico-etica» sia improntata ad un pessimismo di fondo o ti senti più un concreto “realista” che registra le derive del paesaggio contemporaneo?</span></p>
<p>DC: Non posso rifuggire dall’amara constatazione sul sonno della società odierna, anelando al più presto quel definitivo risveglio della ragione che spinga finalmente l’uomo a staccarsi dal proprio retaggio animale, riappropriandosi di quelle vette del pensiero che purtroppo al giorno d’oggi scala solo di rado e con la lentezza di chi non possiede l’attrezzatura adatta nemmeno a sopravvivere e pertanto si trova sempre a fare i conti col baratro dell’iniquità. Spero solo di arrivare a vedere quantomeno un rampino e qualche corda solida che non lasci cadere gli “ultimi”!</p>
<p><span style="color: #993300;">AC: In “Barocco amorale” risalta con forza la dicotomia tra la Sicilia, tua terra d’origine, descritta «con le cosce fumanti / di sole, aperte», «il seno, notturno / soffio di zagara» e Padova, la città dove attualmente risiedi e stai completando il tuo percorso universitario: «città vecchia / adagiata / su opprimenti portici». Quanto è tenace il legame che ti lega alla Sicilia e come l’isola ha saputo nel tempo regalare alla nostra Letteratura opere di assoluto rilievo e d’imprescindibile importanza? Fai qualche nome.</span></p>
<p>DC: E’ come chiedere ad un neonato di staccarsi dal “seno” della madre. Crescendo gli resterà una qualche ancestrale reminiscenza e allora questa madre non vorrà lasciarlo andare, ma deve. Non c’è nessun abbraccio, per quanto amorevole, che non contenga inconsciamente il morso fatale di una regressione, di una “morte”, necessariamente da fronteggiare, da oltrepassare!<br />
Sarebbe troppo scontato parlare del meraviglioso estro naturalistico e rapsodico di Lucio Piccolo, ma dico Angelo Scandurra: un lirico puro, seducente nelle sue “incarnificazioni”terragne ed erotiche, che ricordano certa poesia ispano-americana (Neruda, Borges, Gòngora). Per la prosa non saprei, come direbbe Ignazio Buttitta “io faccio il poeta”! Due solamente, tra i più sviliti e dimenticati: Bufalino e Pizzuto.</p>
<p><span style="color: #993300;">AC: Alcuni critici ti hanno accostato all’Ungaretti dell’Allegria; altri ancora a Quasimodo e a Sandro Sinigaglia. «Non chiedetemi modelli» scrivi nell’<em>Avvertenza</em> ma io, da buon bastardello, ti vorrei comunque chiedere quali sono stati gli autori che hanno segnato in maniera indelebile la tua formazione di letterato e di poeta.</span></p>
<p>DC: Il primo amore d’ingenuo quattordicenne è stato Pablo Neruda, vero maestro nelle sue similitudini terra-donna: e il primo amore, si sa, non si scorda mai. Negli anni padovani è arrivato il Borges, sconosciuto come poeta, de <em>L’oro delle tigri</em>, che mi ha regalato l’uso insistito e inusitato della metafora continuata derivato, a sua volta, dagli antichi poemi scandinavi (“Kenningard”). Poi la folgorazione quasi “elementale” per Lucio Piccolo, impagabile nei suoi scorci fisici e pittorico come nessuno, con una affine predisposizione all’immersione nell’abissale mare di quelle parole che qualcuno preferisce chiamare scarti, anticaglie.</p>
<p><span style="color: #993300;">AC: Com’è nato il sodalizio con Silvio Ramat, insigne cattedratico e altrettanto celebrato poeta e osservatore della scena culturale del XX Secolo, che ha scritto la prefazione al tuo libro?</span></p>
<p>DC: Quasi per caso. Ero in procinto, appena ventenne ma ormai troppo in ritardo, secondo i dettami di Giuseppe Tomasi, per riuscire a “smagarsi” dai bellissimi e pericolosi lacci che tende la mia isola, di trasferirmi a Padova quando, spulciando tra i nomi dei professori dell’ateneo, noto quel Ramat Silvio che al liceo leggevo nelle schede critiche sul Novecento. Una grande, inaspettata sorpresa! Come si fa, davvero poco ingenuamente, mi presentai con le bozze del mio inusuale volume di critica sulla poesia di Lucio Piccolo, costruito con delle fotografie che motivano i versi delle liriche (Lucio Piccolo. Poesia per immagini “Nel vento di Soave”). Deve averlo colpito molto se non ha esitato a scrivere, anche per quel libro, una postfazione allo studentello siciliano appena giunto in pianura padana. Soprattutto è stato lui ad indirizzarmi verso LietoColle.<br />
La comune passione per la poesia, la sua estrema pacatezza hanno fatto il resto.</p>
<p><span style="color: #993300;">AC: In chiusura ci racconti brevemente della tua esperienza editoriale con LietoColle? È stata un’esperienza proficua per la tua attività?</span></p>
<p>DC: A posteriori credo di aver trovato il massimo che si possa pretendere. Certo niente si fa per niente oggigiorno, di questo un autore emergente, specie in poesia, deve essere preventivamente consapevole. Tuttavia il grande sforzo pubblicitario, la visibilità (sempre relativa al ristretto pubblico della poesia), l’affascinante veste editoriale con cui si presenta il libro, la cura maniacale dei dettagli, della grafica, della carta mi hanno ripagato pienamente. In soli sei mesi anche il riscontro critico,  grazie alla loro vorticosa “motilità”,  è stato proficuo. Cos’altro si può desiderare? Michelangelo Camelliti (l’editore)  in breve tempo è diventato un intimo amico, mi ha accolto nella sua ‘casa’ come si farebbe con un figlio.</p>
<p><span style="color: #993300;">AC: Grazie Diego, auguriamo a “Barocco amorale” tanta fortuna ed a te lunga vita e prosperità (artistica ed umana).</span></p>
<p>DC: Grazie a te Alberto e grazie a tutti i potenziali lettori di poesia, sperando che crescano in numero e volontà.</p>
<p><strong>Diego Conticello</strong>. Nato a Catania nel 1984, vive e studia tra Padova e la Sicilia. Laureato in Linguaggi e tecniche di scrittura presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Padova, con una tesi sul poeta messinese Basilio Reale, è attualmente specializzando in Letteratura e Filologia moderna con un repertorio di poeti siciliani contemporanei (da Lucio Piccolo a Bartolo Cattafi, da Lucio Zinna a Nino De Vita, da Melo Freni ad Angelo Scandurra ed altri).</p>
<p>Nel 2004 ha condotto degli studi, con metodo concordanziale, sulle edizioni de <em>L’esequie della luna</em> di Lucio Piccolo, per la cattedra di Teoria della letteratura dell’Università di Catania. Fa parte del coordinamento tecnico del museo-laboratorio «Centro Lucio Piccolo di Calanovella» di Ficarra (Messina).</p>
<p>Nel 2009 è uscito, per i tipi di Cittaperta Edizioni, un suo saggio esegetico-biografico-figurativo dal titolo <em>Lucio Piccolo. Poesia per immagini “Nel vento di Soave”</em>, scritto a quattro mani con Franco Valenti e con una postfazione del maestro Silvio Ramat.</p>
<p>Ha vinto alcuni premi di poesia inedita tra cui il “Roberto Bertelli” città di Pontedera e, più volte, il premio indetto dalla Fondazione Vitaliano Brancati “Parole e Segni” città di Catania.</p>
<p><em>Barocco amorale </em>è la sua prima opera poetica di cui si sono già occupati numerosi critici, da Lucio Zinna ad Alfonso Lentini e ancora Angelo Scandurra, Maddalena Capalbi, Sebastiano Saglimbeni, Marzia Alunni, Fabio Michieli e altri.</p>
<p class="facebook"><a href="http://www.facebook.com/share.php?u=http://www.albertocarollo.it/blog/2011/05/13/barocco-amorale-intervista-a-diego-conticello/" target="_blank"><img src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/plugins/add-to-facebook-plugin/facebook_share_icon.gif" alt="Share on Facebook" title="Share on Facebook" /></a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Doppio ritratto: Giuseppe Iannozzi intervista Alberto Carollo</title>
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		<pubDate>Sun, 08 May 2011 20:46:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Alberto Carollo autore di &#8220;Doppio ritratto&#8221; parla del suo romanzo con Iannozzi Giuseppe Iannozzi Giuseppe &#124; 8 maggio 2011 at 10:02 am &#124; Etichette: Alberto Carollo, doppio rittratto, edizioni creativa, iannozzi giuseppe, iannozzi raccomanda &#124; Categorie: arte e cultura, critica, critica letteraria, cultura, editoria, iannozzi giuseppe, iannozzi raccomanda, interviste, letteratura, libri, narrativa, promo culturale, recensioni, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<table style="height: 25px;" width="16">
<tbody>
<tr>
<td valign="top"><a rel="nofollow" href="http://iannozzigiuseppe.wordpress.com/author/iannozzigiuseppe/" target="_blank"></a></td>
<td valign="top">
<p><div id="attachment_669" class="wp-caption alignleft" style="width: 138px"><a href="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/05/Iannozzi-Giuseppe.jpeg"><img class="size-full wp-image-669" title="Iannozzi Giuseppe" src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/05/Iannozzi-Giuseppe.jpeg" alt="Iannozzi" width="128" height="128" /></a><p class="wp-caption-text">Giuseppe Iannozzi</p></div></td>
</tr>
</tbody>
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<h2><a rel="nofollow" href="http://iannozzigiuseppe.wordpress.com/2011/05/08/alberto-carollo-autore-di-doppio-ritratto-parla-del-suo-romanzo-con-iannozzi-giuseppe/" target="_blank">Alberto Carollo autore di &#8220;Doppio ritratto&#8221; parla del suo romanzo con Iannozzi Giuseppe</a></h2>
<p><strong><a rel="nofollow" href="http://iannozzigiuseppe.wordpress.com/author/iannozzigiuseppe/" target="_blank">Iannozzi Giuseppe</a></strong> | 8 maggio 2011 at 10:02 am | Etichette: <a rel="nofollow" href="http://iannozzigiuseppe.wordpress.com/?tag=alberto-carollo" target="_blank">Alberto Carollo</a>, <a rel="nofollow" href="http://iannozzigiuseppe.wordpress.com/?tag=doppio-rittratto" target="_blank">doppio rittratto</a>, <a rel="nofollow" href="http://iannozzigiuseppe.wordpress.com/?tag=edizioni-creativa" target="_blank">edizioni creativa</a>, <a rel="nofollow" href="http://iannozzigiuseppe.wordpress.com/?tag=iannozzi-giuseppe" target="_blank">iannozzi giuseppe</a>, <a rel="nofollow" href="http://iannozzigiuseppe.wordpress.com/?tag=iannozzi-raccomanda" target="_blank">iannozzi raccomanda</a> | Categorie: <a rel="nofollow" href="http://iannozzigiuseppe.wordpress.com/?cat=307642" target="_blank">arte e cultura</a>, <a rel="nofollow" href="http://iannozzigiuseppe.wordpress.com/?cat=8714" target="_blank">critica</a>, <a rel="nofollow" href="http://iannozzigiuseppe.wordpress.com/?cat=604901" target="_blank">critica letteraria</a>, <a rel="nofollow" href="http://iannozzigiuseppe.wordpress.com/?cat=2367" target="_blank">cultura</a>, <a rel="nofollow" href="http://iannozzigiuseppe.wordpress.com/?cat=149341" target="_blank">editoria</a>, <a rel="nofollow" href="http://iannozzigiuseppe.wordpress.com/?cat=37182541" target="_blank">iannozzi giuseppe</a>, <a rel="nofollow" href="http://iannozzigiuseppe.wordpress.com/?cat=37196346" target="_blank">iannozzi raccomanda</a>, <a rel="nofollow" href="http://iannozzigiuseppe.wordpress.com/?cat=21751" target="_blank">interviste</a>, <a rel="nofollow" href="http://iannozzigiuseppe.wordpress.com/?cat=23300" target="_blank">letteratura</a>, <a rel="nofollow" href="http://iannozzigiuseppe.wordpress.com/?cat=1637" target="_blank">libri</a>, <a rel="nofollow" href="http://iannozzigiuseppe.wordpress.com/?cat=220176" target="_blank">narrativa</a>, <a rel="nofollow" href="http://iannozzigiuseppe.wordpress.com/?cat=37196362" target="_blank">promo culturale</a>, <a rel="nofollow" href="http://iannozzigiuseppe.wordpress.com/?cat=5023" target="_blank">recensioni</a>, <a rel="nofollow" href="http://iannozzigiuseppe.wordpress.com/?cat=107361" target="_blank">romanzi</a>, <a rel="nofollow" href="http://iannozzigiuseppe.wordpress.com/?cat=15061" target="_blank">scrittura</a> | URL: <a rel="nofollow" href="http://wp.me/pPmjD-1JL" target="_blank">http://wp.me/pPmjD-1JL</a></p>
<p>intervista ad Alberto Carollo autore di &#8220;Doppio ritratto&#8221; di  Iannozzi Giuseppe 1. &#8220;Doppio ritratto&#8221; è il disegno di un destino  infelice, di un amore la cui misura par essere disgraziata sino alle  estreme conseguenze. C&#8217;è di fondo un esistenzialismo talvolta cinico in  Alfredo, nel protagonista del tuo ultimo romanzo. Sbaglio? Non sbagli.  Alfredo è un [...]</p>
<p><a rel="nofollow" href="http://iannozzigiuseppe.wordpress.com/2011/05/08/alberto-carollo-autore-di-doppio-ritratto-parla-del-suo-romanzo-con-iannozzi-giuseppe/" target="_blank">Leggi il resto dell&#8217;articolo</a></p>
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		<title>L&#8217;Arca: Alberto della Rovere intervista Marco Cian</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Apr 2011 20:04:04 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il 24 marzo scorso abbiamo avuto il piacere di ospitare presso la libreria Quarto Potere di Vicenza, a cura di CaRtaCaNta, il poeta Marco Cian e la sua silloge d&#8217;esordio, L&#8217;Arca, di cui potete leggere una recensione qui. Marco Cian si è raccontato per più di un&#8217;ora, sotto il fuoco di fila delle domande mie [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/04/ARCA-cop-piccola.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-624" title="Progetto2" src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/04/ARCA-cop-piccola-202x300.jpg" alt="l'arca_cover" width="202" height="300" /></a>Il 24 marzo scorso abbiamo avuto il piacere di ospitare presso la libreria <a href="http://libreriaquartopotere.it">Quarto Potere</a> di Vicenza, a cura di <a href="http://cartacantalab.com">CaRtaCaNta</a>, il poeta Marco Cian e la sua silloge d&#8217;esordio, <em>L&#8217;Arca</em>, di cui potete leggere una recensione <a href="http://www.albertocarollo.it/blog/2011/04/09/larca/">qui</a>.</p>
<p>Marco Cian si è raccontato per più di un&#8217;ora, sotto il fuoco di fila delle domande mie e dell&#8217;amico e sodale dell&#8217;associazione Alberto della Rovere. Altre notizie sull&#8217;autore le potete reperire su: http://www.marcocian.it.<br />
In questa sede riporto un&#8217;intervista al poeta redatta dal Della Rovere, utile ad inquadrare la raccolta edita da <em>Edizioni del Leone</em> di Paolo Ruffilli.<span id="more-629"></span><span style="color: #000080;"><span style="color: #993300;"><strong>Alberto Della Rovere </strong>intervista<strong> Marco Cian</strong></span><br />
</span><br />
<strong>Alberto Della Rovere:</strong> Può commentare la natura della scelta formale: il poema &#8216;polifonico&#8217;, inusuale nella scena lirica contemporanea?</p>
<p><strong>Marco Cian</strong>: Il carattere polifonico riflette una duplice scelta. Innanzitutto c’è un racconto, che pervade la raccolta, ed è il racconto dell’arca, che raccoglie un’umanità moralmente e socialmente emarginata, per condurla verso un ignoto futuro, che resta alla fine irrisolto, verso il miraggio di una maggiore giustizia (“la città permissiva, la città/purificata”), oppure verso un destino di morte (“E il sonno si prende anche la nostra fede/la coltiva o la mutila/la nutre/o la trasfigura”). In secondo luogo, c’è l’opera corale: nell’arca si levano il ricordo, la denuncia e l’accusa, attraverso la voce di uomini e donne diversi, e ciascuno racconta la propria ferita, animato dall’amarezza o dalla durezza della propria esperienza.</p>
<p><strong>ADR: </strong>Nell&#8217;impianto, il testo si ispira a E.L. Masters, incontrando, nell&#8217;ispirazione allegorica, contenuti teologici e biblici, non esenti da echi danteschi, se non pasoliniani (l&#8217;attenzione agli &#8216;ultimi&#8217;): condivide? Quali altri sono le fonti ispiratrici della Sua poesia?</p>
<p><strong>MC:</strong> <em>Spoon river </em>viene subito in mente. Ma l’affinità è solo esteriore. Lee Master mette in scena una società di provincia; il mio obiettivo è invece quello di dare voce a un’umanità prostrata, gettando uno sguardo a volte severo sui principi e i valori morali della nostra cultura. Ed anche nei toni, quello de <em>L’arca</em> è duro, rabbioso, talvolta desolato, senza la prosaicità di Lee Masters. Credo ci sia, in alcuni tratti, un’eco della musicalità del Luzi della maturità; poi, ogni singola poesia calandosi in un personaggio, ci sono riferimenti disparati, come alle <em>Mu’allaqat</em> o ai salmi biblici.</p>
<p><strong>ADR:</strong> La raffinata prefazione di Paolo Ruffilli, uno dei più stimati (e &#8216;tradotti&#8217;) poeti italiani: come siete venuti in contatto?</p>
<p><strong>MC:</strong> A Paolo (Ruffilli) sono stato presentato da una bravissima italianista dell’università di Padova. Lui ha subito molto apprezzato la raccolta e me ne ha proposto la pubblicazione nella sua prestigiosa collana. La prefazione che vi ha dedicato è splendida e ricchissima: un onore inimmaginabile, per me.</p>
<p><strong>ADR: </strong>Come concilia la Sua formazione definibile &#8216;giurisprudenziale&#8217; (vedi l&#8217;imponente corpus di pubblicazioni specifiche) con l&#8217;inclinazione alla poesia ed alla letteratura?</p>
<p><strong>MC:</strong> Sono professore ordinario di diritto commerciale all’Università di Padova e dunque leggo e scrivo di diritto. Ma la passione per la letteratura precede la professione universitaria e la coltivo sin da ragazzo. Ho pubblicato racconti e poesie per riviste letterarie, partecipato ad opere collettanee. D’altra parte l’esperienza nella scrittura giuridica ha contribuito non poco alla maturazione anche di un più accurato stile letterario.</p>
<p class="facebook"><a href="http://www.facebook.com/share.php?u=http://www.albertocarollo.it/blog/2011/04/16/larca-alberto-della-rovere-intervista-mario-cian/" target="_blank"><img src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/plugins/add-to-facebook-plugin/facebook_share_icon.gif" alt="Share on Facebook" title="Share on Facebook" /></a></p>]]></content:encoded>
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		<title>TinAmo. &#8220;SbiZZa&#8221; e la microrchestra</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Apr 2011 08:35:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>patrizia garofalo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“La brezza invernale si chiama sbiZZa e TinAmo è parola d’amore” Per un’ anteprima del disco ecco il link al sito dove è possibile ascoltare il brano &#8220;Tinamo farfalla&#8221;. www.myspace.com/sbizza Patrizia Garofalo intervista Massimo Bevilacqua Massimo Bevilacqua è poeta, musicista e voce che esplora la parola.  Essa nasce dal silenzio e si connota attraverso la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“La brezza invernale si chiama sbiZZa e TinAmo è parola d’amore”</p>
<p>Per un’ <strong>anteprima del disco</strong> ecco il link al sito dove è possibile ascoltare il brano &#8220;Tinamo farfalla&#8221;.<br />
<a href="http://www.myspace.com/sbizza">www.myspace.com/sbizza</a></p>
<p><strong>Patrizia Garofalo </strong>intervista <strong>Massimo Bevilacqua</strong></p>
<div id="attachment_619" class="wp-caption alignleft" style="width: 200px"><a href="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/04/Tinamo.jpg"><img class="size-full wp-image-619" title="Tinamo" src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/04/Tinamo.jpg" alt="Tinamo" width="190" height="167" /></a><p class="wp-caption-text">Tinamo, il CD di Massimo Bevilacqua &amp; della sua Microrchestra</p></div>
<p>Massimo Bevilacqua è poeta, musicista e voce che esplora la parola.  Essa nasce dal silenzio e si connota attraverso la densa formulazione di esistere come scarto dalla norma consueta e quotidiana.<br />
Come dalla sua silloge <em>Morfologia dell’abbandono</em> ( Lieto Colle 2007 ) la ricerca trova spazio nella mappa dell’anima e nella meditazione foriera di  suggerimenti e dialoghi che congiungono memoria del passato e attraversamento dell’oggi con un agito originale e poetico. “Si sta mozzando un giorno nelle coperte/ migliaia di parole raggruppate in frasi/ hanno fatto il loro tempo e una linea retta/ tira il tuo respiro sulla nuca nuda e inarcata./ meno male che i tuoi sogni non muoiono mai/…/ siamo radici della prossima assenza/…il figlio giace sfollato senza mappe/ le foto sono il ritratto della stabilità/ amano essere il desiderio/ di qualsiasi abbozzato movimento/”<span id="more-615"></span></p>
<p>Il figlio sfollato e senza mappe com-prende che cogliere la vita necessita della coscienza dei continui abbandoni per dare loro un senso che spinga a disgelare il freddo della caducità in “colloqui altri”, proprio quelli che l’autore trova “tra castagne e lacrime” nella natura della sua terra  ricca di boschi e dove il silenzio apre  il varco alla parola non detta e suggerita da fruscii, acqua di fiume, foglie secche.<br />
“(&#8230;)cerco di trafiggere quel segreto che/ lasci pietrificarsi piano sulla tua bocca” ed è proprio da questa consapevolezza “ fragile come una virgola/ dentro un discorso che non so dov’è”, che scaturisce la sorgente  della musica insieme alla parola di Massimo Bevilacqua.</p>
<p>Il suono fa eco ad immagini caleidoscopiche e apre la vista ad un mondo di possibile reciprocità con il “ tu” che segue il ritmo della sua musica dalla quale attinge come per colorare con trasporto un creato dove “ tinamo” è parola sussurrata e offerta.<br />
“E farò, disegnandole, tante forme nell’aria/ soffierai, ingrandendole, come dentro una storia/ e dirai, indicandole, un miliardo di cose/ riempirai catapulte di colore/”<br />
Per stessa dichiarazione del poeta, la sordità dei genitori ha indicato nel mondo della gestualità, la connotazione della parola insieme al vuoto del silenzio che Massimo trasforma nella silente sospensione di uno spazio dentro cui le cose si pacificano prima di svelarsi alla multiformità della poesia, della musica e della vita.</p>
<p>Il CD disegna nella farfalla il riverbero del cielo. Ma è davvero una farfalla? O invece una foglia? Quando apriamo il libricino che riporta i testi delle canzoni, non è forse anche un albero dalle forti radici? Forse quell’appartenenza che impedisce e frena l’ “osteoporosi dell’anima”.</p>
<p><em>A colloquio con Massimo Bevilacqua</em></p>
<p><span style="color: #800000;">PG: «Ho letto molte delle tue poesie e tutti i testi di Tinamo, la costruzione di questi ultimi è altrettanto autonoma ed io, che di musica poco conosco, vorrei chiederti in che senso, a tuo avviso, essa verrebbe a meglio connotarle.»</span></p>
<p>MB: «La cosa parte da molto lontano Patrizia, per anni ho scritto testi poetici in una stanza, mentre nell’altra accanto componevo musica e canzoni. Prima di cantare in italiano ho cantato in inglese e perfino in dialetto, poi ad un certo punto ho provato a cantare le mie poesie in alcuni <em>reading</em>. La cosa mi è piaciuta e da lì si è visualizzato il desiderio di puntare ad un progetto di unione delle due anime che è divenuto sempre più incalzante. I primi esperimenti passavano dalla pura poesia cantata alla sperimentazione di testi costruiti sulla melodia delle canzoni. In quel momento mi ha aiutato molto leggere ed ascoltare l’esperienza di Umberto Fiori, il suo pensiero rispetto alla poesia e alla voce. Nell’ambito musicale poi mi ha guidato la nuova corrente folk americana (in primis l’ascolto di artisti come Sufjan Stevens, Bon Iver, Laura Veirs) insieme ad alcune esperienze del cantautorato italiano (Diaframma, Perturbazione e molti altri). Diciamo che mi sono sbiZZarrito e tutt’ora lo stile compositivo non è univoco, mi capita ancora di comporre la musica partendo dai testi poetici (ad es. in “Sordografie”), di cantare e comporre il testo contemporaneamente (ad es. in “Tinamo Farfalla”) oppure anche di comporre prima la musica e poi il testo (ad es. in “Ora d’aria”). Credo che un aspetto importante da considerare sia quello della metrica, in poesia come ben si sa, la metrica ha un ruolo determinante, per la canzone idem anche se quest’ultima è molto vincolata alla dimensione ritmica, alla sonorità ed anche alla ripetitività del testo. Ciò che cerco di fare è tenere assieme il registro poetico e il canto, in una dimensione metrico/ritmica istintiva e personalizzata. Ma mi sto perdendo in troppi ragionamenti, nella realtà le cose avvengono molto più semplicemente e fluidamente. Ed è meglio così! Certamente posso affermare che il registro dei miei testi non è di tipo narrativo, si rifà invece molto alla dimensione del verso poetico, il verso che ricrea immagini. La canzone “Adda” per me ne è un esempio lampante: è un insieme di frammenti, ricordi, immagini che si incastrano come dentro un quadro cubista.»</p>
<p><span style="color: #800000;">PG: «Microrchestra ? poca strumentazione? E soprattutto ci dici quale e perché?»</span></p>
<p>MB: «In realtà in TINAMO la strumentazione è piuttosto ricca, questo perché abbiamo pensato che sarebbe stato bello coinvolgere la comunità di musicisti e artisti “vicini di valle”. Il nucleo base del progetto è però composto da voce, chitarra, basso, batteria-percussioni, piano, musical saw, glockenspiel, clarinetto, oboe e tromba. In effetti questo nucleo base rappresenta una piccola orchestra o almeno questo sarebbe il nostro sogno. I fiati sono strumenti tipici e usati molto nelle bande di paese, sono strumenti che riportano spesso alla memoria e alla quotidianità. Gli altri invece sono più moderni e sperimentali, così ne esce un bel mix. Infine il “micro” è anche legato alla dimensione territoriale del progetto: piccola è la valle, piccolo il cielo, piccolo l’orizzonte, piccola la distanza tra la casa e il bosco. Piccole tante cose…»</p>
<p><span style="color: #800000;">PG: «Mi piace molto il termine “ Sbizza”, adesso che ne conosco il significato mi sveleresti perché hai scelto questo nome per te?»</span></p>
<p>MB: «L’ho scelto perché cercavo un nome “prossimo”, sbiZZa è una parola dialettale usata da una persona molto cara. Un nome prossimo un po’ perché il progetto è come un figlio e un figlio, vuoi tenertelo stretto e vicino, almeno quando nasce e muove i primi passi. Volevo qualcosa della mia quotidianità, volevo qualcosa legato ai luoghi da cui provengo, volevo anche un nome al femminile, volevo un nome che mi riportasse all’inverno e alla sua splendida capacità di tenerti sveglio, vivo, reattivo. SbiZZa mi sembrava il nome giusto, ci ho pensato molto. Non è stato facile trovare una parola che racchiuda un progetto per me così importante e pieno di tante cose della mia vita.</p>
<p><span style="color: #800000;">PG: «Sordità… come  silenzio e spazio di gesti  ma anche come vuoto ?»</span></p>
<p>MB: «Certo, anche come vuoto. Tempo fa ho scritto due testi, uno in prosa dedicato a mia madre, l’altro in versi dedicato a mio padre. Ho provato a dare voce e parole a due foto bellissime in bianco e nero con i loro volti alla festa dei coscritti per i 18 anni. Sono due foto bellissime in cui non ho potuto non parlare del tema del vuoto, del dolore legato alla loro sordità. Entrambe finiscono con due versi identici, forse un po’ tristi ma per me reali, chiudono così: “Magari avevi perso tanti sguardi o una serata sognata / e al silenzio piaceva ritorcersi e trattenere”.»</p>
<p><span style="color: #800000;">PG: «Io penso che la sordità sia , negativamente intesa, il vociare senza senso, il fastidio di parole inutili, il non ascoltare, e spesso anch’io cerco la natura. Qual è la natura che ti parla ?»</span></p>
<p>MB: «Condivido Patrizia, la sordità non è soltanto un problema del corpo fisico, una questione di assenza, c’è di più, c’è un sordità delle emozioni, dello spirito e perfino del silenzio. La natura è vitale per le mie parole, è il tappeto sul quale a volte ho la sensazione di posarle. Che siano cantate o recitate. Qui di natura sono circondato, e spesso sento di trascurarla troppo, fortunatamente rimane ancora un grande prato verde avanti a casa mia, con un albero di albicocco che proprio oggi sta rifiorendo.»</p>
<p><span style="color: #800000;">PG: «In questo tuo percorso artistico cosa ti arricchisce di più ?»</span></p>
<p>MB: «Mi arricchiscono due cose: la forza del progetto e le persone che ne fanno parte. Per me è stato come vivere una vera e propria metamorfosi. Superare la sordità (non soltanto fisica) attraverso il desiderio di comunicare con il linguaggio poetico. La poesia e la forma canzone sono sempre state due cose separate da una linea di demarcazione abbastanza netta. Poi, d’un tratto, tutto magicamente si è rimesso a posto, non avrei mai pensato che dei testi poetici (o con un registro poetico) potessero essere musicati e cantati. Anche se ci scordiamo spesso che la poesia nasce come canto.»</p>
<p><span style="color: #800000;">PG: «Ti chiederei simbolicamente di regalarmi una canzone. Ti prometterei di custodirla bene e di restituirtela  al ritorno da un tuo viaggio. Quale mi daresti e da quale viaggio torneresti ?»</span></p>
<p>MB: «Questa domanda è splendida, l’idea di lasciarti in custodia una canzone dentro il tempo di un viaggio è affascinante. Ti donerei proprio “Castagne e lacrime”, te la lascerei cullare perché sei una poetessa e questa canzone esplode di poesia e femminilità. Io partirei e me ne andrei ad est fino all’oceano Pacifico, che non ho mai visto.»</p>
<p><span style="color: #800000;">PG: «E’ di routine chiederti i tuoi programmi ma ESISTERE è già un meraviglioso viaggio… vero?»</span></p>
<p>MB: «I programmi non sono molto fitti. E’ già un dono, come dici tu, quello di essere giunto a questo punto, a questa metamorfosi. Ci sono alcuni concerti, ognuno diverso per <em>location</em>, per modalità, per collaborazioni e questo è bellissimo! Abbiamo spedito a diverse riviste, siti, etichette, concorsi… Chissà. Siccome sono del Toro e ho pure l’ascendente in Vergine (due segni di terra) non posso che non seguire la mia indole astrale ovvero stare con i piedi per terra (con le pupille rivolte al cielo).<br />
Grazie di cuore per questa appassionante intervista.»</p>
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		<title>Lucio Battisti: intervista con il mito</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Mar 2011 15:16:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>patrizia garofalo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Renato Marengo, Lucio Battisti: la vera storia dell’intervista esclusiva con un saggio di Gianfranco Salvatore (Edizioni Coniglio, Roma 2011, pp. 176, € 14.50, ISBN  978-88-6063-241-8) di Patrizia Garofalo «personalmente non ho mai amato partecipare a dibattiti o “funerali televisivi” di famosi personaggi scomparsi che ho conosciuto, per il solo presenzialistico gusto di dire “c’ero anch’io”. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Renato Marengo, <em>Lucio Battisti: la vera storia dell’intervista esclusiva</em><br />
con un saggio di Gianfranco Salvatore<br />
(Edizioni Coniglio, Roma 2011, pp. 176, € 14.50, ISBN  978-88-6063-241-8)</p>
<p>di <strong>Patrizia Garofalo<br />
</strong></p>
<p><a href="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/03/Lucio_Battisti___4ce4130710de0.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-587" title="Lucio_Battisti___4ce4130710de0" src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/03/Lucio_Battisti___4ce4130710de0.jpg" alt="Lucio Battisti_ Marengo_cover" width="120" height="181" /></a>«personalmente non ho mai amato partecipare a dibattiti o “funerali televisivi” di famosi personaggi scomparsi che ho conosciuto, per il solo presenzialistico gusto di dire “c’ero anch’io”. Ma lì quella volta, per cinque giorni con Battisti – c’ero realmente solo io».</p>
<p>Così scrive Renato Marengo al quale dobbiamo questo testo dalla forte sovraesposizione emotiva che ben coniuga dialoghi e silenzi vissuti accanto al grande Battisti. La formulazione spesso scontata dell’intervista trova la strada dell’incontro e del non previsto. Il Mulino di Anzano del Parco, pur per un succedersi di fatti inaspettati, permette a Marengo di narrarci l’entrata nel “sacrario” della sala di registrazione di Mogol e Battisti e il nascere in pre-anteprima mondiale di “Anima Latina”. Il mito Battisti era in silenzio totale da cinque anni ma non per rimanere nel tempo-senza tempo come la migliore tradizione avrebbe richiesto ma per una forte crisi, dis-connesione con se stesso profonda, esistenziale, artistica. <span id="more-588"></span>“La speranza spezzata/ è la tua eredità./ fallimento di una vita/ di coraggio e viltà/ ed avrai come vanto/ una nuova condanna/ ti diranno che il vento è/ il respiro di una donna/ per far sì che un lamento, uno solo, copra ogni tormento di un velo”.</p>
<p>La conversazione conosce “i suoni ed i rumori del Mulino” che si raggiungeva con una strada sterrata, ce lo racconta Pascoli e nel ricordo, la torta alle noci di sua moglie ed il cibo tipicamente genovese costituiscono insieme con le note un raccolto gustato di parole e battute; per questo l’intervista apparirà alla sua uscita frutto di una complicità d’amicizia della quale non si sveleranno i segreti ma comunque vissuta senza programmaticità tanto che è il tempo del suo “accadere” a diventare protagonista del testo. Il tempo trascorre non immemore ma consapevole, per Renato Marengo e le pagine del suo libro si riempiono del suono dei ricordi, ascolti, compagnie, eventi fortuiti, stima, affezione nello stile di un accadimento in fieri che fotografa le partiture del testo, dell’anima, delle anime e di “anima latina” penetrata dal silenzioso fragore del tempo che scadrà in “separazione naturale”. “Se ne andrà molto presto./ Qualche frutto/ lo darà ancora…/ Generosa talvolta com’è la natura./ Ah! Se avessi il tempo per amarti un po’ di più”.</p>
<p>Scrive Marengo: “quell’intervista è diventata storica, sia per circostanze in cui è stata raccolta, sia perché ha testimoniato la “mutazione” artistica di Battisti proprio mentre avveniva; e anche perché io non ero un grande estimatore del genere e quindi per niente attratto da lui come personaggio… scoop involontario ma destinato comunque a fare epoca”.</p>
<p>Era stato Battisti a sostenere che “un musicista, se la propria musica comunica ed emoziona realmente, non ha nulla da spiegare e null’altro da aggiungere a quello che si ascolta nei suoi Lp”.</p>
<p>Quasi certamente il viaggio in Sudamerica farà invece dire all’artista: “…quando ero tornato in Italia non sopportavo più il modo di intendere la musica e il ruolo del musicista nella nostra società…in quella parte del mondo nessun musicista si poneva sopra ai suoi colleghi…per loro, le canzoni erano l’unica speranza, la medicina per ogni sofferenza…”, e proprio in “Anima Latina” intense e scultoree nel loro sopravvivere con una tenacia che rasenta la più forte ostinazione al vivere, vibrano le musiche e la rincorsa di un pallone “dentro gli occhi dei bambini denutriti/…per finire nel grembo di grosse mamme antiche/ dalla pelle marrone”. Ed anche il tentativo di “raffreddare gli elementi sonori più caldi e tipici della cultura latina con l’uso dell’elettronica” non potrà tacere della crisi di Battisti che emerge all’ascolto, nella polifonia di molteplici strumentazioni, in una voce che appare e si rarefà in alcuni momenti dando luogo ad una sorta di flamenco, ad una musica che copre la parola quasi che “essa” non fosse più in grado di definirsi.</p>
<p>L’intervista dell’avvincente storia dell’incontro di Marengo e Battisti è riportata integralmente alla fine del testo: «Già dalle prime parole […] mi sono reso conto che Battisti scendeva dal trono fasullo della <em>leggera </em>per collocarsi tra i musicisti […] consapevole del rischio di perdere il grosso pubblico ma anche con la certezza di dare, […] ciò che rende interessante il discorso è il fatto che Battisti sia passato dal sentimentalismo, dal l’effettismo vocale ad una forma di creatività musicale in un momento di crisi di idee, di gusto e di significati».</p>
<p>Per chi, come me, viveva i suoi vent’anni allora, questo libro ha donato un’immersione totale nel sogno e nella crisi di quegli anni, ai giovani di oggi sarà d’invito ad una visione completa di un uomo-artista che seppe cambiare se stesso e rimettersi in gioco pur nella consapevolezza dei rischi che tale “mutazione” avrebbe comportato.</p>
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		<title>La malinconia di Beppino Englaro</title>
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		<pubDate>Wed, 05 May 2010 20:14:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alberto</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_206" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a href="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2010/05/beppino-englaro-e-un-ritratto-di-eluana.jpg"><img class="size-medium wp-image-206" title="beppino-englaro-e-un-ritratto-di-eluana" src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2010/05/beppino-englaro-e-un-ritratto-di-eluana-300x207.jpg" alt="beppino englaro e un ritratto di eluana" width="300" height="207" /></a><p class="wp-caption-text">Beppino Englaro e un ritratto di Eluana</p></div>
<p>Per noi di <a title="CaRtaCaNta" href="http://cartacantalab.com">CaRtaCaNta</a> è stato un privilegio e una grande lezione di civiltà,  di giustizia e di umanità l&#8217;aver conosciuto di persona Beppino Englaro lo scorso venerdì 30 aprile, invitato dall&#8217;associazione in città per presentare il suo “La vita senza limiti. La morte di Eluana in uno stato di diritto” (Rizzoli, 2009), scritto con Adriana Pannitteri. L&#8217;incontro si è tenuto alla libreria <a href="http://libreriaquartopotere.it">Quarto potere</a>; ha introdotto con parole commosse e partecipi la poetessa e critico letterario Patrizia Garofalo, che già aveva scritto alcuni interventi in proposito; per esempio <a title="La vita senza limiti" href="http://www.cartacantalab.com/focus-on/19-focus-on/222-la-vita-senza-limiti">QUI</a>.</p>
<p>La vicenda di Eluana, morta il 9 febbraio 2009 dopo 6233 giorni in “stato vegetativo irreversibile” ha scosso e diviso l&#8217;opinione pubblica, costituendo una sorta di spartiacque. Il dialogo sui temi di fine vita, eutanasia e testamento biologico sono usciti dalle aule accademiche e dalle consulte di bioetica per tormentare l&#8217;animo dei benpensanti e indurre alla riflessione l&#8217;uomo della strada. Questo lo dobbiamo pure alla tenacia, alla volontà e alla forza di questo padre-coraggio che non si è mai arreso, che ha combattuto e combatte tuttora la sua battaglia contro l&#8217;accanimento ideologico di una parte della politica, delle gerarchie ecclesiastiche e di quei cittadini che si sono trincerati nei dogmi coi quali sono cresciuti, per paura del confronto.<span id="more-203"></span></p>
<p>La cosa che più mi sorprende in Beppino Englaro &#8211; dopo aver passato quel che tutti sappiamo, dopo essersi sottoposto ad un estenuante iter giudiziario ed esser stato al centro di un acceso scontro istituzionale -, è la fiducia che ancora nutre nei confronti delle persone che avvicina, la limpida serenità con la quale è disposto al dialogo, anche con coloro che lo osteggiano, la comprensione avuta per quanti lo hanno fatto soffrire, lo hanno chiamato “assassino”. «L&#8217;unica cosa davvero importante è non avere contro se stessi» dice. Ritiene che l&#8217;opinione pubblica, dopo quanto gli è accaduto, sia ora più informata, in grado di valutare casi simili e prendere le decisioni che giudica migliori per le proprie convinzioni. Ha sempre un grande rispetto per chi non la pensa come lui, per chi va avanti ad oltranza nell&#8217;assistenza ai propri cari in coma vegetativo; con loro e con il mondo scientifico ha sempre inteso instaurare un dialogo, nel solco della legalità. Per sé, invece, ribadisce: «L&#8217;unico vero dolore era non poter liberare mia figlia e assistere inerme alla quotidiana manipolazione del suo corpo da parte di altri: proprio ciò che lei, un purosangue della libertà, non avrebbe mai accettato.»</p>
<p>Si sentiva un randagio che abbaia alla luna, Englaro. Oggi, forse, non lo è più. Oggi può godere della solidarietà ed empatia di tanta gente che la pensa come lui, di quella condivisione tributata pure dal folto pubblico che gli si è stretto intorno, in libreria, venerdì sera. Al termine dell&#8217;incontro è stato avviato un dibattito di grande interesse per chi ha avuto il piacere di esserne testimone, merito anche della presenza di un magistrato tra il pubblico, Dario Crestani, che ha dipanato i dubbi giuridici avanzati da alcuni commentatori. E&#8217; stata una grande lezione, torno a dire, e non dimenticherò mai quegli occhi malinconici di Beppino Englaro (privi di qualsiasi nota di rabbia o rassegnazione), quegli occhi insonni e nello stesso tempo alteri nella propria nobiltà, gli occhi eloquenti e sinceri di chi ha fatto quel che riteneva giusto ed è in pace con se stesso.</p>
<p>Se verrà approvata la legge sulla fine vita, attualmente in discussione alla Camera, le Dichiarazioni anticipate di trattamento (Dat) non avranno più valore – il che è ancora tutto da vedere, soprattutto per quanto riguarda l&#8217;applicazione della legge e gli eventuali ricorsi -, ma la sua battaglia Beppino Englaro l&#8217;ha già vinta. L&#8217;opinione pubblica, come diceva Pulitzer, è una Corte Suprema e ritornare più volte sul concetto di “autodeterminazione” sta dando i suoi frutti. Quel girovagare per la Penisola a presentare il libro e partecipare a convegni ha lasciato un segno indelebile in chi Beppino l&#8217;ha incontrato, prova ne è quel che sto scrivendo.<br />
Beppino Englaro ha saputo evincersi dalla sua tragedia personale per tendere la mano agli altri, prodigo di quella “melancholia generosa” cui alludevano Marsilio Ficino e altri neoplatonici: l&#8217;indomito e inquieto spirito creativo di chi tanto ha sofferto e – monito costante per tutti – si adopera per comunicare esperienza, per non farsi imbavagliare, per testimoniare ancora, affinché un&#8217;altra storia come quella di Eluana non abbia a ripetersi.</p>
<p>In appendice, per chi vuole approfondire, una bella <a href="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2010/05/GdV-Englaro-3-maggio.pdf">intervista</a> a Beppino Englaro comparsa sul Giornale di Vicenza il 3 maggio, a firma Cinzia Zuccon Morgani.</p>
<p class="facebook"><a href="http://www.facebook.com/share.php?u=http://www.albertocarollo.it/blog/2010/05/05/la-malinconia-di-beppino-englaro/" target="_blank"><img src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/plugins/add-to-facebook-plugin/facebook_share_icon.gif" alt="Share on Facebook" title="Share on Facebook" /></a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Matematici nel sole: intervista a Franco Stelzer</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Mar 2010 11:19:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Franco Stelzer è nato a Trento nel 1956. Ha studiato filosofia a Bologna, ha vissuto e insegnato a Monaco e Friburgo. Attualmente vive e lavora come insegnante di lettere nella sua città natale. E&#8217; traduttore dal tedesco (Ungar, Perutz, Tummler, Gruenbein). Come narratore ha pubblicato per Einaudi: Ano di volpi argentate (2000) e Il nostro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_168" class="wp-caption alignleft" style="width: 210px"><a href="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2010/03/DSC05600.jpg"><img class="size-medium wp-image-168" title="DSC05600" src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2010/03/DSC05600-200x300.jpg" alt="Franco Stelzer" width="200" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Franco Stelzer alla libreria Quarto Potere (5 marzo 2010)</p></div>
<p>Franco Stelzer è nato a Trento nel 1956. Ha studiato filosofia a Bologna, ha vissuto e insegnato a Monaco e Friburgo. Attualmente vive e lavora come insegnante di lettere nella sua città natale. E&#8217; traduttore dal tedesco (Ungar, Perutz, Tummler, Gruenbein). Come narratore ha pubblicato per Einaudi: <em>Ano di volpi argentate</em> (2000) e <em>Il nostro primo, solenne, stranissimo Natale senza di lei</em> (2003). Quella che segue è la trascrizione dell&#8217;intervista curata da <a title="il blog di Aurora Dal Maso" href="http://pungola.splinder.com">Aurora Dal Maso</a> lo scorso 5 marzo, nel corso dell&#8217;incontro di presentazione del suo <em>Matematici nel sole </em>(Il Maestrale, 2009; 2° posto come libro dell&#8217;anno 2009 a <a title="fahrenheit Rai radio 3" href="http://www.radio.rai.it/radio3/fahrenheit/index.cfm">Fahrenheit di Rai radio 3</a>) presso la <a title="libreria quarto potere" href="http://libreriaquartopotere.it">libreria Mondadori Quarto Potere</a> di Vicenza, in collaborazione con <a title="CaRtaCaNta" href="http://cartacantalab.com">CaRtaCaNta</a>.<br />
Matematici nel sole è una grande storia d&#8217;amore raccontata dai confini della morte. Lui, Hus, si ammala gravemente, affronta stoico il dolore, le terapie, e prepara con lei, Wif, i dettagli di una laica e insolita cerimonia funebre. Ulteriori notizie sul libro le potete trovare <a title="Matematici nel sole" href="http://www.edizionimaestrale.com/books/book.php?id=267">QUI</a>.<br />
Stelzer ci regala splendide e sagge parole sull&#8217;accettazione senza di riserve di quanto l&#8217;esistenza ha in serbo per noi, nella buona e nella cattiva sorte. Intensa e ricca di significati è anche la sua visione del rapporto coniugale. Leggere per credere:</p>
<p><span style="color: #993300;"><em>Aurora Dal Maso</em>: Mi soffermerei sulle poesie che aprono i capitoli e vengono poi riprese nella narrazione: perché ha deciso di inserire queste poesie nel romanzo e perché in esse vi è un aperto richiamo alla Natura e in special modo agli animali? Mi riferisco, per esempio, alla storia dei ratti.</span><span id="more-163"></span></p>
<p><em>Franco Stelzer</em>: Le poesie sono dei bigliettini che avevo scritto a mia moglie nel corso della nostra storia sentimentale. Ad un certo punto li ho ripresi, cambiando alcuni elementi, ed ho provato a inserirli nel romanzo, dapprima casualmente poi ho cercato di ordinarli per creare delle concentrazioni di intensità differente. Considerando il tema della fine incombente i versi creano dei momenti di distensione alternati a dei momenti di maggior concitazione e tensione drammatica. Gli animali sono una mia fissa perché hanno questa purezza primigenia, sono sempre uguali a se stessi, immodificabili, esercitano un fascino molto forte. Una purezza analoga è difficile da ritrovare nelle nostre vite. Il ratto è un animale straordinario, che ha delle prestazioni strepitose. Essendo il tono del libro un&#8217;accoglienza, un&#8217;accettazione di tutto ciò che accade, ad ogni livello e in tutte le dimensioni, anche in quelle teoricamente infauste (non è esplicitato se il protagonista morirà), ecco che questa apertura trova nella Natura la sua conferma.</p>
<p><span style="color: #993300;"><em>ADM</em>: Questo romanzo è costellato da microstorie che ritornano, sorta di racconti nel racconto, di scatole cinesi: la storia dei cannibali, le fantasticherie da <em>Mille e una notte</em> di Hus, la storia dei ratti. In particolare lei scrive: “Le storie cacciano il male”. Queste storie aiutano Hus ad affrontare la malattia? Perché ha scelto di inserirle nel testo?</span></p>
<p><em>FS</em>: Una mia caratteristica, fin dagli inizi, è che non sono mai riuscito a scrivere delle cose in modo omogeneo e prolungato nel tempo senza che la narrazione venisse interrotta da qualcos&#8217;altro. E&#8217; la mia un&#8217;impossibilità di rinunciare alla frammentarietà. Un modo per creare comunque un flusso narrativo è quello di rivestire la frammentarietà di nuove narrazioni. Le storie si richiamano tra di loro e in genere mi rendo conto a posteriori dei legami che le uniscono. Comincio sempre pensando di lavorare a caso ma in realtà non è mai così, per chi scrive. Il fatto che in questo libro ce ne siano tante, di storie, è la riprova che la storia salva, sospende, prolunga, proietta la vita in una teorica eternità. Raccontare storie nobilita e celebra le nostre esistenze. Qui non solo racconta storie il protagonista ma anche i personaggi che lo circondano. A volte la stessa storia passa di bocca in bocca, se la palleggiano; uno inizia, l&#8217;altro conclude o rilancia.</p>
<p><span style="color: #993300;"><em>ADM</em>: <em>Matematici nel sole</em> è un romanzo di contrasti e di opposti. Tra i tanti che ho trovato nel corso della mia lettura ne ho isolato uno: si tratta della contrapposizione tra il desiderio di Hus di una cerimonia laica e la spiritualità dei riti quotidiani. Addirittura Hus si scusa con la moglie per non aver colto, nella preparazione di marmellate e sciroppi, la spiritualità del cerimoniale. Perché i gesti quotidiani assumono un&#8217;importanza fondamentale nella storia di questa coppia?</span></p>
<p><em>FS</em>: Proprio perché i gesti salvano. Sottrarre alla quotidianità la routine e trasferirla nella routine del rituale salva dall&#8217;anonimato, dal grigiore, dallo spegnersi. In quest&#8217;ottica, la fantasticheria matematica di Hus a proposito della possibilità che egli possa venir meno gli fa calcolare quante volte ancora potrebbe realmente avere dei rapporti sessuali con sua moglie, prima che accada il peggio. E si rende conto che nel momento in cui questi episodi vengono conteggiati è possibile sottrarli all&#8217;oblio. E&#8217; la stessa operazione che fanno i mormoni di Salt Lake City quando nel loro centro accolgono in un immenso archivio i nomi di tutti quelli che sono vissuti nel mondo, generazione dopo generazione. Sembra un&#8217;operazione assurda, e per certi versi lo è, ma ha un suo senso se ci pensiamo: nominare una vita significa in qualche modo salvarla, cristallizzarla.</p>
<p><span style="color: #993300;"><em>ADM</em>: Il tema della sessualità è ricorrente e declinato in diverse modalità lungo tutto il romanzo: per Hus e Wif la sessualità è uno strumento di conoscenza o l&#8217;ultimo baluardo al quale aggrapparsi nel presagio di una fine imminente?</span></p>
<p><em>FS</em>: E&#8217; di certo uno strumento di conoscenza e un baluardo per aggrapparsi alla vita. Come c&#8217;è il rammarico per una mancata attenzione ai riti del quotidiano c&#8217;è pure un&#8217;enfasi data alla sensualità e sessualità nella condizione che la coppia sta vivendo. E&#8217; importante in quanto momento di apertura nei confronti dell&#8217;altro. La mia volontà era quella di portare sulla pagina questa accettazione gentile dell&#8217;esistenza in tutte le sfere della loro vita a due. Non mi sembra che la sessualità nel romanzo sia accentuata o calcata; piuttosto c&#8217;è questa accelerazione nella loro vita sessuale data dall&#8217;incombere della malattia di Hus.</p>
<p><span style="color: #993300;"><em>ADM</em>: Come mai ha sentito la necessità di non dare un nome ai personaggi, di non collocarli in un luogo riconoscibile e caratterizzato?</span></p>
<p><em>FS</em>: E&#8217; una domanda che mi viene rivolta spesso. La risposta è che non mi piace fare del realismo troppo esplicito, anche se ci sono dei libri che ho amato moltissimo che hanno bei nomi e luoghi; io però mi sento ridicolo quando attribuisco una connotazione precisa a un personaggio o ad un luogo. Nello stesso tempo non volevo rinunciare ai nomi, perciò ho scelto dei monosillabi (esempio: Hus sta per Husband, in inglese “marito”; Wif sta per wife, “moglie”, eccetera). Volevo che fossero dei nomi quasi astratti, deprivati di concretezza. Ad alcuni è piaciuto, ad altri un po&#8217; meno. Ho imparato da tempo che non è possibile accontentare tutti.</p>
<p><span style="color: #993300;"><em>ADM</em>: C&#8217;è nel romanzo una singolare visione del matrimonio. Dico così perché di solito il matrimonio viene visto in una accezione negativa, viene deriso. A pag.93: “(…) Hus pensa come gli sia sempre piaciuta la dimensione infinita del matrimonio. Il fatto di sentirsi davanti ancora mille possibilità, mille situazioni migliorabili, perfezionabili.” Ce ne vuole parlare?</span></p>
<p><em>FS</em>: In effetti il <em>topos</em> letterario è quello dell&#8217;unione grigia e soffocante e delle fantasie di liberazione che ne derivano. Io ho provato a rovesciare la cosa, a vedere se c&#8217;è una bellezza anche narrativa nel matrimonio. Ricordo che quando andai a Fahrenheit mi domandarono quali altri autori conosco che vedono in positivo la dimensione del matrimonio e lì per lì non me ne ricordavo neanche uno! Invece a pensarci ci sono delle cose impareggiabili: penso alle pagine di Amos Oz in <em>Storia d&#8217;amore e di tenebra</em>; oppure lo Hrabal di <em>Le nozze in casa</em>, che parla con grande trasporto dell&#8217;unione coniugale. Quello che mi attrae del matrimonio è la sua continua perfettibilità. Se il patto tra i due è solido, quel che ci si dà reciprocamente è anche, sempre e comunque, una possibilità. Lo scrivere è come il matrimonio: è un patto di lunga durata, un continuo lavoro di approssimazione, di limatura, di bottega. Si arriva gradualmente e lentamente ad un obiettivo ch&#8217;era nella nostra testa, è un continuo aggiustamento.</p>
<p><span style="color: #993300;"><em>ADM</em>: Ha pubblicato i suoi precedenti romanzi con Einaudi. Questo è stato pubblicato con Il Maestrale. Come mai stavolta ha optato per un piccolo editore?</span></p>
<p><em>FS</em>: Per non dover aspettare troppo. Con Einaudi avrei dovuto attendere fino a fine 2010. Non ce la facevo più; il libro pesava e dovevo liberarmene. Devo dire che non sono affatto pentito della qualità editoriale; sono arrivato a Il Maestrale attraverso la mia traduttrice francese del secondo libro pubblicato per Einaudi. Hanno fatto un editing impeccabile.<br />
La piccola editoria è bella perché cura il prodotto; il rapporto con l&#8217;editore, poi, è di tipo amicale. Peccato, e lo dico con rammarico, che la piccola editoria in Italia sia poco visibile e con vistosi problemi di distribuzione, in un panorama piuttosto asfittico (molte le proposte, pochi i lettori, un ricambio velocissimo).</p>
<p><span style="color: #993300;"><em>ADM</em>: Lei che ha lavorato a Monaco e Friburgo, com&#8217;è il panorama della piccola e media editoria in Germania? Leggono di più, il segmento editoriale è più sviluppato o c&#8217;è una situazione sovrapponibile a quella italiana?</span></p>
<p><em>FS</em>: In Germania leggono sicuramente di più di noi. Tutto il mondo anglosassone e germanico in generale presenta un numero di lettori maggiore rispetto all&#8217;Italia. Non serve che ogni persona legga un tot di libri in più; basta che una persona legga un libro in più all&#8217;anno per alzare la media rispetto a noi. Leggono di più e l&#8217;editoria ha modalità diverse dalla nostra ch&#8217;è, non so come dire&#8230; all&#8217;italiana! Faccio un esempio: in Italia ho spedito 17 manoscritti di un mio libro a vari editori. Molti di loro non mi hanno neanche risposto; per altri i tempi di lettura sono stati biblici. In un caso mi hanno rispedito il testo con una scritta a matita sulla busta: “Non abbiamo tempo”. In Germania ho spedito alcuni miei lavori a editori che mi hanno risposto prontamente: “Abbiamo ricevuto il suo manoscritto. Leggeremo in tempo x e le faremo sapere.” Erano quindici giorni, due o tre mesi ma poi ti arrivava invariabilmente risposta entro la data prevista. Incredibile!</p>
<p style="text-align: center;">
<div id="attachment_169" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2010/03/DSC05596.jpg"><img class="size-medium wp-image-169" title="DSC05596" src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2010/03/DSC05596-300x200.jpg" alt="Franco Stelzer" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Franco Stelzer alla libreria Quarto potere (5 marzo 2010)</p></div>
<p class="facebook"><a href="http://www.facebook.com/share.php?u=http://www.albertocarollo.it/blog/2010/03/27/matematici-nel-sole-intervista-a-franco-stelzer/" target="_blank"><img src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/plugins/add-to-facebook-plugin/facebook_share_icon.gif" alt="Share on Facebook" title="Share on Facebook" /></a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Padroni a casa nostra: intervista a Gian Mario Villalta</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Feb 2010 12:39:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alberto</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_132" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a href="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2010/02/DSCN0087.jpg"><img class="size-medium wp-image-132" title="DSCN0087" src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2010/02/DSCN0087-300x225.jpg" alt="villalta_mondadori" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">Villalta alla &quot;Quarto potere&quot;</p></div>
<p>Vicenza, 13 febbraio. Nutrita affluenza di pubblico all&#8217;inaugurazione della nuova sede della libreria Mondadori “Quarto potere”, in Ponte Pusterla. Ospite d&#8217;eccezione Gian Mario Villalta, col suo <em>Padroni a casa nostra. Perché a Nordest siamo tutti antipatici</em> (Mondadori, 2009), che ha aperto le danze degli eventi <a href="http://cartacantalab.com">CaRtaCaNta</a> per il 2010. Ha dialogato con lui il gran cerimoniere <a title="della Rovere" href="http://www.cartacantalab.com/chi-siamo/1-soci-a-curatori/5-chi-siamo">Alberto della Rovere</a>. In questa sede il mio intento è quello di condensare e offrire al lettore alcuni tra i vari spunti di riflessione e di analisi che l&#8217;autore ha rivolto alla platea.</p>
<p><span style="color: #993300;"><em>Alberto della Rovere</em>: Battezzo la nuova sede della libreria “Quarto potere”; ho particolare piacere di accogliere un quasi conterraneo, Gian Mario Villalta. Insegna al liceo scientifico Majorana di Pordenone ed è il direttore artistico della manifestazione <a href="http://pordenonelegge.it"><em>Pordenonelegge</em></a>. E&#8217; poeta, saggista, ha curato i Meridiani dedicati ad Andrea Zanzotto.<br />
Per entrare nel vivo della nostra chiacchierata ti chiedo: «Come è nato questo pampleth e perché a Nordest siamo così antipatici?»</span><span id="more-130"></span><br />
<em> </em></p>
<p><em>Gian Mario Villalta</em>: Lo spunto per scrivere questo libro è stato, diciamo, una conversazione al telefono. Dovete sapere che ho in programma un romanzo, con difficoltà a chiudersi, forse per problemi miei. Ne ho parlato al telefono col mio editor, che stava leggendo il manoscritto, e visto ch&#8217;era un po&#8217; che non pubblicavo, mi ha detto: «Ci sono queste parti, la realtà vissuta, il senso del presente. Mentre ci lavori sopra perché non immagini qualcosa di più veloce, che so, un saggio?»<br />
Un po&#8217; alla volta è uscita questa cosa. Non sono contento del titolo; purtroppo la casa editrice ha fatto pressioni per metterci il suo. Avevo scelto <em>Gli antipatici</em>.  Era però un titolo più da libro, con una corrente narrativa. L&#8217;antipatia di cui si parla non è tanto intrinseca dei veneti, dei friulani, dei nordestini, è piuttosto la conseguenza del rapporto tra come il Triveneto viene visto in Italia e come gli abitanti del Triveneto sono portati a vedersi e considerarsi.<br />
Il Nordest viene abitualmente etichettato dai media come una sorta di flusso di merci, però la “locomotiva economica” del paese di cui si parlava negli anni Ottanta non ha attualmente neanche il fischio: non è riuscita a mettere insieme un giornale, un gruppo editoriale che conti, una televisione (neanche per ridere) o istituzioni che abbiano un senso qualsiasi. Dal punto di vista della comunicazione sappiamo perciò anche noi come veneti quello che leggiamo sui giornali o quello che vediamo in tv. Nordest truce, egoista, intollerante. Colpa degli altri che ci vedono così? Un po&#8217; e un po&#8217;. E&#8217; anche colpa nostra, con un po&#8217; di storia. La storia del Nordest, quella dei vari Zanussi, Zoppas, De Longhi, Benetton ecc. è nata da artigiani che hanno fatto la scalata sociale e che hanno considerato per lungo tempo la cultura come il nemico. Hanno investito in tutto ma non in ambito culturale, non rendendosi conto che la comunicazione e l&#8217;immagine che rimbalza su noi stessi è importantissima. I veneti sono molto colti individualmente parlando. E&#8217; il terzo polo di attenzione degli editori, perché a Nordest si legge molto (gli altri due poli sono Roma e Milano, per intenderci). Io ho delle teorie al riguardo: è questo un aspetto che non si vede, almeno considerando le istituzioni, per certi versi ancora ferme all&#8217;Ottocento riguardo a privilegi concessi a determinati gruppi di potere. Siamo fuori dai flussi dell&#8217;informazione. C&#8217;è pero da parte del Triveneto abbandonato la sensazione di un mancato riconoscimento, di un mancato accesso che crea un diffuso risentimento, comprensibile, di malessere riguardo ai rapporti umani. Non c&#8217;è altro posto al mondo dove si stia così bene, da un punto di vista socio-economico, come nel Veneto e Friuli, dati alla mano: allora perché stiamo così male? Perché si vendono in farmacia più antidepressivi che Viagra?</p>
<p><span style="color: #993300;"><em>Adr</em>: Per un esterno, connotare geograficamente questa zona (termine ultimo, per me, è la tomba di Pasolini ad Oriente) è arduo. Manca anche una generazione di narratori. Si passa da Camon, Zanzotto, Magris, Parise per arrivare a Bugaro, Covacich, Scarpa, Bettin, Villalta. C&#8217;è un cono d&#8217;ombra di mancata testimonianza. Come mai secondo te?</span></p>
<p><em>V</em>.: La testimonianza, sì. Ovvero la memoria. Io parlerei piuttosto di “memoria tramandabile” che “condivisa”. Negli ultimi trentanni sono intercorsi dei processi di notevole accelerazione storica in questa zona, con degli strappi nella memoria, dei vuoti, dei buchi. Il riscontro di questo problema della memoria lo trovo statisticamente. Non parlo di successo, ma di riconoscimento e riconoscibilità – non entro in merito al valore letterario. Da questo punto di vista il più giovane tra poeti e autori di romanzi o saggi narrativi di quella grandissima generazione (anche europea) è Ferdinando Camon, classe 1935. Per arrivare a trovare narratori che sono arrivati in seguito a una circolazione nazionale bisogna arrivare a quelli che hanno esordito alla fine degli anni Ottanta. De Michelis (Editore, patron di Marsilio, n.d.r.) giustifica: «In quegli anni facevamo altro, la politica, gli studiosi, gli storici. Stavano nascendo molte nuove scienze: semiotica, linguistica ecc.» Bene, ma non cambia nulla dico io; lui dice «Non tieni conto della condizione femminile. Le donne cominciavano a farsi sentire proprio allora.» Bene, ma non cambia nulla dico io. Conta anche l&#8217;età in cui uno si è formato (vedi Rigoni Stern e Zanzotto, che dicono cose della loro età, che hanno un vissuto direttamente collegato alla loro età, giocoforza). Scarpa e Covacich sono l&#8217;approdo di un buco di trentacinque anni. Chiedetevi perché&#8230;</p>
<p><span style="color: #993300;"><em>AdR</em>: Nel tuo libro arrivi a diagnosticare una nuova sindrome, il “complesso dell&#8217;impostore”. Ce ne vuoi parlare?</span></p>
<p><em>V</em>: Sono temi che richiedono un ragionamento molto ampio.<br />
Ho rispetto per il lavoro manuale e per il denaro, però mi è capitato di dire a qualcuno, idraulico o lattoniere, che evadeva il fisco e guadagnava: «Guarda che tu con quello che sei e che capisci, se nascevi da un&#8217;altra parte  saresti a chiedere l&#8217;elemosina.» C&#8217;è stato un trend positivo nel Veneto in questi anni. La sistemazione economico-sociale, vista come l&#8217;unica cosa che contava, ha creato dei mostri, i quali si vantano della loro riuscita, del loro successo; d&#8217;altro canto, però, sono astiosi. Da niente, senza talento, sono diventati milionari. Sono venuti meno al mandato sociale, a tante cose, e gli è andata di lusso. Ce ne sono di esempi: sono loro i primi incattiviti, come se avessero subito il peggior torto. Hanno paura che la sorte gli chieda il conto. Il mio libro è dialogico, il lettore è un interlocutore che deve accogliere la provocazione e metterci del suo. Lo scrittore cerca di trovare le relazioni tra le cose e mettere in scena il vissuto, la temperatura del momento storico. Lo trovo più riuscito là dove non mi ritornano certe cose, è in questi passaggi che mi sembra di aver tastato il polso della situazione. Chi legge dovrebbe raccogliere degli stimoli a guardarsi intorno, la statura morale che abbiamo, le cose che per noi contano.</p>
<p><span style="color: #993300;"><em>AdR</em>: In <em>Vedere al buio</em> (Sossella editore, 2007) c&#8217;è un&#8217;attenzione peculiare ai poeti e un&#8217;intuizione legata alla dicotomia lucciola/mancanza di luce. Questo mi ricorda Pasolini e la celebre frase legata alla Montedison: «Darei la Montedison per il ritorno delle lucciole!» (era il 1975, apparsa sul Corriere della Sera, uno dei suoi ultimi articoli). Nel tuo libro, invece, ti spaventi e dici: «Qui non è mancata soltanto la luce, qui è scomparso il buio!»</span></p>
<p><em>V</em>: <em>Son tornate le lucciole</em>, è l&#8217;intervento sul Corriere di Pasolini che metteva in relazione il ritorno delle lucciole con un annunciato disastro economico che la nuova Italia cialtrona delle fabbriche e delle discariche stava creando in quel periodo. Pasolini faceva un prima e un dopo la scomparsa delle lucciole per trovare una continuità all&#8217;Italia fascista.<br />
Il rischio che si correva con Pasolini era quello di prenderlo troppo alla lettera, anche quando inneggiava con sottile humor alla bellezza dell&#8217;Italia fascista.<br />
Pasolini mitizzava la società rurale; era il borghese benestante che tornava alla campagna natia nei libri delle vacanze, e la idealizzava. Era comunque molto consapevole; la sua capacità di vedere in profondità, oltre la superficie degli atteggiamenti, era straordinaria. La sua intuizione più importante è stata quella di registrare un cambiamento epocale, che ben si evidenzia nel discorso sulle lucciole, ovvero la fine della società valligiana e contadina. Personalmente non ritengo, come auspicava Pasolini, che sarebbe stato bene interrompere quel processo di cambiamento. Penso invece che proprio attraverso quel processo sia accaduto qualcosa di molto importante e profondo di cui il benessere economico del Nordest è un aspetto significativo ma mai opportunamente consapevole da parte di chi l&#8217;ha vissuto. Bello quel mondo ma molte persone non avevano accesso sociale, erano subordinati dominati inferiori e tali si sentivano. La legge che abolisce la mezzadria è degli ultimi anni Sessanta ma alcuni istituti vengono meno alla fine degli Ottanta. «Non mi sottopongo più, col mio lavoro faccio quello che voglio e miglioro la mia vita.» Il che si è tradotto in una maggiore autonomia i cui benefici non si è stati spesso capaci di raccogliere.</p>
<p><span style="color: #993300;"><em>AdR</em>: Hai parlato del passato collegandolo alla situazione attuale; tra le tue pagine più felici e di carattere diciamo così “lirico” (del resto tu non ti definisci un sociologo) sono quelle improntate al tuo quotidiano rapportarti – nella tua professione – con i giovani. Citi la vicenda di Alessandra, una tua studentessa.</span></p>
<p><em>V.</em>: Non credo di essere in grado di riassumere quanto in quelle pagine vi è di provocatorio, vi invito perciò a leggere il testo. Non faccio cronaca, non sono un giornalista, non faccio neanche sociologia. Credo di dedicarmi abbastanza all&#8217;osservazione, a comprendere e cercare di affrontare ciò che vedo quotidianamente.<br />
Da un lato, riguardo ai giovani, sentiamo parlare solo il peggio: alcool, rave, web, sesso. Non sono elementi maggioritari da un punto di vista statistico. La dimensione più importante, al riguardo, è piuttosto il nostro immaginario, la mole dei desideri che si traducono anche in comunicazione, e la comunicazione ha un peso rilevante: su di essa convergono anche i pochi che non sono direttamente implicati in questi eventi ma che in qualche modo vi riversano il loro immaginario, vi proiettano desideri, emozioni, paure del futuro. Ma chi sono i giovani a Nordest? Nella nostra società sei giovane se non hai malattie rilevanti e hai un censo ragguardevole. Sono spariti gli adulti e le persone responsabili, coloro che rispondono di quello che fanno. Il giovane scrittore ha in media cinquant&#8217;anni. Tecnicamente si va dai venticinque ai trentacinque. In realtà fa comodo a chi giovane non è trattare i giovani a questo modo: sono bamboccioni, son bravi, non chiedono nulla più della paghetta. Vestono come noi, ascoltano la stessa musica, vedono gli stessi film. Abbiamo in mente solo un miglioramento negli agi che la nostra società dà già in abbondanza. Visioni di una vita diversa io non ne vedo. Localmente si notano, ogni tanto, degli interessi specifici, ma è ancor poco.<br />
In una cosa sono diversi i giovani, quelli che lo sono veramente, e cioè che si sono formati con la rivoluzione digitale.<br />
Il banco di scuola oggi non dovrebbe esser più quello tradizionale, ma una postazione internet collegata per ogni ora di scuola, tolti i siti porno, facebook ecc.<br />
Il mondo è quello. Dobbiamo insegnare che la loro formazione deve integrarsi col libro, il binomio memoria-futuro accanto alla loro disposizione &#8220;centrifugo-presente-pulviscolare&#8221;. Alcuni miei studenti, per esempio, hanno l&#8217;I-phone. Chiedo loro, a volte, di stare collegati e confrontarsi con quello che si trova e come si trova sul web. Qui siamo di fronte a un salto nella strutturazione del sapere. In questo campo sono avanti e vanno, mi si passi il termine, “sfruttati”, per un ritorno professionale da parte di noi docenti, per comprendere come si rapportano al mondo.</p>
<p><span style="color: #993300;"><em>AdR</em>: Parliamo della frattura territoriale, mi riferisco a Piovene (<em>Viaggio in Italia</em>, 1956), a come descriveva la Grande muraglia; penso a Magris, ai <em>Microcosmi</em> (1997) che oggi sono perduti, alla parola che è terra: affermi che Zanzotto ha “paesaggito” il territorio, riprendendo un termine coniato dal poeta stesso. Com&#8217;è andato perduto il senso di quella parola e di quel territorio?</span></p>
<p><em>V.</em>: E&#8217; difficile sintetizzare, sono temi molto difficili. Zanzotto, diversamente da quanto ti aspetteresti dalle sue opere, dagli anni Cinquanta dichiara che c&#8217;è da parlare italiano, non il dialetto. Più avanti comincia a vedere la fine del dialetto come la fine di un mondo, pensa all&#8217;integrazione, poi vede la minaccia di altre lingue; torna alle radici del nostro idioma, fino al paleoveneto. E&#8217; un po&#8217; hegeliano in questo: se il linguaggio è il luogo dell&#8217;essere, la coscienza linguistica deve essere ancorata alla vita reale, alle tue relazioni quotidiane. E&#8217; l&#8217;orizzonte che vediamo tutti i giorni il nostro luogo dell&#8217;essere, quello che ci nutre. Zanzotto ha fatto una cosa irripetibile, ha legato tutte queste strutture, dai testi più difficili ed eruditi alla parlata locale. Tutto viene rielaborato e re-impastato; ha per così dire riscritto la mappa della sua parola a Pieve di Soligo, dove vive. E&#8217; il rapporto tra la globalizzazione ch&#8217;è già avvenuta e ciò che rimane della nostra identità nel luogo dove viviamo tutti i giorni.<br />
Eccolo qui il paesaggio odierno, il nostro tempo. “Il tempo per noi è ormai diventato il sincronismo mondiale della notizia”, lo dice il grande filosofo <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Peter_Sloterdijk">Peter Sloterdijk</a>. Rispetto a questo c&#8217;è un qui ancora fisico, reale dell&#8217;esistenza, una parola locale. Per chi fa poesia il problema è tener conto di questa grande disparità, di questo difficile incontro di iperboli: localizzato/globalizzato. Le conseguenze sono, ad esempio, l&#8217;adozione di strane ideologie, si fa parte di sette solo navigando in internet o si rispolverano usanze arcaiche per tornare ad appiccicarsi addosso un&#8217;identità che non  si ha più. Il problema dell&#8217;identità è di chi non ce l&#8217;ha. Quelli che non ce l&#8217;hanno non se lo pongono.</p>
<div id="attachment_133" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2010/02/DSCN0092.jpg"><img class="size-medium wp-image-133" title="DSCN0092" src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2010/02/DSCN0092-300x225.jpg" alt="villalta in libreria" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">Villalta dialoga con della Rovere alla &quot;Quarto potere&quot;</p></div>
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