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	<title>Il blog di Alberto Carollo &#187; libri che ho letto</title>
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	<description>Lettura, scrittura e quant&#039;altro. E ci faremo pure i casi miei...</description>
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		<title>Meteorologia del Vicentino</title>
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		<pubDate>Fri, 11 May 2012 20:38:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Comunicato stampa Ah, il caro  colonnello Bernacca&#8230; quanti bei ricordi! Ooops! Mi avete sgamato, certo, ho qualche annetto sulla groppa ma cerchiamo di difenderci dall&#8217;incedere inesorabile di Cronos. Sono qui per invitarvi ad una serata curiosa. Nella splendida cornice di Villa Caldogno a Caldogno (Vicenza) il prossimo 18 maggio alle ore 20.45 avrò il piacere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_219113452" class="wp-caption alignleft" style="width: 237px"><a href="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2012/05/Bernacca.jpg"><img class="size-full wp-image-219113452" title="Bernacca" src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2012/05/Bernacca.jpg" alt="Bernacca" width="227" height="220" /></a><p class="wp-caption-text">Il colonnello Edmondo Bernacca (1914-1993)</p></div>
<p><strong>Comunicato stampa</strong></p>
<p>Ah, il caro  colonnello Bernacca&#8230; quanti bei ricordi!<br />
Ooops! Mi avete sgamato, certo, ho qualche annetto sulla groppa ma cerchiamo di difenderci dall&#8217;incedere inesorabile di Cronos. Sono qui per invitarvi ad una serata curiosa.</p>
<p>Nella splendida cornice di <span style="color: #993300;"><strong>Villa Caldogno</strong></span> a <strong>Caldogno</strong> (Vicenza) il prossimo <span style="color: #993300;"><strong>18 maggio</strong></span> alle <strong>ore 20.45</strong> avrò il piacere di presentare un singolare volume, opera del caro amico <strong>Moreno de Munari</strong>, dal titolo:</p>
<p><span style="font-size: medium; color: #003366;"><strong>Metereologia del Vicentino</strong></span><br />
Trent&#8217;anni di osservazioni 1981-2010</p>
<p><em>Aneddoti. Racconti. Curiosità statistiche.</em></p>
<p>Il volume è edito da La Serenissima Editrice: http://www.laserenissima.net</p>
<p>L&#8217;evento è patrocinato dall&#8217;Assessorato alla Cultura del Comune di Caldogno.</p>
<p>Ondate di gelo e neve, periodi siccitosi, scosse sismiche, la Grande nevicata del 1985, l&#8217;alluvione del 1 novembre 2010&#8230;<br />
Direte: che ci azzecca il Carollo con i fenomeni atmosferici?<br />
Assolutamente niente. Io mi occuperò delle parti annedotiche e narrative del testo, che poi sono le sezioni più preponderanti. Per il resto ci sarà il gran cerimoniere <strong>Marco Rabito</strong>, esperto di Meteorologia.</p>
<p>Vi aspettiamo numerosi. Niente scuse per la prole, ci sarà pure un servizio di baby-sitting.<br />
L&#8217;invito lo trovate <a href="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2012/05/locandina-meteo.pdf">qui</a>.</p>
<p class="facebook"><a href="http://www.facebook.com/share.php?u=http://www.albertocarollo.it/blog/2012/05/11/meteorologia-del-vicentino/" target="_blank"><img src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/plugins/add-to-facebook-plugin/facebook_share_icon.gif" alt="Share on Facebook" title="Share on Facebook" /></a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Studi sulla notte</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Apr 2012 07:55:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Paulina Spiechowicz, Studi sulla notte (Edizioni Ensemble, Roma, 2011, pp. 97, €, ISBN 978-88-97639-13-8) Paulina Spiechowicz è uno spirito curioso e in continua evoluzione. Basterebbe un&#8217;occhiata alla sua biografia per intuirlo: natali polacchi, studi in Italia, dove consegue una laurea in lettere; editoria e giornalismo, soggiorni a Parigi e Berlino; trasfusioni di umori, passioni, culture [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Paulina Spiechowicz, <em>Studi sulla notte</em><br />
(Edizioni Ensemble, Roma, 2011, pp. 97, €, ISBN 978-88-97639-13-8)</p>
<p><a href="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2012/04/studi-sulla-notte_cover.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-219113433" title="studi sulla notte_cover" src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2012/04/studi-sulla-notte_cover.jpg" alt="paulina_cover" width="184" height="184" /></a>Paulina Spiechowicz è uno spirito curioso e in continua evoluzione. Basterebbe un&#8217;occhiata alla sua biografia per intuirlo: natali polacchi, studi in Italia, dove consegue una laurea in lettere; editoria e giornalismo, soggiorni a Parigi e Berlino; trasfusioni di umori, passioni, culture che innervano e plasmano una personalità che non oltrepassa la soglia dei trentanni. Anima irrequieta e vagabonda, una volontà indomita di sperimentare, di contaminare e lasciarsi contaminare. A siglarcelo, se ce ne fosse bisogno, è l&#8217;uscita per i tipi di Ensemble di questa intrigante silloge poetica, <em>Studi sulla notte</em> – più che un approdo, sia pur momentaneo, una bruciante necessità, un flusso inarginabile, una colata di mondi subterranei che nascono e muoiono nella misura di un verso sincopato, libero e diseguale.<br />
<span id="more-219113431"></span><br />
Il dato più saliente della poesia di Spiechowicz è quello che Carl Gustav Jung («Fuck Jung», p. 35, e con lui tutto il codazzo di analisti del profondo) definiva come complexio oppositorum. Lo psicologo svizzero, parlando degli alchimisti, pensava fosse loro opinione che il miglior modo di descrivere l&#8217;inconoscibile fosse di procedere per antitesi. Lezione quanto mai calzante per la Spiechowicz: da un lato la fisicità, materica e corporale, di una prassi poetica e di un&#8217;esperienza personale che celebrano il corpo e le sue estensioni (attraverso le modalità percettive dei cinque sensi); dall&#8217;altro la vocazione, quasi un anelito sacrificale, a farsi attraversare dall&#8217;eternità e dalle sue tante declinazioni. «Con me, a me e per me, sii adesso / Profondamente, dentro – mare e ancora / Cieli e innumerevoli incognite d’orizzonti – blu, /Una dialisi – tu ed io: chirurgia sentimentale.» (p. 17) In questi versi la dicotomia tra la finitudine dell&#8217;io contro l&#8217;altro da sé, metaforizzato nella vastità del blu assegnato al mare e alla volta celeste, è emblematica. L&#8217;utilizzo del termine “dialisi”, ovvero un processo mediante il quale alcune sostanze in soluzione attraversano membrane semipermeabili, invoca un fenomeno scientificamente osservabile ch&#8217;è insieme scambio di umori –  per dirla in altre parole – ma anche, etimologicamente, diálysis (dal greco, “separazione, scioglimento”).</p>
<p>Il ricorso a terminologie scientifiche, con valenze metaforiche, ricorre in altri casi: «(Vivisezione esistenziale)» (Tautologie, p. 20) fa pensare a una sorta di esperimento volto a comprendere le dinamiche che regolano la vita e nella fattispecie il sentimento amoroso: «Come spiegarvi – a voi che siete / La verità contingente / Il sentimento umano: perso?» Per rimanere in tema, nella pagina successiva si parla di «Deframmentazione / (corporale)» e oltre di «Asportazioni emozionali» (p. 76).<br />
Il progetto poietico di Paulina Spiechowicz non è comunque e in nessun caso – per chi nutrisse dei dubbi dopo questa mia breve e razionale disanima –  asservito a costrutti teorici. <em>Studi sulla notte</em> è piuttosto un gioco, un divertissement, una piccola/grande «Ossessione / esplorazione» (p. 27) di possibilità espressive, il ricorso a una tavolozza variegata che include suggestioni non solo letterarie ma pure figurative e musicali. Ce lo spiega efficacemente Andrea Viviani, nella sua prefazione alla raccolta: «Il bello qui è la tanta eco: di cento altri poeti e cento quadri, mille altre pagine e vicende.» Lo leggiamo nella disposizione dei versi sulla pagina, nelle ampie campate di vuoto (l&#8217;horror vacui di quel bianco che separa, quasi una distanza siderale, verso da verso: «I silenzi, questi spazi», p. 26), il gioco sbarazzino di «Io parlo da sola» (p. 33); ancora il desolato «cercando» di p. 23; la lista della spesa “intima” in Copulazioni semantiche (p. 18); le prospettive sghembe, quasi una passeggiata alla Escher, in La città (p. 52).</p>
<p>Che l&#8217;italiano non sia la lingua madre dell&#8217;autrice è quasi un vantaggio; le permette accostamenti insoliti, tenerezze inaspettate quali echi stilnovisti in prose poetiche che noi non oseremmo: «Cosa mi ha spinto fin qui? Cosa mi ha fatto fuggire sì lontano – sempre e ancora irrimediabilmente?» (p. 51); e godibili neologismi: «Col sapore amarastro dell&#8217;amore» (p. 23), aggettivo ibrido a cavallo tra amaro ed aspro, comprensivo di “amar(e)”; ma anche quella notte «illune» (p. 45) sottolinea quanto possa essere mobile ed icastica la nostra lingua vista da altre angolazioni.<br />
Spiechowicz si è abbeverata alla fonte degli  amati simbolisti francesi, ha omaggiato Emily Dickinson, Sylvia Plath, Rainer Maria Rilke; nei suoi versi ci sono pure echi di Stockhausen, di John Cage e di Chet Baker – non è un caso che una poesia titoli <em>Almost Blue</em>. Il blu è il colore che meglio d&#8217;altri potrebbe caratterizzare cromaticamente <em>Studi sulla notte</em>. In effetti è un colore che attraversa quasi diagonalmente buona parte dei componimenti, con il corredo delle sue varie sfumature semantiche: come non ricorrere alla nozione di Melanconia e alla sofferenza mentale di tanti artisti e protagonisti del nostro patrimonio culturale («What do you think Sir / about the power of the / human knowledge?», p. 21); il blu nelle sue tante nuances è pure il colore delle opere di Yves Klein e delle notti dipinte da Van Gogh; il blu pervade le chiose di un ipotetico diario che nella quarta sezione, <em>La notte passarmi attraverso</em>, annota ora per ora impressioni, sentimenti, pulsioni, intuizioni ed enigmi. Il principe degli enigmi è a volte racchiuso nel concetto di follia: «Ritrovarti nella limpidezza di uno sguardo, / Negli occhi di una follia. / Et tu t’en vas? Tu t’en vas?» (p. 61). Il folle è il custode del mistero, l&#8217;ultima tessera da trovare per ricomporre il mosaico dell&#8217;esistenza, la sfida più incalzante. La follia ricorre metaforicamente nel ronzio delle api «cieche e girovaghe» (p. 15). È perdita di sé, estraniamento, la notte. Seducente quanto pericolosa, foriera di inaspettate epifanie e rivelazioni: «Conosce un miglior modo, dottore, / per perdersi? / &#8211; fosse solo con uno sguardo, una parola / Fosse solo pelle, solo voce / La notte sarebbe allora solo notte / Con un seno scoperto / abissale ( ».<br />
Teniamola d&#8217;occhio Paulina Spiechowicz. Promette bene.</p>
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		<title>Flow</title>
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		<pubDate>Sat, 25 Feb 2012 23:10:21 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Enrico Palandri, Flow (Barbera Editore, pgg. 86, € 12,00 ISBN 978-88-7899-490-4) Flow è uno dei primi titoli editi di questa nuova sfiziosa collana di Barbera Editore, Centocinquanta, in omaggio all&#8217;Unità d&#8217;Italia e all&#8217;inestimabile patrimonio delle nostre patrie lettere – non a caso il riferimento più diretto è a 100 Pagine, storica collana diretta da Italo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Enrico Palandri, <em>Flow</em><br />
(Barbera Editore, pgg. 86, € 12,00 ISBN 978-88-7899-490-4)</p>
<p><em><a href="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2012/02/flow-big.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-219113382" title="flow big" src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2012/02/flow-big.jpg" alt="" width="149" height="223" /></a>Flow</em> è uno dei primi titoli editi di questa nuova sfiziosa collana di Barbera Editore, <em>Centocinquanta</em>, in omaggio all&#8217;Unità d&#8217;Italia e all&#8217;inestimabile patrimonio delle nostre patrie lettere – non a caso il riferimento più diretto è a 100 Pagine, storica collana diretta da Italo Calvino per Einaudi. Il direttore di <em>Centocinquanta</em> è il sermidese Davide Bregola, che in un articolo apparso sulla Gazzetta di Mantova così esprime il suo modo di intendere la letteratura: «dire è lasciare che il mondo scorra attraverso di noi, nel tempo-non tempo che ci è riservato, scovare il pensiero che si immerge in noi». Un&#8217;idea che collima perfettamente con i contenuti di questa nuova prova di Enrico Palandri, già autore di <em>Boccalone</em> (1979, 2010 Bompiani) e de <em>I fratelli minori</em> (Bompiani, 2010).<span id="more-219113380"></span><br />
<em>Flow</em> è a tutti gli effetti un flusso – in senso letterale e figurato -, un movimento sociale e individuale, condiviso e intimo, una dicotomia continua tra interno ed esterno, una felice simbiosi tra arte e vita: «Se l&#8217;incertezza tra quello che si può dire e quello che non si può dire cresce, si arriva a dubitare di tutte le parole e la riflessione, il doppio pensato e interiorizzato, prevale su quello che siamo in grado di dire e costruisce una seconda vita costantemente nascosta. Questo universo carsico di altra vita che vuole esistere, il lago del cuore in cui durano pietà e notte, è il mondo su cui siamo sospesi e da lì a volte le parole tornano in superficie nella invenzione, che è il ritrovamento di qualcosa che era rimasto nascosto e riaffiora. È una metafora, e noi ci appassioniamo alla poesia e ai romanzi perché sono profondamente reali, al punto che possono fare apparire la superficie inconsistente, pura apparenza.»</p>
<p>La contrapposizione tra realtà e finzione, sembra ammonire Palandri, è velleitaria; il razionalismo, invocato ed eretto a sistema delle più diverse discipline e correnti di pensiero, potrebbe rivelarsi una pura illusione, attraverso la quale si cerca di sottomettere il mondo. La questione viene affrontata con ulteriori dettagli in una pagina dedicata a Ludwig Wittgenstein e alla sua polemica con i neopositivisti di Cambridge negli anni &#8217;30 del secolo scorso: «(&#8230;) l&#8217;idea che inizia ad affermarsi, sempre più chiaramente, è che la realtà è tutta rappresentata. Pensare, in altre parole, che vi sia un reale al di là del linguaggio (…) è uno zero matematico.» Esisterebbe, perciò, solo un infinito rappresentarsi delle cose in sistemi, economici, psicologici, musicali o iconici, linguistici o matematici. Ovvero in sistemi culturali, come rileva l&#8217;autore.</p>
<p>Ecco che la pratica della lettura non è più la frequentazione di un luogo in rovina, dove sono conservate le ultime vestigia di una civiltà virtuosa; il lettore non è più colui che si cala in una cripta gelida o muove tra le acque dell&#8217;Acheronte, cercando un sommesso colloquio con le anime dei trapassati. Il Leopardi che in <em>Flow</em> incontriamo da Viesseux, in compagnia della De Stael e della Targioni Tozzetti, è un nostro contemporaneo. Così come “perdurano”, accanto a noi, Calvino e Huxley, che fanno delle brevi apparizioni in altre pagine di questo frizzante libello. «Oggi siamo tolemaici leggendo Dante e copernicani leggendo Milton. (…) Il modo in cui il mondo se lo rappresentarono Eraclito o Anassimandro, Galileo o Newton, non furono semplicemente modi di leggere il mondo, ma quel mondo.»</p>
<p>Palandri è un docente e un inguaribile amante della letteratura, nonché scrittore a sua volta, ed è una sottolineatura importante. La sua erudizione è rinvenibile nell&#8217;appendice al testo, dove si indicano quelle letture che «possono offrire prospettive sulla genesi di <em>Flow</em> che non sono immediatamente riconoscibili», vere e proprie perle per il bibliofilo più esigente. D&#8217;altro canto, però, per il Palandri scrittore la lettura è infatuazione, e non oserebbe mai coartare un sentimento sotto la lente dell&#8217;analisi, ingabbiarne la leggerezza e lo slancio emotivo in una prospettiva storicistica, psicoanalitica o filosofica che dir si voglia. <em>Flow</em> è sorgente di acqua di roccia, stillante di vita, limpida e cristallina. La lettura deve essere anche perdita di sé, ampliamento della percezione, smarrimento nella selva dantesca, intreccio di destini possibili, dove cercare di riconoscere e seguire quel che ci è peculiare. La piena ci travolge e ci porta dove vuole, ma possiamo cavalcare la corrente e, come i salmoni, ripercorrerne il flusso in senso inverso, tornare all&#8217;origine. Il bagaglio di esperienze dell&#8217;autore diviene ora memoria letteraria, prisma attraverso il quale filtrare le istanze del reale, anche della politica: «Così se è vero che la politica si perde se pensa al romanzo, è anche vero il contrario, che la letteratura, quando si avvicina troppo alla politica, o è letteratura di regime, pura propaganda, o anche nell&#8217;antagonismo rischia di appiattirsi in posizioni riflesse altrettanto prevedibili. E cosa intendiamo per politica, per destra e sinistra, se non il tentativo di organizzare il presente e attraverso questo capire anche le altre epoche?»</p>
<p>La sorgiva di <em>Flow</em> è inoltre nostalgia di una dimenticata e marginalizzata letteratura orale, culla di quelle narrazioni omeriche che costituiscono l&#8217;alfa e l&#8217;omega di tutte le storie che l&#8217;umanità si è narrata nel corso dei secoli. È in quest&#8217;alveo più puro e primigenio che la memoria dell&#8217;autore diviene anche aneddotica personale e si condensa nell&#8217;indimenticabile figura della nonna narratrice: «Queste storie sono sempre restate con me. Cos&#8217;erano per lei e cos&#8217;erano per me? Erano vere? Non credo, o certamente non del tutto. Perché a mia nonna piaceva raccontare e quindi faceva qualcosa di diverso dal tentare di dire la verità. (…) Raccontare storie era per mia nonna tentare di ricucire insieme un materiale frammentario e contraddittorio attraverso un amore per i bambini che l&#8217;ascoltavano che era amore del futuro, del loro futuro.»</p>
<p class="facebook"><a href="http://www.facebook.com/share.php?u=http://www.albertocarollo.it/blog/2012/02/26/flow/" target="_blank"><img src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/plugins/add-to-facebook-plugin/facebook_share_icon.gif" alt="Share on Facebook" title="Share on Facebook" /></a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Rosso Africa al Galla Caffè</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 17:45:17 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Mercoledì 8 febbraio ore 18.30 presso il Galla Caffè corso Palladio 11 36100 Vicenza Ausilio Bertoli presenta il suo romanzo &#8220;Rosso Africa&#8221; (Mimesis, 2011). Intervengono Marianna Bonelli e Alberto Carollo. &#8220;Il brillante e sensibile funzionario di una grande banca subisce un pesante attacco di mobbing per aver concesso prestiti non garantiti a clienti onesti in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #993300;"><strong>Mercoledì 8 febbraio</strong></span><br />
ore 18.30</p>
<p>presso il <a title="galla caffè" href="http://www.galla1880.com/it/puntivendita-6.html">Galla Caffè</a><br />
corso Palladio 11<br />
36100 Vicenza</p>
<p><strong>Ausilio Bertoli</strong> presenta il suo romanzo &#8220;Rosso Africa&#8221; (Mimesis, 2011).<br />
Intervengono <strong>Marianna Bonelli</strong> e<strong> Alberto Carollo</strong>.</p>
<p><a href="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/10/rosso_africa_cover.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-917" title="rosso_africa_cover" src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/10/rosso_africa_cover-197x300.jpg" alt="rosso africa cover" width="197" height="300" /></a>&#8220;Il brillante e sensibile funzionario di una grande banca subisce un pesante attacco di mobbing per aver concesso prestiti non garantiti a clienti onesti in difficoltà. Vittima di un grave incidente stradale che lo segna profondamente, abbandona comodità e sicurezze economiche per aggregarsi volontariamente alla <em>Pro Africa Association</em>, organizzazione umanitaria che gli farà ritrovare &#8211; in Mozambico e nel Malawi &#8211; la propria ragione esistenziale tra i ragazzi più poveri dei poveri, affrancandoli non solo dalla schiavitù e dalle malattie, ma anche dalle atrocità consumate ai loro danni. Un intenso romanzo antropologico e d&#8217;amore.&#8221;</p>
<p class="facebook"><a href="http://www.facebook.com/share.php?u=http://www.albertocarollo.it/blog/2012/02/04/rosso-africa-al-galla-caffe/" target="_blank"><img src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/plugins/add-to-facebook-plugin/facebook_share_icon.gif" alt="Share on Facebook" title="Share on Facebook" /></a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Piccolo testamento</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 22:04:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Gabriele Dadati, Piccolo testamento (Laurana Editore, pp. 128, € 12,00 ISBN: 978-88-96999-10-3) Non ha un nome l&#8217;io narrante protagonista di Piccolo testamento, l&#8217;ultimo romanzo – o racconto lungo che dir si voglia, un centinaio di pagine e poco più – di Gabriele Dadati, uno degli scrittori più interessanti dell&#8217;odierno panorama italiano. Non ci mettiamo molto, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Gabriele Dadati, <em>Piccolo testamento</em><br />
(Laurana Editore, pp. 128, € 12,00 ISBN: 978-88-96999-10-3)</p>
<p><a href="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2012/01/piccolo-testamento_cover.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-219113343" title="piccolo testamento_cover" src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2012/01/piccolo-testamento_cover-200x300.jpg" alt="piccolo testamento" width="200" height="300" /></a>Non ha un nome l&#8217;io narrante protagonista di <em>Piccolo testamento</em>, l&#8217;ultimo romanzo – o racconto lungo che dir si voglia, un centinaio di pagine e poco più – di Gabriele Dadati, uno degli scrittori più interessanti dell&#8217;odierno panorama italiano. Non ci mettiamo molto, nel corso della lettura, a comprendere che alcune vicende e la polpa dei pensieri e dei sentimenti che questa voce ci sta comunicando sono in stretta parentela col suo autore. Una nota in calce al testo ci toglie ogni dubbio residuo: «Alla base del libro c&#8217;è un lutto reale che è stato per me particolarmente doloroso. Avrei preferito non doverlo affrontare, e non mi illudo che scrivere un romanzo possa costituire una forma di risarcimento. Spero tuttavia di essermi comportato con dignità».<span id="more-219113341"></span><br />
In una notte afosa di giugno un giovane scrittore quasi trentenne si sveglia, si alza dal letto nel quale dorme una ragazza che non ama e che non potrà amare, ed esce sul terrazzino a fumare. Il giovane ripensa a Vittorio, un intellettuale di provincia, un cinquantenne di grande rigore ed erudizione, amabile quanto schivo. Vittorio è morto da un mese, a causa di quel «fiore nero» che si era «appuntato sul palmo della sua biologia». Vittorio era il suo mentore, il maestro di vita e d&#8217;arte che gli ha lasciato in eredità preziosi insegnamenti. Con Vittorio il giovane curava la rivista “Cronologie”, lo accompagnava su e giù per la penisola a fiere del libro e festival letterari, con lui si confrontava su questioni critiche, a lui faceva leggere in anteprima le bozze dei suoi lavori e ne raccoglieva i consigli.</p>
<p>La vicenda di Piccolo testamento è tutta qui; non c&#8217;è uno sviluppo vero e proprio, né era nelle intenzioni del suo autore che preferisce soffermarsi sull&#8217;approfondimento psicologico dei suoi personaggi, analizzarne i moti dell&#8217;animo, il pensiero raziocinante, descrivere gli ambienti per evocare il climax più adeguato a destare precise sensazioni ed emozioni in chi legge. La scrittura procede volutamente con lentezza, indugia nei particolari, persegue i dettami che si è autoimposta con stile accurato, addirittura puntiglioso in certi passaggi. L&#8217;idea che mi ha riverberato è quella di una  composizione molto sorvegliata, dal registro elevato; non sono del resto estraneo alla qualità dei lavori di Gabriele Dadati (Piacenza, 1982), che ho avuto il piacere di conoscere e del quale ho molto apprezzato <em>Il libro nero del mondo</em> (Gaffi, 2009). Piccolo testamento ha però suscitato in me qualche perplessità. Da un lato credo abbia delineato con grande dignità la figura del maestro e la sua peculiare funzione. Che si chiamasse o meno Vittorio non ha importanza; importa invece che per il suo tramite Gabriele abbia cesellato alcune ammirevoli pagine che costituiscono un paradigma di educazione sentimentale e artistica valido per tutti. C&#8217;è una continuità tra passato e presente, e non possiamo prescindere da quanto i grandi uomini che ci hanno preceduto ci hanno consegnato, con l&#8217;implicito mandato di rielaborarne il patrimonio con spunti di originale individualità, per consegnarlo a nostra volta alle future generazioni. È un messaggio tanto più pregnante quanto la nostra sembra essere un&#8217;epoca senza memoria, soprattutto in questa nostra Italia dal passato illustre e dal presente disgregato, incapace di educare i propri figli all&#8217;inestimabile lavoro del pensiero, della facoltà di scelta, del gusto della bellezza. Tutto ciò è valido ad ogni livello.</p>
<p>Tutta la storia di Vittorio, dalla diagnosi di un tumore al cervello al progressivo decadimento ed afasia costituiscono la parte più accorata, partecipe e umanamente autentica di <em>Piccolo testamento</em>, l&#8217;aspetto a mio avviso più efficace e riuscito di questo progetto di autofiction, sul solco di una tendenza che si è avviata qualche anno fa con la “cosiddetta” stagione della New Italian Epic – entità proteiforme più che un concreto movimento di autori, opere e idee – che sembra convincere più di un editore per l&#8217;esito, non solo commerciale, di alcune prove. D&#8217;altro canto la mia lettura ha percepito qualche debolezza per quanto riguarda l&#8217;elemento metaletterario del romanzo. Il doloroso processo di elaborazione del lutto nel giovane scrittore genera in lui una positiva assunzione di responsabilità; il riconoscimento del mentore che non ha plagiato ma ha costituito un esempio da ammirare e imitare è un fatto privato ma ha pure una valenza pubblica, civile. Vittorio non leggerà la bozza dell&#8217;ultimo romanzo del suo allievo, <em>Il tempo e il silenzio</em>. Lo stesso giovane nutre dubbi sul suo operato, fino a ritenere che non glielo avrebbe comunque fatto leggere, sapendo in cuor suo, forse, che Vittorio non l&#8217;avrebbe approvato. È un gioco sottile di piccoli, segreti tradimenti, di impulsi autodistruttivi, di negazione di quel che è stato. Il giovane ha come uno smottamento; c&#8217;è un sentimento di rabbia, tutta interiorizzata, per il fatto che il maestro non sia ancora al suo fianco, a constatare quanto è maturato, a vederlo crescere intellettualmente, fino a bissarne la preparazione e superarlo. L&#8217;elaborazione del lutto è solo parziale e il giovane va alla deriva fino ad implodere nel suo ego. La sua stessa idea di letteratura, per quanto nobile e altera, diviene posa. «Volevamo ragionare su un&#8217;impressione che ci eravamo fatti: sembrava fosse in atto una tendenza di ritorno alla descrizione, vale a dire di ritorno a un&#8217;idea di letteratura che avesse a che fare col reale molto più che con le immagini del reale.» E la voce narrante persiste a descrivere la propria condizione di scrittore di poveri mezzi, che si arrabatta con qualche collaborazione editoriale, sepolto tra le quattro mura del suo appartamento, tra lo schermo del portatile e le carpette classificate con cura, agendine e Moleskine, penne e libri tascabili che fanno capolino da una libreria Ikea. Sono le pagine più sovrabbondanti dell&#8217;impalcatura narrativa di <em>Piccolo testamento</em>; fanno sbadigliare o irritano per lo snobismo. Ci appare facile sparare bordate sull&#8217;astrologa d&#8217;accatto ospite di un talk show, bollandola di parlare un italiano «sciatto»: «(&#8230;) commetteva quegli errori ottusi che presto o tardi si stabilizzeranno dentro la grammatica finendo per essere accettati. L&#8217;imperfetto dell&#8217;indicativo usato sia nella protasi sia nell&#8217;apodosi del periodo ipotetico».</p>
<p>Lo scollamento con la realtà è consolidato e l&#8217;intellettuale, già misconosciuto e negletto dalla società più o meno imbarbarita, si autoesilia nella sua torre d&#8217;avorio. Non a caso il riferimento, in alcuni momenti, è alla poetica montaliana de <em>La bufera e altro</em>. Anche le varie presenze femminili che transitano nell&#8217;appartamento, pressoché indistinguibili l&#8217;una dall&#8217;altra, sono solo corpi, «(&#8230;) pornografia intesa come una vicenda dei corpi che si accontentano di essere corpi». L&#8217;intellettuale muore dentro di sé. Non solo Vittorio non c&#8217;è più ma anche la sua relazione con Marta, l&#8217;unica di un qualche peso specifico, è naufragata. «Non so spiegarlo meglio di così: ero sicuro di amarla, lei probabilmente continuava ad amare me, ma non potevamo più stare insieme.» Basterebbe, forse, un po&#8217; d&#8217;amore a questo punto ma la condivisione permane ad una considerevole distanza, una distanza che la parola non riesce a colmare. «Così io sto, poco oltre l&#8217;incrocio delle righe, nella zona in cui ormai si sono interrotte.» Sono la riga di Vittorio, che si è interrotta; quella di Marta, che il giovane ha aiutato ad interrompersi; la riga della famiglia d&#8217;origine, interrotta volontariamente per oltrepassarla, ritenuta benigna nell&#8217;ordine delle cose. «Ma in ogni caso oltre l&#8217;incrocio di queste tre righe io sto, in uno spazio di vuoto pneumatico che mi definisce.» E qualche pagina dopo, l&#8217;explicit: «Tuttavia a quel punto sarò uno scrittore, un uomo, che apre bocca ma non ha più nessuno a cui rivolgersi.» Ovvero, l&#8217;avvento del regno del disamore. Dove l&#8217;eleganza è frigida.</p>
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		<title>L&#8217;arte del piano B</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Jan 2012 22:36:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Gianfranco Franchi, L&#8217;arte del piano B. Un libro strategico (Piano B Edizioni, 2011, pp. 148, € 13,50 ISBN 978-88-96665-35-0) «L&#8217;uomo del piano B è uno che non te ne sei nemmeno accorto ma tutto a un tratto ha preso e ha cambiato lavoro e ha cambiato casa. Oppure ha cambiato estetica, e ha cambiato lessico. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Gianfranco Franchi, <em>L&#8217;arte del piano B. Un libro strategico</em><br />
(Piano B Edizioni, 2011, pp. 148, € 13,50 ISBN 978-88-96665-35-0)</p>
<p><a href="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2012/01/larte-del-piano-B_cover.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-219113339" title="l'arte del piano B_cover" src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2012/01/larte-del-piano-B_cover.jpg" alt="l'arte del piano B-cover" width="178" height="283" /></a>«L&#8217;uomo del piano B è uno che non te ne sei nemmeno accorto ma tutto a un tratto ha preso e ha cambiato lavoro e ha cambiato casa. Oppure ha cambiato estetica, e ha cambiato lessico. Non ti ha semplicemente disorientato: t&#8217;ha proprio spiazzato.»<br />
Mi sono sentito gradevolmente in sintonia con questo arguto libro di Franchi, non solo perché di recente ho cambiato lavoro e in parte stile e organizzazione della mia vita – a chi potrebbe interessare, in questa sede? -, bensì per il fatto che <em>L&#8217;arte del piano B</em> è una panacea concepita e realizzata con sorprendente tempestività. Il libro giusto, edito nel momento giusto da un editore giusto e interessante quanto fortunato, che ha trovato in uno dei suoi autori la propria icona.<span id="more-219113337"></span><br />
Mai come ora c&#8217;è bisogno di un piano B, di un pungolo non esclusivamente culturale a rimettere in discussione le nostre interazioni con la realtà nella quale siamo immersi. Tutti, dice Franchi, abbiamo un piano B (pensateci, è davvero così); eppure non tutti siamo uomini del piano B. C&#8217;è bisogno di un ulteriore scarto, di uno slittamento che fa la differenza, dell&#8217;abilità di intuire che si stanno creando le condizioni per attuarlo, il nostro piano B, di armarci del coraggio e della determinazione necessari a fare fagotto di quelle quattro certezze che abbiamo stivato per l&#8217;inverno, nella nostra dispensa della vita, e come un atleta esperto lanciarci in una improvvisa, inaspettata volata. Per vincere.</p>
<p><em>L&#8217;arte del piano B</em> è un manuale pratico e divertente, una parodia, per certi aspetti, dei ben noti for dummies americani; è una guida trasversale e politicamente scorretta (certo: è molto di più) alla via di fuga. Gianfranco Franchi (Trieste, 1978), letterato romano di sangue giuliano, austriaco e istriano ha questa ammirevole curiosità, questa capacità di mettersi in ascolto, di percepire le dinamiche della contemporaneità; ha una peculiare attenzione ai fenomeni sociali, culturali e politici del nostro tempo e dispone di un background estremamente versatile e ricco di riferimenti culturali (letteratura, cinema, musica e moderne tecnologie). I suoi temi gravitano con forza e coerenza sulla necessità di operare scelte culturali, di volgerci a una media e piccola editoria di qualità, non ancora strumentalizzata dagli interessi dei grandi gruppi di potere. Il Franchi artefice e curatore del frequentato portale di comunicazione letteraria e dello spettacolo Lankelot.eu; il Franchi poeta de <em>L&#8217;inadempienza</em> (Il Foglio, 2008); il Franchi narratore in <em>Monteverde</em> (Castelvecchi, 2009) o critico e biografo musicale in <em>Radiohead</em> (Arcana, 2009); il Franchi scout editoriale si compongono in una unica, multiforme personalità lesta a sgamare la faziosità di alcuni intellettuali modaioli che si fanno blandire dall&#8217;industria editoriale pur di accaparrarsi un lettore in più. Oppure sbertuccia il fancazzismo qualunquista di alcuni social network in cui la comunicazione è dispersa e ricombinata in modo illogico, a configurare nuove barbarie: «Cos&#8217;è che sta rovinando la qualità del lavoro, negli uffici, nei negozi, negli sportelli aperti al pubblico, da dieci anni circa a questa parte? La deconcentrazione. (…) La deconcentrazione del multitasking. (…) la possibilità di essere connessi ventiquattrore al giorno alle fonti di informazione, al proprio social network o proprio sito di riferimento, mantenendo al contempo viva la comunicazione con più di una persona, in tempo (almeno potenzialmente) reale. (…) dedicarsi a tante attività contemporaneamente, nell&#8217;assurda pretesa di essere perfettamente in grado di assicurare la stessa qualità di lavoro a ognuna di esse.»</p>
<p>Una risposta, propone Franchi, per riguadagnare la concentrazione, potrebbe essere la cucina. Quando un uomo cucina non può che essere concentrato. Non c&#8217;è niente di più bello di un piatto cucinato con passione ed amore, scrive il nostro. E non posso fare a meno di pensare al mantra rilassante di un risotto portato lentamente a cottura, con dedizione. Meditiamo. E ancora un pressante invito a ritornare ad una essenzialità nello stile di vita e di espressione. «Una delle soluzioni più sensate scelte da molti uomini del piano B è stata quella di passarsi tavolini, armadi, mobiletti o vecchi impianti stereo che non venivano più accesi da un pezzo; per arginare le spese, contenere i costi e avere qualcosa del proprio amico, della propria amica, in casa, con sé, tutti i giorni. E non c&#8217;è lettore di Second Hand che non abbia deciso di comprare qualcosa che avesse già vissuto almeno un&#8217;altra vita, altrove. La vita nuova s&#8217;è formata su una piccola cosa da niente. Incantevole.»</p>
<p>Il testo è congegnato per principi, esempi, applicazioni. È rivolto a tutti perché parla un linguaggio dallo stile minimale ed elegante quanto popular – se fosse musica sarebbe <em>Abbey Road</em> per intenderci. Gustose le invenzioni degli interludi; si legga a tal proposito <em>L&#8217;incontro col disfattista: un nemico del piano B</em>, vera  e propria operetta morale, caustica fustigatrice dei costumi attuali di un&#8217;italietta rassegnata e mortifera che ha smesso di coltivare sogni e progetti. Mi ha deliziato leggere di Ivan, il Pagatore di Bollette, personaggio fiabesco e forse non del tutto paradossale: «Non è chiaro se si tratti d&#8217;un soprannome scelto dai media, da un giornalista buontempone che ha forgiato una strana crasi tra “Iva” e “Iban”, oppure se sia proprio il suo nome di battesimo. Sta di fatto che è così che a tutti piace chiamare il Pagatore di Bollette: Ivan. Ivan è un vero esempio di professionalità. Ciò che riceve va a pagare, entro ventiquattrore.»</p>
<p>Da tempo ho fatto mia una celebre massima di Claudio Appio Cieco: Faber est suae quisque fortunae. Ciascuno è artefice del proprio destino. Mi è sempre piaciuto contrapporla al pensiero di tanti lamentosi filistei che attendono invano dal cielo un qualsivoglia segnale della provvidenza. Franchi riprende la frase e la applica al piano B-pensiero: «È una massima che ogni uomo del piano B ha come impressa a fuoco nel suo dna. Ci sono uomini del piano B che hanno deciso di stampare il loro ex libris con quel motto. (…) Ci sono stati figli di uomini del piano B che hanno inciso quelle sacre parole sulla corona funebre dei loro padri, consapevoli che erano le parole giuste per accompagnarli nell&#8217;aldilà. Ci sono stati interi piani B che sono stati ispirati, nel momento determinante, solo ed esclusivamente da quel motto.»</p>
<p>Si può anche non essere d&#8217;accordo con alcuni sillogismi del Franchi-pensiero ma è innegabile che la lettura de <em>L&#8217;arte del piano B</em> lascia il segno se rapportata ad un generale confronto col mondo attuale, se la si considera in una prospettiva volta al superamento di schemi ormai frusti, all&#8217;aggiramento di una impasse letale in termini di dispersione di umane energie. «Se c&#8217;è una cosa che dobbiamo fare, come prima mancata classe dirigente del paese, è prendere atto che sta a noi avere la fantasia, lo spirito e l&#8217;intelligenza per immaginare nuovi paradigmi politici, economici, esistenziali. (…) Siamo stati allevati e alfabetizzati per un&#8217;Italia che non esiste più. (…) Ha senso cercare una via di fuga. Ha senso cercare il sentiero per la fondazione di qualcosa di radicalmente diverso. Un altro paradigma.»<br />
È così chiaro e semplice che ci chiediamo – noi tutti che abbiamo un piano B e forse non siamo ancora uomini del piano B – come Franchi abbia potuto descrivercelo con una tale naturalezza e perspicuità. Eppure era sotto i nostri occhi. Possiamo stare bene, se lo vogliamo. Ma bene davvero.</p>
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		<title>TRA-DIS-CO trame di disprezzo coerente e licantropo</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Oct 2011 12:58:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nina Nasilli, TRA·DIS·CO trame di disprezzo coerente e licantropo (Book Editore – Poesia, 2010, pp. 103, € 14,50, ISBN 978-88-7232-654-1) Nina Nasilli è un nome d&#8217;arte, e questa è già una prima indicazione importante per tentare di orientarsi nel dedalo del suo esercizio poetico. L&#8217;artista nasce a Rovigo nel 1968; a sette anni scrive le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nina Nasilli, <em>TRA·DIS·CO trame di disprezzo coerente e licantropo</em><br />
(Book Editore – Poesia, 2010, pp. 103, € 14,50,<br />
ISBN 978-88-7232-654-1)</p>
<p><a href="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2010/11/Nasilli.-Tradisco_cover.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-382" title="Nasilli. Tradisco_cover" src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2010/11/Nasilli.-Tradisco_cover.jpg" alt="Tradisco_cover" width="120" height="177" /></a>Nina Nasilli è un nome d&#8217;arte, e questa è già una prima indicazione importante per tentare di orientarsi nel dedalo del suo esercizio poetico. L&#8217;artista nasce a Rovigo nel 1968; a sette anni scrive le sue prime poesie; nel 1992 conclude il suo ciclo di studi a Padova, una laurea in lettere antiche col massimo dei voti. Seguono anni di profonda inquietudine, dove l&#8217;urgenza espressiva la porta a dipingere le proprie liriche. Espone a Gand, Parigi, Madrid, persino in Australia, Singapore, Shangai e New York.<span id="more-960"></span><br />
Se è piuttosto comune  per il critico accostare l&#8217;artista ad un demiurgo che crea universi paralleli con la propria materia sensibile e l&#8217;uso specializzato e virtuoso delle tecniche acquisite, il paragone è tanto più ficcante nel caso di Nasilli. <em>TRA·DIS·CO</em> è infatti un ecosistema in perfetto equilibrio con i mondi che, contigui, lo alimentano ed irrorano di una luce obliqua che ne accentua forme e volumi, pieni e vuoti, barbagli ed ombre.</p>
<p>C&#8217;è un desiderio (quasi) puerile e (quasi) infantile nella simmetria ordinatrice delle poesie di questa raccolta, nelle epigrafi o “dichiarazioni d&#8217;intenti” che presiedono ciascuna sezione, nelle fila ordinate (come un corpo di legionari stanziato lungo cardi e decumani) dei componimenti – nella prima sezione gli incipit col <em>tra</em>, quelli col <em>dis</em> nella seconda e i <em>co</em> nella terza. Ma l&#8217;ordine è solo apparente; l&#8217;armonia incantatrice di queste parole/immagini ha il fascino di una sirena che seduce e fa perdere la bussola. Dietro e sopra la bellezza dei versi e il loro rincorrersi giocoso avvertiamo il dolore e la sospensione, una mai sopita melanconia, come in un disegno di Chagall o di Mirò: «Discolpa è la cifra/ di quel &#8216;a mia&#8217; che non si dice/ ma è sempre sotteso e preme/ invincibile e teso/ &#8211; incurabile stento -/ nel buio tormento/ brulicante ed opaco/ che trepida dietro/ a quello degli occhi/ fondo indistinto:/ perdonati se puoi/ l&#8217;anima mala/ l&#8217;anima strana».</p>
<p>Non c&#8217;è una volontà deliberata nella poesia di Nina Nasilli. Nina è come un&#8217;antenna pronta a captare, a ricevere i segnali di inaspettate quanto disarmanti epifanie del quotidiano, a riverberare le proprie percezioni e sentimenti. Sul piano formale la parola è invece consapevolmente ricercata, creata ex-novo, svincolata e depurata dei suoi referenti semantici e del suo impiego prosaico e strumentale per mettere il sale sulla coda di una verità intensamente avvertita quanto misteriosa e proteiforme. Ma lasciamo parlare l&#8217;interessata: «(&#8230;) credo che sempre per avvicinarci alla verità dobbiamo amplificare, confondere e attivare tutti i nostri sensi, credo che per coglierla dobbiamo riprendere confidenza con l&#8217;immaginazione che crea le cose, credo che a causa della fatica talvolta frustrante di questa ricerca di verità sia nato il linguaggio, sia nata la filosofia, come a coprire il vuoto e tessere una rete per attaccarsi e raggiungere le estreme parti dell&#8217;affollato mondo dei pensieri, sempre affollato.»</p>
<p>Determinante, per Nina, l&#8217;incontro, nel 1996, con Ottiero Ottieri, una delle figure letterarie più significative del Novecento, al quale il libro è dedicato. Ottieri, figura singolare ed extra-ordinaria, tesse le lodi della sua scrittura in <em>Nuovi argomenti</em>, diviene mentore e spirito guida di Nina &#8211; il nome di lei è quasi una sua derivazione adenoidale, nella medesima replicazione e scansione sillabica, sorta di scherzo nenia o filastrocca. Ad Ottieri non è sconosciuta l&#8217;attitudine squisitamente post-moderna al ludus, al gioco e al ritornello musicale, come non difetta alla talentuosa Nina. Traslato/ Ai margini/ di sé/ il potere tragico/ e comico/ della parola -/ il suo naturale/ aspetto/ mescola gli effetti/ e i nessi causali:/ antidoti fasulli contro il tempo/ necessari alla vita per respirare.</p>
<p>Sono agili e brevilinee le poesie di questo libello; versi sciolti che si contano su due mani, più un distico finale, congedo e insieme invito a voltar pagina, a reiterare il bisogno di dire ancora, di ri-suonare, perché di voci e risonanze è composto TRA·DIS·CO, silloge dove «le parole hanno per qualche istante preceduto le cose, senza sostituirle». Parola di Nina Nasilli.</p>
<p class="facebook"><a href="http://www.facebook.com/share.php?u=http://www.albertocarollo.it/blog/2011/10/30/tra-dis-co-trame-di-disprezzo-coerente-e-licantropo/" target="_blank"><img src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/plugins/add-to-facebook-plugin/facebook_share_icon.gif" alt="Share on Facebook" title="Share on Facebook" /></a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Rosso Africa</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Oct 2011 13:22:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ausilio Bertoli, Rosso Africa, Mimesis, 2011, pp. 119, € 11,00 ISBN 978-88-5750-602-9 Claudio Bassi va ad infoltire la già nutrita galleria di personaggi dalle spiccate peculiarità venetiche partoriti dalla fervida immaginazione di Ausilio Bertoli, instancabile narratore vicentino. La tipologia, per intenderci, è quella del maschio adulto, valente professionista più o meno ben integrato, còlto in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ausilio Bertoli, <em>Rosso Africa</em>,<br />
Mimesis, 2011, pp. 119, € 11,00 ISBN 978-88-5750-602-9</p>
<p><a href="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/10/rosso_africa_cover.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-917" title="rosso_africa_cover" src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/10/rosso_africa_cover-197x300.jpg" alt="rosso africa cover" width="197" height="300" /></a>Claudio Bassi va ad infoltire la già nutrita galleria di personaggi dalle spiccate peculiarità venetiche partoriti dalla fervida immaginazione di Ausilio Bertoli, instancabile narratore vicentino. La tipologia, per intenderci, è quella del maschio adulto, valente professionista più o meno ben integrato, còlto in un momento cruciale della sua esistenza: un evento eccezionale spazza via il fragile castello di carte delle sicurezze conquistate, provocando smarrimento e crisi d&#8217;identità. Un canovaccio di partenza che ben si presta ad ulteriori sviluppi, dagli esiti inaspettati.<span id="more-915"></span><br />
Bassi è un brillante funzionario di una grande banca, caduto in disgrazia presso i superiori per aver accordato fiducia ad un suo cliente e non aver consegnato in protesto al notaio i suoi assegni, contravvenendo alla lealtà verso la banca e gli ispettori. La punizione è il trasferimento all&#8217;ufficio mutui, loculo dove potergli impartire una adeguata “sepoltura professionale”. La depressione reattiva è dietro l&#8217;angolo, aggravata dalla mancanza di una solida rete di affetti: Bassi non è sposato e i suoi genitori sono morti qualche tempo prima, investiti da un&#8217;auto in pieno centro storico; di recente ha pure perduto la sorella Corinna, volontaria nel Malawi, dilaniata da una mina antiuomo. Sembra non esserci fine al peggio; Bassi, obnubilato per le sue magagne, perde la dovuta attenzione alla guida, incappando in un grave incidente stradale. Caduto in coma, vive un&#8217;esperienza di pre-morte che lo segna nel profondo. Corinna gli appare in una visione e gli chiede di portare a termine il suo compito intrapreso con gli orfanelli di Kibanda.</p>
<p>Pur tra mille inquietudini e scarsa stima nelle proprie abilità e risorse, il bancario abbandona il suo “mondo” per aggregarsi volontariamente alla Pro Africa Association, anche per le sollecitazioni di alcune persone carismatiche che entrano nella sua vita, come Margot, una delle responsabili dell&#8217;associazione e Simba, un giovane mozambicano laureato in sociologia a Trento. Un viaggio nel continente africano non è certamente una passeggiata, ma nel caso di Bassi la situazione si complica ulteriormente.</p>
<p>L&#8217;edificio narrativo di <em>Rosso Africa </em>si regge su due assi portanti: a) da un lato l&#8217;intreccio, servito da una scrittura scarna e diretta, genera nel lettore un senso di levitas; «Cos&#8217;altro gli può capitare?», ci chiediamo mentre teniamo il conto, un sorriso a fior di labbra, degli incidenti d&#8217;auto presenti in questo romanzo, tra jeep e pick-up devastati da calamità naturali o dalle difficili condizioni viarie in quelle regioni remote; per non dire delle peripezie del protagonista nel volersi togliere di torno la malcapitata Letizia, collega dell&#8217;ufficio mutui, perdutamente innamorata di lui ma ahimè non ricambiata nel suo amore disinteressato, che sfida ogni remora o convenzione sociale per cercare di raggiungerlo in Africa; e ancora il breve amplesso con Angela, l&#8217;infermiera mozambicana che lascerà comunque nell&#8217;animo di Claudio un sentimento indelebile; b) lo spunto frizzante di questa  tragica commedia degli equivoci orchestrata con una penna, quella di Bertoli, matura e sicura dei propri mezzi, viene stemperato dalla constatazione, quasi una doccia fredda, che di Africa si sta parlando, di miseria e povertà, di soprusi e sfruttamento, di atrocità perpetrate ai danni delle popolazioni autoctone da parte delle multinazionali, di disuguaglianze ed ingiustizie sociali; e allora pensiamo che i molti morti che tingono di rosso questo romanzo sono di volta in volta anime nobili spezzate nel perseguimento dei loro ideali, genitori adottivi che si trovavano nel posto sbagliato al momento sbagliato per essere di conforto ai propri figliocci, categorie deboli che per la sola colpa di aver avuto dei natali sfortunati hanno un destino già segnato. Il sorriso ci muore sulle labbra quando, tra le righe, Bertoli cala le sue considerazioni sull&#8217;operato delle associazioni umanitarie, sull&#8217;impatto che hanno o potrebbero avere su uno sviluppo economico e culturale sostenibile nei paesi dove operano.</p>
<p>C&#8217;è, en passant, pure il tempo di ricondurre nel recinto della propria speculazione una Natura sentita come un&#8217;entità ingovernabile che travalica le vicende e forse le umane possibilità, motivo che ritorna più volte nel libro: «No, Angela. La Natura non è tenera, non è buona come pensi (&#8230;). La Natura è violenta e le sue leggi sono violente. Sta agli uomini modificarle, con l&#8217;intelligenza che la Natura ha concesso loro. Siete d&#8217;accordo?». Ma Ottone, il medico pragmatico che ben conosce l&#8217;Africa per avervi lavorato tanti anni, presente alla discussione, chiede di cambiare argomento&#8230;</p>
<p>Bassi rientrerà a casa, fiaccato nello spirito e nel fisico per i lutti e gli amori perduti. Si farà consigliare dalla sua neurologa di fiducia, o da Margot e Simba. Sembrerà, inoltre, volersi appoggiare affettivamente a Letizia, che per il tramite del fratello potrebbe trovargli un nuovo impiego in un grande istituto di credito. Nuovi spunti di paranoia, forse uno sprazzo di “giallo” che finirà invece per tingere nuovamente di rosso altre pagine del romanzo. Proverete con Bassi le sue stesse titubanze, l&#8217;angoscia, l&#8217;irresolutezza, la difficoltà a perseguire una scelta di vita nel senso di una totale e piena realizzazione di sé. Sceglierà di tornare a dirigere una grande banca, recuperando tutte le sue certezze e comfort materiali o tornerà in Africa per tentare di realizzare il sogno della sorella defunta? Vi consiglio di scoprirlo leggendo.</p>
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		<title>Vicolo dell&#8217;acciaio</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Aug 2011 20:52:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Cosimo Argentina, Vicolo dell&#8217;acciaio (Fandango Libri, 2010, pp. 264, € 15,00 ISBN 978-88-6044-172-0) «Quando mio padre parla di se stesso dice sempre che il suo destino è segnato. Qui nel palazzo tutti muoiono di cancro ai polmoni. Il record della pista è nostro. Abbiamo in corpo, a famiglia, più benzene, polveri cancerogene, diossina, policarburi aromatici [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cosimo Argentina, <em>Vicolo dell&#8217;acciaio</em><br />
(Fandango Libri, 2010, pp. 264, € 15,00 ISBN 978-88-6044-172-0)</p>
<p><a href="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/08/vicolo-dellacciaio.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-889" title="vicolo dell'acciaio" src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/08/vicolo-dellacciaio-203x300.jpg" alt="" width="203" height="300" /></a>«Quando mio padre parla di se stesso dice sempre che il suo destino è segnato. Qui nel palazzo tutti muoiono di cancro ai polmoni. Il record della pista è nostro. Abbiamo in corpo, a famiglia, più benzene, polveri cancerogene, diossina, policarburi aromatici e gas saturi di non so nemmeno io che cosa&#8230;»<br />
Vicolo dell&#8217;acciaio chiude (ma non è detto) una quadrilogia tarantina &#8211; non preordinata dallo stesso autore -, un “ciclo dei vinti” di verghiana risonanza dove <em>Il cadetto</em> (Marsilio, 1999) è stato il romanzo della scoperta,<em> Cuore di cuoio</em> (Sironi, 2004, Fandango tascabili, 2009) quello dei sogni, <em>Maschio adulto solitario</em> (Manni, 2008) quello degli incubi e questo neo edito porta invece le stigmate del dolore.<span id="more-890"></span><br />
Taranto, città-feticcio, l&#8217;avevamo abbandonata umbratile e cupa tra le pagine di <em>Mas </em>(quasi inconcepibile per noi del nord che guardiamo alle città del sud col cliché del sole a due passi dal mare), avvoltolata nella cappa mefitica dell&#8217;Ilva. E così la ritroviamo. Siamo nel quartiere Italia Montegranaro, in cui Cosimo Argentina (1963) è pure cresciuto, abitato da famiglie di operai dell&#8217;ex-Italsider, l&#8217;impianto siderurgico più inquinante d&#8217;Europa.</p>
<p>Mino Palata è il diciannovenne protagonista e voce narrante del romanzo; i suoi pensieri, la sua visione del mondo, la sua rabbia sono la lente attraverso la quale il lettore si addentra in uno dei casermoni del “vicolo dell&#8217;acciaio”, «dove il novanta per cento delle famiglie ha il capo che se la spassa nel siderurgico». Mino è figlio del Generale, padre autoritario e scorbutico, figura ingombrante quanto idolatrata da amici e famigliari. Il Generale è un uomo del nord, emigrato al contrario, che parla il dialetto dei tarantini meglio dei tarantini stessi, che si sottopone ai turni più pesanti in acciaieria. Per lui gli uomini si dividono in “prima linea” e in “imboscati”, coloro che non hanno voce in capitolo perché «solo quelli che si lordano possono dire la loro&#8230;».</p>
<p>Mino è stato iscritto dai suoi all&#8217;Università, con l&#8217;intento di migliorarne la condizione e aprirgli qualche sbocco per un futuro migliore, ma i suoi studi di Giurisprudenza languono e il ragazzo preferisce farsi distrarre dalla seducente Isa, che «sembra un&#8217;araba. Una sudanese con gli occhi nocciola chiari chiari, come miele (&#8230;)», figlia di una madre altrettanto bella, Maddalena, la “dea condominiale”, l&#8217;unica bionda del vicolo.</p>
<p>Ci sono molti lutti in questo libro: per cancro o morti bianche e altrettanti “consoli”, le veglie rituali con tutte le peculiarità del familismo meridionale. C&#8217;è un sentimento pervasivo di predestinazione, di dolore roco e trattenuto, virile ed antieroico per il Generale e i suoi “gechi”, attaccati al muro del bar di Mest&#8217;Arturo, pronti ad offrirsi come vittime sacrificali su un altare di carbon fossile e polveri venefiche al Dio crudele e impassibile del siderurgico.<br />
Attraverso Mino, Cosimo Argentina ci comunica che a volte la rassegnazione uccide più della diossina, che l&#8217;accettazione passiva di una condizione passa attraverso una mancata elaborazione del lutto, una fuga dal dolore personale e dalla coscienza “militante”. Non c&#8217;è riscatto in <em>Vicolo</em> ma solo una spietata selezione naturale che permetterà ai più fortunati di arrivare alla pensione indenni dal tumore, dalle mutilazioni e dalle malattie croniche più debilitanti.</p>
<p>Non c&#8217;è vero intreccio nel romanzo; è più un accumularsi di situazioni; i personaggi non subiscono alcuna evoluzione oggettiva o interiore, semplicemente “tirano a campare”, come la classe operaia statunitense dei romanzi di Carver.<br />
Solo Isa sembra dibattersi in questo paesaggio degradato: «Sa che la sua salvezza passa per un&#8217;arrampicata che deve portarla da qualche parte e allora, sebbene (…) il suo punto di partenza sia in fondo a un vulcano spento sa che può farcela a piantare la bandierina rossoblù là dove va messa». Isa si deve però guardare dagli sciacalli, dai raggiri delle false associazioni di “ambientalisti del giovedì”, interessati a sfruttare il dolore della gente per ottenere maggior visibilità e potere di contrattazione sociale e politica.</p>
<p>Il punto di forza di <em>Vicolo dell&#8217;acciaio</em> è anche la sua maggior debolezza: l&#8217;insistente ricorso al dialetto locale, che crea non poche difficoltà al lettore  dislocato geograficamente; un idioma pulsante e sulfureo che caratterizza con grande realismo i vari episodi, i dialoghi e le interpolazioni tra i personaggi. Il registro stilistico, mimetico e tipico della produzione di Argentina è quello medio-basso ma incisive ed efficaci sono le inusuali metafore utilizzate da Mino per descrivere quel che vede e sente, il furore che monta e che sfocia nell&#8217;inazione più paradossale. La consapevolezza non ci rende immuni dal male di vivere, sembra ammonirci Argentina con una scrittura di pancia ch&#8217;è passione dalla quale farsi travolgere, coi visceri squarciati in punta di penna; e ancora scavo archeologico dell&#8217;infanzia, esorcismo e catarsi dei propri terrori e inferni personali.</p>
<p>Non sono affatto d&#8217;accordo con quanto scrive <a href="http://michelelupo.blogspot.com">Michele Lupo</a> in una sua recensione al libro, sostenendo che il giovane Mino attraversa il quartiere dando l&#8217;impressione di aver già visto tutto, di sapere già tutto. Non stiamo parlando dello svelamento di un poco plausibile artificio retorico: Mino effettivamente sa già tutto, ha già visto tutto. La sua sensibilità è matura abbastanza per analizzare il microcosmo in cui vive, servendosi di un linguaggio gergale fortemente connotato, di un&#8217;ironia corrosiva e straniante così come di una scrittura che Isa incoraggia: «Mì, tu c&#8217;hai il dono!»; eppur si lascia comunque invischiare, senza reagire, da quell&#8217;ordine malato degli eventi.</p>
<p>Chi conosce Argentina sa che non c&#8217;è <a href="http://michelelupo.blogspot.com/2011/02/cosimo-argentina-vicolo-dellacciaio.html">calcolo o volontà di strappare una risata o commuovere tipizzando le figure che entrano in scena</a> nel <em>Vicolo</em>; basterebbe a dimostralo la sola scelta della lingua, che rischia di lasciare per strada molti lettori. Ma ad Argentina &#8211; uno degli scrittori italiani più interessanti attualmente in circolazione – non importa più di tanto: la sua scrittura è anche ricerca di sé, ed è a Taranto che l&#8217;autore, professore di Diritto trapiantatosi in Brianza, ha deciso di cercarsi: «Ognuno cerca il proprio linguaggio e il mio, sotto certi versi, è questo».</p>
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		<title>L&#8217;isola e il sogno: intervista a Paolo Ruffilli</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Jul 2011 21:46:50 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_764" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/07/DSCN1190.jpg"><img class="size-medium wp-image-764" title="DSCN1190" src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/07/DSCN1190-300x225.jpg" alt="PR" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">Paolo Ruffilli</p></div>
<p>Trascritto ed editato a mia cura, riporto con piacere il testo di una intervista registrata lo scorso 20 maggio 2011 presso la Libreria &#8220;Quarto potere&#8221; di Vicenza. Alberto della Rovere dialoga con Paolo Ruffilli sul suo recente romanzo edito da Fazi, &#8220;L&#8217;isola e il sogno&#8221;. Il pezzo è un po&#8217; lungo per il web ma ho preferito riportare integralmente alcune argomentazioni che giudico, per il lettore, estremamente interessanti. Della Rovere pone domande sapide ed intriganti e Ruffilli discetta con amabile arguzia della spedizione dei Mille, delle carte private di Ippolito Nievo e dei suoi amori, della fortuna della sua opera nei paesi europei, del genio precoce e del ruolo del sogno nella interpretazione dei misteri della vita.</p>
<p><span style="color: #993300;"><em>Alberto della Rovere</em>: <em>L’isola e il sogno</em> è un romanzo che parte dal mare e finisce nel mare, come alcuni testi a circolo chiuso – alla Conrad o alla Verga. Riguardo all’isola, si tratta della Sicilia e in particolare di una città: Palermo. Ti chiederei di parlare del rapporto controverso che Ippolito ha con la città dove, a fronte di evidenti disagi di carattere amministrativo – era stato intendente per conto di Garibaldi e vi ritorna in missione speciale, per raccogliere documenti a garanzia del governo garibaldino – , desidera comunque restare. Mi riferisco pure alla predilezione che Alexandre Dumas, cronista al seguito dei Mille, esplicita per Palermo.</span><span id="more-760"></span></p>
<p><em>Paolo Ruffilli</em>: La Sicilia, per Nievo – come per molti suoi compagni d&#8217;avventura – è stata una scoperta sorprendente. Sulla spedizione dei Mille si dice sempre troppo poco; soprattutto si tradiscono le testimonianze che ci vengono dai garibaldini. È da loro che apprendiamo che questa spedizione ha successo grazie agli inglesi. Nei libri di Storia non ci vengono mai svelati i retroscena: per esempio che il governo sabaudo giocò una parte davvero vergognosa; facendo finta di non prender parte alla spedizione nega in primo luogo il suo supporto, specialmente la fornitura delle armi – che tra l&#8217;altro avevano comprato gli inglesi a proprie spese. Sono i privati, gli investitori inglesi che finanziano i Mille. D&#8217;Azeglio nega il suo aiuto alla spedizione per prenderne le distanze e quando i garibaldini partono sono disarmati. Garibaldi si ferma a Talamone e si prende quel po&#8217; di prestigio personale che è possibile concedergli. Un gruppo di circa 980 uomini male armati si presta a dare l&#8217;assalto al Regno delle Due Sicilie, contro un esercito di 22.000 uomini. Le navi inglesi, al cui comando ci sono uomini che apprezzano Garibaldi, si interpongono tra le navi dei garibaldini e la flotta dei borbonici, favorendo lo sbarco a Marsala. Gli inglesi erano e dovevano rimanere neutrali, per non scatenare una guerra di vaste proporzioni, e questo facilita lo sbarco a Garibaldi. In Sicilia il generale doveva trovare largo seguito; la Mafia siciliana, già attiva, aveva dato il suo appoggio ai Mille. Cavour ha però mandato nell&#8217;isola un noto malavitoso, Giuseppe La Farina, per convincere i mafiosi a non intervenire nei confronti di Garibaldi. Cavour non si fida di Garibaldi quando scopre che gli inglesi sono a suo favore. Garibaldi, però, riesce a vincere con i suoi nonostante l&#8217;intralcio di La Farina. L&#8217;eroe dei due mondi ha dalla sua una forte capacità di traino e di influenza sui suoi uomini, volontari che combattono senza risparmio. I soldati borbonici invece, poco convinti e motivati, se la squagliano ai primi scontri. Il primo impatto dei garibaldini con l&#8217;isola è di delusione e risentimento, perciò. Ma all&#8217;indomani della vittoria, quelli che erano scomparsi dalla scena ricompaiono; la città si rianima, si riaprono le botteghe, gli aristocratici riaprono le loro case; improvvisamente c’è un’esplosione di vita ch’è tutta siciliana, fatta di colori di sapori, di odori, di luce e calore, di cose sorprendenti anche per quei garibaldini abituati alla bella vita che si rendono conto di come si viva straordinariamente in Sicilia;  c’è la scoperta di una ricchezza e di una raffinatezza che batte tutte le corti europee. Garibaldi già sapeva di questi aspetti e sapeva scegliere i suoi collaboratori: non a caso aveva scelto Alexandre Dumas come ministro dei beni culturali nella sua spedizione, così come aveva scelto Nievo come amministratore; sapeva che si sarebbe affidato ad una persona competente ed onesta. La Sicilia è perciò una continua rivelazione nelle settimane successive alla vittoria dei garibaldini; pure Nievo, da amministratore, viene a contatto con situazioni particolari. Come ci racconta lui stesso, molti siciliani cercano di approfittare del momento storico: millantano crediti che non hanno, si fingono quello che non sono. Nievo è un testimone eccezionale e riferisce che non è tanto questo il problema maggiore nell’amministrazione quotidiana del governo rivoluzionario; i pericoli maggiori non venivano dai siciliani ma dalle grandi aziende del nord che corrompevano per ottenere gli appalti o imbrogliavano inviando scarponi di cartone – come poi avverrà per i nostri combattenti in Russia – o divise di panno scadente, riso andato a male, grano marcio eccetera. Nievo si ricrede sui siciliani, scopre che hanno delle risorse inaspettate; Dumas diceva ai garibaldini “guardate che verrete catturati da quest’isola, da questa gente”. In Europa una parte ammira la civiltà siciliana, e tra questi gli inglesi, ma l’altra ne dice tutto il male possibile. Pur nella precarietà i siciliani hanno un gusto speciale per la vita. Qualche giorno dopo la conquista, Garibaldi viene santificato; i conventi di clausura aprono le porte ai garibaldini. Nievo e i suoi compagni vanno a mangiare dalle suore, che sono delle cuoche straordinarie. Anche sul versante sentimental-femminile, a dispetto di tutti i rischi e pericoli che si correvano in Sicilia nell’aver a che fare con le donne, i nostri riescono ad intrecciare relazioni, spesso clandestine. Il volontariato garibaldino è fatto di giovani, di studenti, di idealisti disposti a sacrificarsi perché sentono che il vento tira in quella direzione, non oppongono resistenze egoistiche. Diventare adulti significa “adulterarsi”, più diventiamo adulti più siamo meno disposti ad aderire a qualcosa che ci porta fuori di noi stessi e dei nostri interessi. Questi giovani garibaldini sono anche persone colte, interessate alla cultura e sappiamo che a Palermo ci sono almeno dieci teatri che fanno spettacolo tutte le sere. Sono quasi tutti teatri musicali; Nievo e gli altri sono appassionati di musica, anche perché l’unica colla che unificava gli italiani in quel periodo era il melodramma. Non c’è sera che non si vada a teatro; col caldo la vita inizia al calare del sole e procede per tutta la notte; dopo il teatro c’è il corso, c’è la sfilata, c’è la banda che suona, ci sono i fuochi d’artificio. È insomma una ininterrotta esplorazione di un mondo “alieno”.<span style="color: #993300;"> </span></p>
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<div id="attachment_765" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/07/DSCN1191.jpg"><img class="size-medium wp-image-765" title="DSCN1191" src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/07/DSCN1191-300x225.jpg" alt="PR2" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">Libreria &quot;Quarto potere&quot;, Vicenza, 20 maggio 2011</p></div>
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<p><span style="color: #993300;"><em>AdR</em>: <em>L’isola e il sogno</em> viene ascritto “per comodità” al filone del romanzo storico. Vi ho trovato altri riferimenti letterari: innanzitutto al romanzo storico dell’Ottocento, ovviamente depurato dal punto di vista formale, ovvero a Sterne per la levitas della prosa; ancora a Conrad; a Verga per l’impianto. Tipico pure del Ruffilli poeta non è tanto la narrazione bieca dei fatti quanto, da entomologo delle passioni, lo studio dell’anima dell’uomo. Come forma espositiva impieghi spesso il dialogo, sovente interiorizzato. Da poeta ricorri spesso all’allitterazione, all’anafora, per ricreare questa sonorità marina; si inizia infatti dall’acqua e si termina col viaggio tragico dell’Ercole il 4 marzo 1861. È perciò tutto un romanzo d’acqua, anche stilisticamente; c’è questo accostamento al cielo e ai colori, perciò il riferimento è anche alla tua silloge <em>Le stanze del cielo</em> (Marsilio). Ho trovato pure echi da <em>Diario di Normandia</em> (Amadeus), dove ci offri una cronaca garbata del quotidiano, di quelle che siano le impressioni, le percezioni affettive. Così è per Nievo in questo romanzo: ci offri infatti il diario privato del suo quotidiano, le sue emozioni. Lo stesso Nievo è un poeta di pensiero come Paolo Ruffilli e c’è sempre questa tensione al senso come teatro di emozioni piuttosto che di fatti. Qualche recensore ha scritto “questo non è un romanzo storico”; in effetti, se fosse stato questo l’intento, andava condotto in altra maniera ma ritengo che sia stata fatta una scelta peculiare di scavare nell’animo del personaggio Nievo. Arte e fatto sono perciò piegati al soggetto. Condividi questo approccio?</span></p>
<p><em>PR</em>: Sì, mi ritrovo in quello che dici; sono quasi quarant’anni che mi occupo di Nievo e questa passione nasce dietro una serie di curiosità che Nievo ha suscitato in me a vari livelli, sia sul fronte propriamente storico – col capitolo della spedizione dei Mille -, così come sul fronte letterario per tutto quello che ha scritto, in particolare <em>Le confessioni di un italiano</em>. Mi sono interessato anche della sua vita sentimentale, un capitolo per me molto trainante, a partire dalla scoperta di questo amore impossibile che lo lega a Beatrice Melzi d’Eril, moglie di un suo cugino. Esiste una quantità sterminata di documenti attraverso i quali si può approfondire la conoscenza di questo amore; in particolar modo l’epistolario di Nievo, ch’era uno che scriveva non meno di quattro-cinque lettere al giorno. Il marito di Beatrice sostiene che da quando è iniziato il rapporto confidenziale tra sua moglie e Ippolito il suo rapporto matrimoniale è migliorato, nel senso che ci sono aperture e illuminazioni che prima non c’erano, possibilità intellettuali oltre che sentimentali sorprendentemente coinvolgenti. Ancora, conoscere i particolari di questo rapporto tra due persone così fornite di senso dello <em>humor</em> che si dicono «Non è che possiamo ridurre questo amore ad una passione <em>sturm und drang</em>; sarebbe la cosa più ridicola che ci potrebbe capitare»; Ippolito e Bice non hanno alcuna intenzione di far soffrire i loro cari; il loro è un amore che resta “platonico”. Lei dice: «Ti devi trovare un amante di sostegno, in modo da non soffocare quella parte di te che altrimenti rimarrebbe monca»; sono questi gli aspetti che mi hanno indotto ad andare a fondo. Ho scritto vari anni fa una biografia di Ippolito Nievo; da allora ho cercato di vederci più chiaro. Ho trovato ulteriori documenti perché è una miniera inesauribile. Ci sono due interi archivi che non sono ancora stati resi pubblici e forse mai lo saranno, e sono gli archivi di famiglia dei Melzi d’Eril e dei Belgioioso che la pensano diversamente dagli italiani che magari tirano fuori tutto senza scrupoli etico-morali, pur avendo una legge sulla privacy rispetto alla quale non si potrebbe saper niente ma invece si conosce tutto. Ho avuto il piacere di conoscere Ludovico di Belgioioso, del quale sono stato editore, e lui mi ha permesso di leggere tutta una serie di cose, impegnandomi a non renderle pubbliche. Con la possibilità che, scrivendo un romanzo, uno scrive “ogni riferimento a persone e fatti è puramente casuale” e perciò va benissimo. In realtà io non avevo alcun interesse in chissà quale scoop; della parte saggistico-biografica mi ero già occupato. Mi interessava invece rendere giustizia all’uomo, indagare i suoi sentimenti, vagliare le sue reazioni rispetto a quanto lo circondava. Ed erano fatti pubblici e privati: il coraggio di un volontario che combatte con Garibaldi, la delusione che segue alla vittoria e alla successiva messa ai margini dei volontari da parte del governo sabaudo nella costituzione dell’Unità; e poi le sue storie d’amore e di sesso che vive comunque in maniera conflittuale; Bice lo esorta a trovarsi “un’amante di sostegno” per dare espressione a quella che Nievo stesso definisce “fisiologia”; ne ha fatto esperienza con le donne che ha incontrato, sa quanto è importante ma la vive all’insegna del malumore e del rimorso, nella condizione di una schizofrenia galoppante che sta tagliando la sua vita. Fino ad un ulteriore incontro che, senza che lui se lo aspettasse, in parte ricuce il taglio. Quando meno si aspetta che le “storie di fisiologia” possano avere un risvolto sentimentale si ritrova invischiato in una relazione in cui non contano più tanto i sensi ma il cuore. Questo è paradossalmente un farmaco ma anche un veleno perché lo rende inquieto e incerto tra il sentimento di tornare da Bice e rimanere invece nell’isola con questa donna ch’è la scoperta nuova della sua vita: Palmira. È chiaro che, come dichiaro alla fine, “tutto è rigorosamente autentico, tutto è rigorosamente immaginato”, nel senso che non ho inventato né episodi né fatti ma immaginato cosa lui e gli altri sentissero o provassero appoggiandomi sulle carte, sulle lettere. L&#8217;ottica è quella del <em>Viaggio sentimentale </em>di Sterne, ma anche del suo <em>Tristam Shandy</em>, ovvero un&#8217;operatività narrativa che se ne infischia delle regole canoniche; il <em>Tristam Shandy</em> è un romanzo alla cui metà il protagonista non è ancora nato, e questo è sorprendente. Il romanzo è molte cose diverse, non è certo il plot al quale ci ha abituati un certo tipo di narrativa; dovremo saperlo perché poi il Novecento ha rifiutato apertamente, scopertamente queste regole. Eppure i nostri editori ci hanno talmente abituati al fatto che se in un romanzo non c&#8217;è una trama, un giallo non dovremmo leggerlo. È colpa loro se ci sono così pochi lettori in Italia; noi abbiamo i peggiori editori a livello europeo e direi mondiale, così come abbiamo i peggiori politici e i peggiori in tante altre categorie, è una situazione anomala generalizzata. Non è un caso che i più grandi estimatori di Nievo romanziere siano i tedeschi. In Italia <em>Le confessioni</em> viene sottovalutato o disprezzato, mentre per i tedeschi è il romanzo più importante della modernità italiana e perfino europea. I tedeschi non hanno l&#8217;idea di narrativa che hanno i nostri editori: superficiale, libri scritti in poche settimane, col piede sinistro, che non affrontano un bel niente. I tedeschi amano il complesso, lo stratificato; io cito sempre <em>La montagna incantata </em>di Mann; è un libro nel quale il lettore dev&#8217;essere attivo, deve cooperare con lo scrittore, altrimenti non va avanti nella lettura. La lettura è perciò un&#8217;operazione di tipo esoterico, che guarda ad una ricerca, che cerca un&#8217;identità, un qualcosa per cui vale la pena vivere. Sempre di sponda mi interessava render conto della delusione e del rammarico che Nievo prova nel vedersi rifiutare il suo romanzo più importante. Era nelle mie intenzioni scivolare nella sua vicenda stringendo i tempi, raccontare le sue due ultime settimane di vita, e di farlo galleggiando; hai detto bene: l&#8217;acqua è il riferimento fondamentale; è un galleggiamento sotto tutti i punti di vista, anche nel ricordo, visto che quando ricordiamo non ce ne accorgiamo ma galleggiamo. Tutto comincia alla ringhiera di una nave e tutto finisce alla ringhiera di una nave che poi si inabissa. Nievo ha rischiato di annegare da giovane, in vacanza a grado, ma l&#8217;acqua ha pure tutta una serie di valenze nella sua esperienza, con un rapporto preferenziale con la madre. Nievo è uno che anche quando non ne ha diretta consapevolezza vive una fortissima memoria prenatale nella sacca d&#8217;acqua di sua mamma, nella pancia di una madre che sarà per lui preferenziale, nel senso che pur non essendo figlio unico diverrà comunque il figlio prediletto; i due sono sulla stessa lunghezza d&#8217;onda, hanno la stessa intelligenza rapida, veloce, hanno questa capacità d&#8217;intendersi solo guardandosi. E di qui nel sottofondo quel timore, terrore che solo da un certo momento in poi si materializza come coscienza in Ippolito, cioè il timore di violare sua madre in un&#8217;altra donna. Quando si accorge che Bice è esattamente la copia di sua madre, scatta qualcosa in lui che ne modifica la vita, l&#8217;esperienza e la volontà. L&#8217;acqua attenua, diluisce, trasporta dappertutto, arriva fin dove nessuno si immagina.</p>
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<div id="attachment_768" class="wp-caption alignleft" style="width: 235px"><a href="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/07/DSCN1197.jpg"><img class="size-medium wp-image-768" title="DSCN1197" src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/07/DSCN1197-225x300.jpg" alt="PR5" width="225" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Alberto della Rovere</p></div>
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<p><span style="color: #993300;"><em>AdR</em>: Mi ha fatto sorridere il tuo accenno al fatto che l&#8217;opera di Nievo sia stata considerata soprattutto in Germania; non a caso il parere forse più alto sulle <em>confessioni</em> in Italia viene proprio da un germanista come Claudio Magris, ovvero il parallelo famoso con l&#8217;inizio di Anna Karenina raffrontato all&#8217;incipit delle <em>confessioni</em>. Ti faccio una domanda che mi sembra nessuno ti abbia rivolto, almeno in tempi recenti. C&#8217;è un testo sulla vicenda di Ippolito scritto dal nipote Stanislao, ripubblicato di recente da Marsilio, <em>Il prato in fondo al mare</em>, testo che ottenne il Premio Strega nel 1975. Hai conosciuto Stanislao? Ti è stato d&#8217;aiuto nelle tue ricerche?</span></p>
<p><em>PR: </em>Sì, ero amico di Stanislao; ho collaborato con la sua Fondazione in più occasioni a proposito delle ricerche che riguardavano Nievo. Stanislao ha fatto diverse cose; tra l&#8217;altro ha dato vita ai famosi Parchi letterari, partendo proprio dal Parco di Nievo, dal castello di Colloredo, poi distrutto dal terremoto e in seguito restaurato. Mi divertivo molto con Stanislao; aveva la mania dei medium, era amico di una famosa medium meridionale di cui ora non ricordo il nome. Si diceva che la signora in questione avesse la facoltà di evocare i morti; Stanislao insisteva affinché lei facesse risalire dal Tirreno Ippolito per conoscere qualcosa di più della sua fine. Solo in una seduta – a quanto mi riferì Stanislao – si materializzò la figura a mezzo busto di Ippolito, il quale però non ha proferito verbo. Stanislao non si arrese, era divenuto amico della famiglia dei Picard; si mise d&#8217;accordo con uno dei figli e con una batisfera si immersero per vedere di ritrovare il relitto dell&#8217;Ercole. Non trovarono nulla, anche perché in quel tratto di mare compreso fra Punta Campanella e l&#8217;isola di Capri c&#8217;è un enorme cimitero di navi, dall&#8217;epoca pre-fenicia fino ai giorni nostri. È un tratto di mare pericolosissimo; quando lì si scatena una tempesta sono guai grossi! Stanislao ha seguito le mie ricerche ma era meno interessato al versante sentimentale o emozionale di Ippolito perché il suo sogno era quello di tirar fuori qualcosa da là sotto, magari una tavola del vapore o un oggetto. Chissà cosa ci poteva essere là sotto se non una poltiglia dopo tutto quel tempo trascorso. Stanislao ha comunque fatto moltissimo per la memoria di Nievo, per la ricerca relativa ai documenti, ai manoscritti e a tutto il resto.</p>
<p><span style="color: #993300;"><em>AdR</em>: Hai parlato prima, riguardo ad Ippolito, di una  “schizofrenia galoppante”, di questa duplicità intrinseca dell&#8217;uomo che  possiamo desumere dalle tue pagine. Ippolito è un uomo d&#8217;ordine,  funzionario rigoroso e inflessibile nel lavoro come nei rapporti e  nell&#8217;amicizia virile; del pari è uomo costretto a una continua mobilità  dalle contingenze; morirà <em>in motu</em>, in mare, vive tra due amori, Palmira e  Bice, divergenti o distanti come la Sicilia e il Piemonte. Ippolito  vive tra il passato e il futuro, tra prassi e immaginazione: penso alle  passioni umanistiche, alle sue doti mnemoniche, ai suoi giochi di  numeri. C&#8217;è un duopolio,</span><span style="color: #993300;"> una divaricazione pure nel rapporto con la sua terra d&#8217;origine, il Friuli, descritto come sospeso tra antichità e modernità, inattingibile come un sogno in quel periodo di dominazione austriaca. Vorrei che ci parlassi pure del rapporto di Nievo con la sua terra natia.</span></p>
<p><em>PR:</em> Indubbiamente questa caratteristica binaria è forte e nasce in parte dal cervello di Ippolito. Non aveva un cervello come abbiamo tutti noi; il suo era un “cervello alieno”. Il nostro è un cervello che per fortuna tralascia il 95% delle cose che abitualmente lo attraversano mentre il suo era un cervello che tratteneva tutto quel che lo attraversava, uno di quei cervelli che oggi sono i nostri computer: la memoria è lì e possiamo richiamarla quando vogliamo, anche se con un ordine rigido. Ci stanno lavorando ma è ancora difficile poter richiamare qualsiasi cosa in qualsiasi momento, indipendentemente da un ordine, così com&#8217;era per i cervelli anomali come quello di Nievo. Ippolito era in grado non solo di citare un verso tratto dalla <em>Divina Commedia</em> di Dante ma pure di ripescare una paroletta all&#8217;interno di quel verso. Avere questo tipo di cervello può essere considerato una fortuna ma anche una disgrazia terribile perché si esauriscono le capacità vitali in tempi molto rapidi; sono i precoci geniali che muoiono giovani. Tra gli scrittori arrivano sì e no ai trentanni. Come Nievo c&#8217;era Giacomo Leopardi, che conosceva tutta la tradizione italiana. Gli bastava aver letto una cosa per averla già messa in memoria. Per queste caratteristiche si tratta di un cervello anche matematico. Con i numeri Nievo si sapeva gestire benissimo, tanto che sapeva amministrare con abilità la tenuta agraria della madre; una tenuta che avrebbe avuto bisogno di 7-8 impiegati lui la amministrava da solo e nei ritagli di tempo. Infatti Garibaldi, che sapeva ben scegliere i suoi collaboratori, lo sceglie come amministratore. Questa caratteristica binaria non esclude, rispetto ai numeri, la fantasia. L&#8217;immaginazione non è la facoltà arbitraria che siamo soliti credere ma in questo tipo di cervelli è una facoltà di una logica ferrea per cui la fantasia che estrae dipende dalle fonti presso cui pesca. È quello che Einstein sosteneva sull&#8217;immaginazione rispetto ai suoi colleghi: li accusava di mancare di immaginazione. La competenza da sola non basta in uno scienziato. Lo scienziato è un essere creativo, la facoltà dell&#8217;immaginazione gli consente di elaborare la teoria della relatività nel 1905 che avrà bisogno di altri cinquant&#8217;anni per essere dimostrata in laboratorio. Nievo è tutto questo, con questo tipo di cervello che gli consente di scrivere tutto un romanzo in testa senza neanche prendere un appunto. <em>Le confessioni di un italiano</em> quando è stampato sono quasi mille pagine. Nievo lo ha scritto prima nella sua testa, una cosa sorprendente. Un cervello che organizza e sistema; nel momento in cui si mette a scrivere è come una stampante che trasferisce sulla carta ciò che ha in memoria. Se uno va a vedere il manoscritto delle confessioni a Mantova rimane colpito dalla perfezione senza correzioni. Non ci sono, però, solo delle caratteristiche geniali, c&#8217;è pure un talento notevole in quanto il genio senza talento non arriva ai risultati significativi che la combinazione delle due cose produce. Mi riferisco di nuovo a <em>Le confessioni di un italiano</em> che sono un po&#8217; la radiografia di questa situazione binaria, anche nella divaricazione che indicavi prima, rispetto a Bice e Palmira, i numeri e così via nella realizzazione di queste due indagini del profondo che sono i due personaggi del romanzo, Carlino e la Pisana, definite indagini freudiane ante-litteram proprio perché attraversano tutta una serie di sviluppi che riguardano l&#8217;educazione sentimentale, la sessualità, la psicologia e altri aspetti che sono un po&#8217; la ricchezza di questo romanzo e che ne hanno fatto la sua fortuna paradossalmente più all&#8217;estero che in Italia, a partire da Tolstoj, attento sfruttatore de <em>Le confessioni di un italiano</em>, che lui conosceva come <em>Memorie di un ottuagenario</em> – il romanzo infatti esce postumo, in virtù dell&#8217;amicizia di Arnaldo Fusinato che dice al suo editore «O pubblichi il romanzo di Nievo oppure io cambio editore». L&#8217;editore lo pubblica con questo titolo, pensando a qualche lettore nostalgico interessato alle memorie di Nievo; e soprattutto lo pubblica con qualche consistente taglio, affidato alla moglie di Arnaldo, che fu molto abile a far credere all&#8217;editore di aver tagliato più di quanto effettivamente tagliava.</p>
<div id="attachment_766" class="wp-caption alignleft" style="width: 235px"><a href="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/07/DSCN1193.jpg"><img class="size-medium wp-image-766" title="DSCN1193" src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/07/DSCN1193-225x300.jpg" alt="PR3" width="225" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Paolo Ruffilli</p></div>
<p><span style="color: #993300;"><em>AdR:</em> Siamo perciò giunti al secondo lemma del titolo, alla definizione di “sogno”. «Le illusioni, mamma, sono spesso la ragione della vita», dice Nievo alla madre in un passaggio. Sogni e illusioni guidano il romanzo; è un orientamento, onirico, straniante, “liquido”, fino a perdersi in una sorta di beatitudine ch&#8217;è l&#8217;abbraccio mortale del naufragio. Ci sono delle illusioni che emergono rispetto alle altre: una è l&#8217;impresa garibaldina – Nievo la intende come “eresia” -, gli amori e non da ultimo la pubblicazione in vita de <em>Le confessioni di un italiano</em>. Ecco, vorrei che tirassi le fila su questa seconda componente del tuo libro.</span></p>
<p><em>PR</em>: Il sogno è in fondo il contenitore; “la vita è sogno”, perciò Ippolito, in questi suoi ultimi giorni ri-sogna l&#8217;intera sua vita, vivendo l&#8217;esperienza del sogno in quella chiave che dovrebbe essere per noi maestra di vita ma non lo è mai perché tutti noi, anche se sogniamo molto, al risveglio non mettiamo mai a frutto i contenuti del sogno come metodo. Il sogno ci dovrebbe insegnare ad essere meno “realisti”, ad avere di meno quell&#8217;ossessione della realtà, che è una ossessione dell&#8217;abbaglio perché ciò che noi definiamo come realtà è invece un abbaglio; la realtà permane dietro, è sempre nascosta. Bisogna essere dotati di quelle qualità che il sogno cerca di ricordarci; in prima istanza il tentativo di slegare i lacci dello spazio e del tempo; convincerci che il passato non è alle nostre spalle ma “il passato siamo noi”. Conta ciò che è in essere e quel che è in essere è il nostro propellente, la nostra possibilità di vederci più chiaro in questo grande mistero ch&#8217;è la vita. Se noi pensiamo di risolvere il mistero “fotografando” in senso scientifico la realtà noi ci illudiamo perché stiamo fotografando l&#8217;abbaglio. Perfino la Scienza se n&#8217;è accorta e ultimamente le frange più avanzate della ricerca si stanno liberando dai paraocchi post-positivisti. Il tempio della ricerca più avanzata è Los Alamos, il tempio dei fisici teorici che si occupano della cosiddetta “realtà non fattuale”, quella realtà slegata dallo spazio e dal tempo, che sta oltre l&#8217;apparenza alla quale ci condannano i nostri sensi. Il sogno dovrebbe avere il compito di ricordarci che dobbiamo cambiare visuale. Già nell&#8217;Ottocento sono in molti ad essere convinti di questo; a me piace ricordare Oscar Wilde: «Gli scrittori che continuamente nominano la vanga dovrebbero essere costretti ad usarla»; e ancora «Il compito dello scrittore non è quello di imitare la realtà; quello lo lasciamo fare allo scrittore popolare che ha bisogno di guadagnare qualche soldo e di andare incontro ai bisogni dei suoi lettori».<br />
Nievo era un uomo di esperienza, uno ch&#8217;era sceso nella realtà ma con la sensazione che per catturarla, quella realtà, si dovesse usare tutto un altro sistema. Non era imitandola che si poteva metterla in scacco. Siamo però in un momento in cui sta succedendo il contrario in Europa e soprattutto in Italia; si vanno affermando il Naturalismo e il Verismo; posizioni moderne rispetto a queste che sono di retroguardia vengono coperte e marginalizzate. Diviene vincente il modello “realista” anche nell&#8217;esperienza narrativa italiana: <em>I Malavoglia</em>, <em>Mastro Don Gesualdo</em>, <em>I vicerè</em>, libri di grande qualità e di grande interesse che coprono quel che di moderno stava avanzando nell&#8217;opera di Nievo. In <em>Le confessioni</em> il sogno ha una parte ricorrente; questo lo dico perché faccio ricorso ad alcuni sogni pure nel mio romanzo.</p>
<div id="attachment_769" class="wp-caption aligncenter" style="width: 235px"><a href="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/07/DSCN1200.jpg"><img class="size-medium wp-image-769" title="DSCN1200" src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/07/DSCN1200-225x300.jpg" alt="PR6" width="225" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Paolo Ruffilli</p></div>
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