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	<title>Il blog di Alberto Carollo &#187; musica</title>
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	<description>Lettura, scrittura e quant&#039;altro. E ci faremo pure i casi miei...</description>
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		<title>Beatlefest 2012 &#8211; Winter Edition</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Jan 2012 08:57:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Era gremito il Teatro San Marco di Vicenza ieri sera per il Beatlefest 2012 edizione invernale. Quel che mi colpisce sempre, nel fenomeno Beatles, è la sua trasversalità e permanenza, l&#8217;attraversare il tempo e unire molte generazioni; in sala, spalla a spalla con le abituali teste calve e sale e pepe c&#8217;erano madri di famiglia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2012/01/beatlefest-wint2012.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-219113330" title="beatlefest-wint2012" src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2012/01/beatlefest-wint2012-300x212.jpg" alt="" width="300" height="212" /></a>Era gremito il Teatro San Marco di Vicenza ieri sera per il <em>Beatlefest 2012</em> edizione invernale. Quel che mi colpisce sempre, nel fenomeno Beatles, è la sua trasversalità e permanenza, l&#8217;attraversare il tempo e unire molte generazioni; in sala, spalla a spalla con le abituali teste calve e sale e pepe c&#8217;erano madri di famiglia e adolescenti. Nella fila di fronte alla mia c&#8217;erano cinque ragazzine che conoscevano a menadito i testi delle canzoni e si agitavano forsennate come fossero ad un concerto di Fabri Fibra o di Lady Gaga. Il che è decisamente confortante.<span id="more-219113326"></span><br />
Il bello di queste celebrazioni è che sono organizzate da veri appassionati più che da professionisti, il che vale sia per lo staff organizzatore che per i musicisti. La kermesse musicale si svolgeva abitualmente a Dueville (VI) ad opera di una locale associazione, <em>Dedalo curioso</em>; quest’anno è stata portata nel cuore della città con l&#8217;ausilio di varie sinergie.<br />
Doveva essere presente pure Rolando Giambelli, presidente dell&#8217;associazione <em>Beatlesiani Associati d&#8217;Italia</em>, ma purtroppo è arrivato tardi all&#8217;aeroporto – credo il Marco Polo di Venezia -, proveniente da Haiti, dove segue un progetto benefico dopo la catastrofe della recente alluvione. Lo ha bloccato la nebbia padana, ma il nipote ci ha portato le sue parole e ringraziamenti in sala, accostando il cellulare al microfono.</p>
<p>A partire dalle 21 si sono avvicendate sul palco quattro tribute-band; hanno aperto le danze i LIVE AT BBC di Milano: i componenti provengono da esperienze musicali diverse ma sono tutti uniti dalla stessa passione per la musica dei Fab Four. I pezzi che hanno proposto appartengono quasi completamente al repertorio che i BEATLES eseguivano nelle loro session alla radio inglese, contenuti nel doppio CD <em>Live at BBC</em>. Poi pezzi <em>skiffle</em> del periodo Quarrymen, della trasferta ad Amburgo, del Cavern e dei primi successi inglesi ed americani. Al termine dell&#8217;esibizione il chitarrista (emulo di Harrison e fondatore storico del gruppo) ci racconta di aver visto dal vivo i Beatles in due concerti (uno al Vigorelli di Milano, wow!).</p>
<p>Seguono, come da scaletta, THE TRIFLERS; ottimi musicisti, ironici e scanzonati nell&#8217;intrattenere il pubblico con qualche battutina tra un pezzo e l&#8217;altro. Dal 2005 si esibiscono nei concerti in piazza, in feste private e in manifestazioni irrinunciabili per una cover band beatlesiana: Lennon Day, Harrison Day, Beatles Day e ricorrenze particolari, come il concerto on the snow in Val d&#8217;Aosta, una maratona musicale di tre ore davanti alle piste da sci; o quello, su invito di Red Ronnie, in Piazza del Duomo di Milano nel 2009. The Triflers ci regalano alcune cover personalizzate di brani non molto frequentati dalle tribute band beatlesiane: <em>Nowhere man</em>, <em>Hello Goodbye</em> e e <em>Sexy Sadie</em> per dirne alcune. Hanno un buon tastierista, che all&#8217;occorrenza passa disinvoltamente alla dodici corde acustica o alla Gibson elettrica. La seconda parte della loro performance prevede la collaborazione di un quinto membro alla tromba e flauto traverso, per eseguire pezzi del repertorio di Mc Cartney come <em>Silly Love Song</em> o<em> Live and Let Die</em>.</p>
<p>The TRIFLERS passeranno il testimone ai vicentini doc FOURBACK, una conosciuta Lennon/McCartney tribute band che ha anche l’obbiettivo di produrre musica british pop-rock di loro composizione. Non c&#8217;è in questa tribute band un&#8217;attenzione alla resa delle voci del quartetto, come è invece per il gruppo che li ha preceduti, più puristi in questo senso. Fourback si distinguono per l’interpretazione e il sound marcatamente rock delle hits dei BEATLES e delle produzioni musicali solistiche di John Lennon e di Paul McCartney dopo il 1970.<br />
Da quattro anni hanno un contratto con Believe Digital, leader europeo nella distribuzione musicale in rete. Fourback mi hanno convinto per gli arrangiamenti; hanno una chitarra solista molto personale e intrigante, Nino, che mi ricorda per certi aspetti Hank Marvin, il chitarrista degli Shadows – il musicista ostenta pure una stratocaster classic &#8217;69 rossa fiammante! Ci hanno regalato delle versioni memorabili di <em>Something</em>, <em>Let it be</em>, di <em>Day Tripper</em> e di <em>Hey Jude</em> che da sole sono valse il prezzo del biglietto. Fourback ono stati attivi dai primi anni Novanta fino al 2002, per prendersi una sosta dovuta a questioni famigliari (l&#8217;arrivo dei figli&#8230; ne so qualcosa, che dite?), per riprendere con slancio l&#8217;attività nel 2005.<br />
Hanno chiuso la serata JOHNNY &amp; THE ITALIAN MOONDOGS, fedeli alle canzoni originali e all&#8217;impiego di strumenti e look dell’epoca. La band è nata recentemente combinando 4 diverse esperienze territoriali. È lo stesso cantante solista, chitarra e tastiere, Gianni – che assomiglia anche fisicamente al John Lennon dei <em>Seventies</em> – a parlarcene. La formazione si articola tra Torino, Milano, Brescia e Vicenza. Fanno molta strada per provare ma la passione è grande. La band è accreditata anche all’estero: nel 2012 parteciperà a vari eventi dedicati ai BEATLES nel Regno Unito. Johnny &amp; The Moondogs ci hanno evocato tanta bellezza: da <em>Strawberry Fields</em> a <em>Get Back</em> a vari gioielli del repertorio Lennoniano, fino a finire con una jam che ha riunito sul palco tutti i protagonisti di questo gradevolissimo tributo: l&#8217;intramontabile <em>Imagine</em>. È curioso e sorprendente, ogni volta, constatare quanto l&#8217;opera monumentale dei Fab Four e di quel formidabile periodo musicale abbia prodotto tante diverse declinazioni e sfumature sonore.</p>
<p>Info: http://beatlesiani.com</p>
<p>http://www.myspace.com/thetriflers</p>
<p>http://www.fourback.it/</p>
<p>http://it-it.facebook.com/pages/Johnny-the-Italian-Moondogs/274367842589237</p>
<p class="facebook"><a href="http://www.facebook.com/share.php?u=http://www.albertocarollo.it/blog/2012/01/15/beatlefest-2012-winter-edition/" target="_blank"><img src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/plugins/add-to-facebook-plugin/facebook_share_icon.gif" alt="Share on Facebook" title="Share on Facebook" /></a></p>]]></content:encoded>
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		<title>&#8220;E intanto corre&#8221;: intervista a Giulio Casale</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Sep 2011 07:50:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E intanto corre – Intervista a GIULIO CASALE di alberto della rovere In occasione della imminente performance acustica a Vicenza, prevista presso ‘Radio Varsavia’ (contrà Piazza del Castello, 3/A), venerdì 23 settembre, ore: 21:30 (per informazioni in merito: radiovarsaviasnc@yahoo.it), ho raccolto impressioni e pareri di Giulio Casale, per la cui (nutrita) biografia e (ricca) attività [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>E intanto corre</em> – Intervista a GIULIO CASALE<br />
di alberto della rovere<br />
</strong></p>
<div id="attachment_911" class="wp-caption alignleft" style="width: 190px"><a href="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/09/giulio-casale.jpg"><img class="size-full wp-image-911" title="giulio casale" src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/09/giulio-casale.jpg" alt="giulio casale" width="180" height="279" /></a><p class="wp-caption-text">Giulio Casale </p></div>
<p>In occasione della imminente performance acustica a Vicenza, prevista presso ‘Radio Varsavia’ (contrà Piazza del Castello, 3/A), venerdì 23 settembre, ore: 21:30 (per informazioni in merito: radiovarsaviasnc@yahoo.it), ho raccolto impressioni e pareri di Giulio Casale, per la cui (nutrita) biografia e (ricca) attività rimando <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Giulio_Casale">qui</a>.</p>
<p><em>Della Rovere</em>: Ben trovato, Giulio. E grazie per aver accettato l’idea dell’intervista.<br />
Partirei da ‘Iniziazione’, il (felice) racconto edito da ‘Il Corriere del Veneto’, poche settimane or sono, e dal rimando a Goffredo Parise, vicentino (… non certo ‘di spirito’). Quello de ‘I sillabari’ e de ‘Il ragazzo morto e le comete’: lo avverto, pure pensando ai tuoi testi, come uno dei numi tutelari. Assieme a lui, una nutrita schiera altra di ‘irregolari’ della prosa, del teatro e dell’arte. Oltre che nella condotta: da Guido Piovene (ancora: un vicentino quanto meno atipico) e Giovanni Comisso, passando per Carmelo Bene e Giorgio Gaber, sino a Luciano Bianciardi (il manifesto: ‘La vita agra’), Romano Bilenchi e Walter Chiari, non a caso (credo) protagonista dello scritto menzionato. Condividi l’elenco?<span id="more-909"></span></p>
<p><em>Casale</em>: Sì, e naturalmente gli autori che citi sono solo una parte di tante influenze che comprendono anche e soprattutto poeti e filosofi di ogni dove, quasi mai veneti, nemmeno italiani.. Certo Parise è stato fondamentale, credo che lo diventerà sempre più, non solo per me intendo, talmente lucido e profondo, fuori da ogni retorica, e moda. Se restiamo al Veneto (terra cui quel racconto è dedicato, su commissione) aggiungerei all’elenco Giuseppe Berto, mai capito fino in fondo dalla critica ufficiale. In generale però per me non è più tempo di omaggi, tutto questo patrimonio torna oggi a fare parte implicita della mia scrittura, senza santini né eroi. Ho già pagato ogni debito, mi pare, è tempo che io torni a cantare con la mia sola voce.</p>
<p><em>DR</em>: Ora risiedi fra Bassano del Grappa e Milano, in una condizione (privilegiata?) di osservatore: sorta di<em> outsider looking in</em> rispetto al Veneto, terra d’origine (… e non certo culla della cultura). Come ti poni rispetto alla regione oggetto pure dello scritto sopra citato?</p>
<p><em>C</em>: Come scrivo in quel racconto. Nel degrado culturale (e a volte anche ambientale), nell’involuzione intollerante ed egotica della maggioranza c’è sempre e ancora qualche gemma individuale, qualche “goccia di splendore”, non solo nel passato, anche qui ed ora. Stupido generalizzare, ma al tempo stesso non sottovalutare. Però i veneti sono troppo concentrati su loro stessi.. Parliamo d’Europa, no? Del mondo, o almeno dell’uomo: come sta l’uomo, l’essere umano? Basta provincialismi..</p>
<p><em>DR</em>: Lo stretto nesso fra la tua scrittura in foggia narrativa e la composizione di versi (parole in musica), senza dimenticare il lavoro di traduttore ed il teatro. Sono differenti cornici di un quadro redatto dallo stesso pittore? Alcuni lavori nascono naturalmente in veste di canzone piuttosto che in forma di scritto autonomo? Puoi ipotizzare, per il futuro, se una forma espressiva avrà più urgenza e prevarrà sulle altre?</p>
<p><em>C</em>: Posso solo dire che ogni forma di scrittura è un lavoro a sé, e richiede molti sacrifici. Scrivere quel tipo di poesie per “sullo Zero” è stato completamente differente da quanto ho dovuto trovare in me stesso per i racconti di “Intanto Corro” (in cui scompare l’Io, autobiografico) ad esempio, e nessuna canzone diventa una poesia né viceversa, almeno nel mio caso. Per il futuro immediato vedo la musica tornare al centro del mio impegno, ma è pur vero che il teatro mi consente di mischiare tutto questo, perché rinunciare..</p>
<p><em>DR</em>: La musica: negli ultimi mesi abbiamo beneficiato della pubblicazione di lavori di spessore (lirico e musicale) ad opera di numerosi artisti nazionali, sovente (colpevolmente) ignorati dai cosiddetti  media-che-contano. Penso ad ‘Hermann’ di Paolo Benvegnù (quasi contemporanei i suoi inizi con gli <em>Scisma</em> ed i tuoi primi lavori con gli <em>Estra</em>), a ‘La riproduzione dei fiori’ di Marco Parente, ‘Carne con gli occhi’ dei <em>Marta sui tubi</em>, ‘English garden’ dei <em>Quintorigo</em>. Come ti poni nei riguardi della scena italiana, tu che hai attraversato gli anni novanta con un gruppo (gli Estra, appunto) sino ad arrivare alla performance chitarra-e-voce? Ascolti i lavori dei tuoi colleghi?</p>
<p><em>C</em>: Ho molto rispetto, anche ammirazione. Per Paolo poi provo un sentimento del tutto speciale. Chi continua a fare dischi e concerti oggi non può certo essere tacciato di “mire di facili guadagni”. Forse stiamo tutti più o meno consciamente aspettando di capire se davvero il vento stia cambiando, se ci sarà una richiesta diffusa (non dico di Bellezza, per carità: non esageriamo) ma almeno di linguaggi espressivi non appiattiti, non retorici o ipocriti. 20 anni fa si aprirono degli spiragli, che poi si sono chiusi. Io voglio scommettere che vedremo presto un altro tempo e che ci sentiremo tutti un po’ meno soli. E non importa se sarà (stato) un azzardo.</p>
<p class="facebook"><a href="http://www.facebook.com/share.php?u=http://www.albertocarollo.it/blog/2011/09/19/e-intanto-corre-intervista-a-giulio-casale/" target="_blank"><img src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/plugins/add-to-facebook-plugin/facebook_share_icon.gif" alt="Share on Facebook" title="Share on Facebook" /></a></p>]]></content:encoded>
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		<title>TinAmo. &#8220;SbiZZa&#8221; e la microrchestra</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Apr 2011 08:35:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>patrizia garofalo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“La brezza invernale si chiama sbiZZa e TinAmo è parola d’amore” Per un’ anteprima del disco ecco il link al sito dove è possibile ascoltare il brano &#8220;Tinamo farfalla&#8221;. www.myspace.com/sbizza Patrizia Garofalo intervista Massimo Bevilacqua Massimo Bevilacqua è poeta, musicista e voce che esplora la parola.  Essa nasce dal silenzio e si connota attraverso la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“La brezza invernale si chiama sbiZZa e TinAmo è parola d’amore”</p>
<p>Per un’ <strong>anteprima del disco</strong> ecco il link al sito dove è possibile ascoltare il brano &#8220;Tinamo farfalla&#8221;.<br />
<a href="http://www.myspace.com/sbizza">www.myspace.com/sbizza</a></p>
<p><strong>Patrizia Garofalo </strong>intervista <strong>Massimo Bevilacqua</strong></p>
<div id="attachment_619" class="wp-caption alignleft" style="width: 200px"><a href="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/04/Tinamo.jpg"><img class="size-full wp-image-619" title="Tinamo" src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/04/Tinamo.jpg" alt="Tinamo" width="190" height="167" /></a><p class="wp-caption-text">Tinamo, il CD di Massimo Bevilacqua &amp; della sua Microrchestra</p></div>
<p>Massimo Bevilacqua è poeta, musicista e voce che esplora la parola.  Essa nasce dal silenzio e si connota attraverso la densa formulazione di esistere come scarto dalla norma consueta e quotidiana.<br />
Come dalla sua silloge <em>Morfologia dell’abbandono</em> ( Lieto Colle 2007 ) la ricerca trova spazio nella mappa dell’anima e nella meditazione foriera di  suggerimenti e dialoghi che congiungono memoria del passato e attraversamento dell’oggi con un agito originale e poetico. “Si sta mozzando un giorno nelle coperte/ migliaia di parole raggruppate in frasi/ hanno fatto il loro tempo e una linea retta/ tira il tuo respiro sulla nuca nuda e inarcata./ meno male che i tuoi sogni non muoiono mai/…/ siamo radici della prossima assenza/…il figlio giace sfollato senza mappe/ le foto sono il ritratto della stabilità/ amano essere il desiderio/ di qualsiasi abbozzato movimento/”<span id="more-615"></span></p>
<p>Il figlio sfollato e senza mappe com-prende che cogliere la vita necessita della coscienza dei continui abbandoni per dare loro un senso che spinga a disgelare il freddo della caducità in “colloqui altri”, proprio quelli che l’autore trova “tra castagne e lacrime” nella natura della sua terra  ricca di boschi e dove il silenzio apre  il varco alla parola non detta e suggerita da fruscii, acqua di fiume, foglie secche.<br />
“(&#8230;)cerco di trafiggere quel segreto che/ lasci pietrificarsi piano sulla tua bocca” ed è proprio da questa consapevolezza “ fragile come una virgola/ dentro un discorso che non so dov’è”, che scaturisce la sorgente  della musica insieme alla parola di Massimo Bevilacqua.</p>
<p>Il suono fa eco ad immagini caleidoscopiche e apre la vista ad un mondo di possibile reciprocità con il “ tu” che segue il ritmo della sua musica dalla quale attinge come per colorare con trasporto un creato dove “ tinamo” è parola sussurrata e offerta.<br />
“E farò, disegnandole, tante forme nell’aria/ soffierai, ingrandendole, come dentro una storia/ e dirai, indicandole, un miliardo di cose/ riempirai catapulte di colore/”<br />
Per stessa dichiarazione del poeta, la sordità dei genitori ha indicato nel mondo della gestualità, la connotazione della parola insieme al vuoto del silenzio che Massimo trasforma nella silente sospensione di uno spazio dentro cui le cose si pacificano prima di svelarsi alla multiformità della poesia, della musica e della vita.</p>
<p>Il CD disegna nella farfalla il riverbero del cielo. Ma è davvero una farfalla? O invece una foglia? Quando apriamo il libricino che riporta i testi delle canzoni, non è forse anche un albero dalle forti radici? Forse quell’appartenenza che impedisce e frena l’ “osteoporosi dell’anima”.</p>
<p><em>A colloquio con Massimo Bevilacqua</em></p>
<p><span style="color: #800000;">PG: «Ho letto molte delle tue poesie e tutti i testi di Tinamo, la costruzione di questi ultimi è altrettanto autonoma ed io, che di musica poco conosco, vorrei chiederti in che senso, a tuo avviso, essa verrebbe a meglio connotarle.»</span></p>
<p>MB: «La cosa parte da molto lontano Patrizia, per anni ho scritto testi poetici in una stanza, mentre nell’altra accanto componevo musica e canzoni. Prima di cantare in italiano ho cantato in inglese e perfino in dialetto, poi ad un certo punto ho provato a cantare le mie poesie in alcuni <em>reading</em>. La cosa mi è piaciuta e da lì si è visualizzato il desiderio di puntare ad un progetto di unione delle due anime che è divenuto sempre più incalzante. I primi esperimenti passavano dalla pura poesia cantata alla sperimentazione di testi costruiti sulla melodia delle canzoni. In quel momento mi ha aiutato molto leggere ed ascoltare l’esperienza di Umberto Fiori, il suo pensiero rispetto alla poesia e alla voce. Nell’ambito musicale poi mi ha guidato la nuova corrente folk americana (in primis l’ascolto di artisti come Sufjan Stevens, Bon Iver, Laura Veirs) insieme ad alcune esperienze del cantautorato italiano (Diaframma, Perturbazione e molti altri). Diciamo che mi sono sbiZZarrito e tutt’ora lo stile compositivo non è univoco, mi capita ancora di comporre la musica partendo dai testi poetici (ad es. in “Sordografie”), di cantare e comporre il testo contemporaneamente (ad es. in “Tinamo Farfalla”) oppure anche di comporre prima la musica e poi il testo (ad es. in “Ora d’aria”). Credo che un aspetto importante da considerare sia quello della metrica, in poesia come ben si sa, la metrica ha un ruolo determinante, per la canzone idem anche se quest’ultima è molto vincolata alla dimensione ritmica, alla sonorità ed anche alla ripetitività del testo. Ciò che cerco di fare è tenere assieme il registro poetico e il canto, in una dimensione metrico/ritmica istintiva e personalizzata. Ma mi sto perdendo in troppi ragionamenti, nella realtà le cose avvengono molto più semplicemente e fluidamente. Ed è meglio così! Certamente posso affermare che il registro dei miei testi non è di tipo narrativo, si rifà invece molto alla dimensione del verso poetico, il verso che ricrea immagini. La canzone “Adda” per me ne è un esempio lampante: è un insieme di frammenti, ricordi, immagini che si incastrano come dentro un quadro cubista.»</p>
<p><span style="color: #800000;">PG: «Microrchestra ? poca strumentazione? E soprattutto ci dici quale e perché?»</span></p>
<p>MB: «In realtà in TINAMO la strumentazione è piuttosto ricca, questo perché abbiamo pensato che sarebbe stato bello coinvolgere la comunità di musicisti e artisti “vicini di valle”. Il nucleo base del progetto è però composto da voce, chitarra, basso, batteria-percussioni, piano, musical saw, glockenspiel, clarinetto, oboe e tromba. In effetti questo nucleo base rappresenta una piccola orchestra o almeno questo sarebbe il nostro sogno. I fiati sono strumenti tipici e usati molto nelle bande di paese, sono strumenti che riportano spesso alla memoria e alla quotidianità. Gli altri invece sono più moderni e sperimentali, così ne esce un bel mix. Infine il “micro” è anche legato alla dimensione territoriale del progetto: piccola è la valle, piccolo il cielo, piccolo l’orizzonte, piccola la distanza tra la casa e il bosco. Piccole tante cose…»</p>
<p><span style="color: #800000;">PG: «Mi piace molto il termine “ Sbizza”, adesso che ne conosco il significato mi sveleresti perché hai scelto questo nome per te?»</span></p>
<p>MB: «L’ho scelto perché cercavo un nome “prossimo”, sbiZZa è una parola dialettale usata da una persona molto cara. Un nome prossimo un po’ perché il progetto è come un figlio e un figlio, vuoi tenertelo stretto e vicino, almeno quando nasce e muove i primi passi. Volevo qualcosa della mia quotidianità, volevo qualcosa legato ai luoghi da cui provengo, volevo anche un nome al femminile, volevo un nome che mi riportasse all’inverno e alla sua splendida capacità di tenerti sveglio, vivo, reattivo. SbiZZa mi sembrava il nome giusto, ci ho pensato molto. Non è stato facile trovare una parola che racchiuda un progetto per me così importante e pieno di tante cose della mia vita.</p>
<p><span style="color: #800000;">PG: «Sordità… come  silenzio e spazio di gesti  ma anche come vuoto ?»</span></p>
<p>MB: «Certo, anche come vuoto. Tempo fa ho scritto due testi, uno in prosa dedicato a mia madre, l’altro in versi dedicato a mio padre. Ho provato a dare voce e parole a due foto bellissime in bianco e nero con i loro volti alla festa dei coscritti per i 18 anni. Sono due foto bellissime in cui non ho potuto non parlare del tema del vuoto, del dolore legato alla loro sordità. Entrambe finiscono con due versi identici, forse un po’ tristi ma per me reali, chiudono così: “Magari avevi perso tanti sguardi o una serata sognata / e al silenzio piaceva ritorcersi e trattenere”.»</p>
<p><span style="color: #800000;">PG: «Io penso che la sordità sia , negativamente intesa, il vociare senza senso, il fastidio di parole inutili, il non ascoltare, e spesso anch’io cerco la natura. Qual è la natura che ti parla ?»</span></p>
<p>MB: «Condivido Patrizia, la sordità non è soltanto un problema del corpo fisico, una questione di assenza, c’è di più, c’è un sordità delle emozioni, dello spirito e perfino del silenzio. La natura è vitale per le mie parole, è il tappeto sul quale a volte ho la sensazione di posarle. Che siano cantate o recitate. Qui di natura sono circondato, e spesso sento di trascurarla troppo, fortunatamente rimane ancora un grande prato verde avanti a casa mia, con un albero di albicocco che proprio oggi sta rifiorendo.»</p>
<p><span style="color: #800000;">PG: «In questo tuo percorso artistico cosa ti arricchisce di più ?»</span></p>
<p>MB: «Mi arricchiscono due cose: la forza del progetto e le persone che ne fanno parte. Per me è stato come vivere una vera e propria metamorfosi. Superare la sordità (non soltanto fisica) attraverso il desiderio di comunicare con il linguaggio poetico. La poesia e la forma canzone sono sempre state due cose separate da una linea di demarcazione abbastanza netta. Poi, d’un tratto, tutto magicamente si è rimesso a posto, non avrei mai pensato che dei testi poetici (o con un registro poetico) potessero essere musicati e cantati. Anche se ci scordiamo spesso che la poesia nasce come canto.»</p>
<p><span style="color: #800000;">PG: «Ti chiederei simbolicamente di regalarmi una canzone. Ti prometterei di custodirla bene e di restituirtela  al ritorno da un tuo viaggio. Quale mi daresti e da quale viaggio torneresti ?»</span></p>
<p>MB: «Questa domanda è splendida, l’idea di lasciarti in custodia una canzone dentro il tempo di un viaggio è affascinante. Ti donerei proprio “Castagne e lacrime”, te la lascerei cullare perché sei una poetessa e questa canzone esplode di poesia e femminilità. Io partirei e me ne andrei ad est fino all’oceano Pacifico, che non ho mai visto.»</p>
<p><span style="color: #800000;">PG: «E’ di routine chiederti i tuoi programmi ma ESISTERE è già un meraviglioso viaggio… vero?»</span></p>
<p>MB: «I programmi non sono molto fitti. E’ già un dono, come dici tu, quello di essere giunto a questo punto, a questa metamorfosi. Ci sono alcuni concerti, ognuno diverso per <em>location</em>, per modalità, per collaborazioni e questo è bellissimo! Abbiamo spedito a diverse riviste, siti, etichette, concorsi… Chissà. Siccome sono del Toro e ho pure l’ascendente in Vergine (due segni di terra) non posso che non seguire la mia indole astrale ovvero stare con i piedi per terra (con le pupille rivolte al cielo).<br />
Grazie di cuore per questa appassionante intervista.»</p>
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		<title>Povera patria</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Mar 2011 22:53:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Povera patria è forse la traccia più celebre contenuta in Come un cammello in una grondaia, album del 1991. Il maestro Franco Battiato vedeva e vede ancora lontano, con la sensibilità e il talento che gli sono congeniali. Oltre l&#8217;innegabile qualità musicale del brano &#8211; che nella parte finale modula le armonizzazioni da minore in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe title="YouTube video player" width="560" height="349" src="http://www.youtube.com/embed/XtXnBL7ndqw" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p><em>Povera patria</em> è forse la traccia più celebre contenuta in <em>Come un cammello in una grondaia</em>, album del 1991.<br />
Il maestro Franco Battiato vedeva e vede ancora lontano, con la sensibilità e il talento che gli sono congeniali.<br />
Oltre l&#8217;innegabile qualità musicale del brano &#8211; che nella parte finale modula le armonizzazioni da minore in maggiore, quasi a trasformare la mestizia che lo pervade in un cauto sentimento di speranza -, basta ascoltarne le parole per comprendere quanto siano attuali e possano adattarsi tranquillamente allo scenario sociale e politico odierno.</p>
<p>All&#8217;epoca il Paese era governato da una coalizione di Pentapartito, espressione dell&#8217;asse CAF (Craxi, Andreotti e Forlani); anche allora la cosa pubblica non era molto tenuta in considerazione (di lì a poco inizieranno i processi per le tangenti che porteranno alla caduta della Prima Repubblica) e le stragi cui accenna il testo si riferiscono agli attentati mafiosi nei quali morirono i giudici Falcone, Borsellino e gli uomini delle loro scorte.<span id="more-602"></span><br />
La canzone è stata adottata per il suo spirito critico e le sue invettive sia dagli ascoltatori schierati a destra che da quelli di sinistra, travisando molto probabilmente le intenzioni del cantautore siciliano che voleva forse iscriverla in un discorso più generale di presa di coscienza, di solidarietà civile, dell&#8217;azione convinta a cambiare lo stato delle cose, ognuno come può, individualmente, operando nella propria particolare realtà.<br />
Un monito che dice: &#8220;Non è più possibile rimanere indifferenti&#8221;.</p>
<p>Ecco, scusate se &#8211; forse &#8211; non ho festeggiato a dovere i 150 anni dall&#8217;Unità d&#8217;Italia. Sono fiero di essere italiano quando penso a Dante, a Leonardo, a Giuseppe Verdi e a Sandro Pertini, tanto per citarne qualcuno. Stamattina sono andato al lavoro, perché i pazienti ricoverati in ospedale hanno bisogno di assistenza e loro malgrado i 150 anni dall&#8217;Unità d&#8217;Italia non la possono festeggiare a dovere. La pubblica amministrazione ha visto bene di non concedermi l&#8217;indennità festiva del turno. I miei colleghi in riposo, a casa, vedranno intaccato un giorno di ferie per aver ottemperato alle celebrazioni.<br />
Ecco, scusate, magari nel pomeriggio avrei potuto andare in qualche sede della Lega ad affiggere bandiere tricolori.<br />
Mi sarebbe piaciuto, ma ho preferito di gran lunga stare con mia moglie e i miei bimbi, ch&#8217;erano a casa da scuola.<br />
Sono lieto di aver dedicato del tempo alla mia famiglia.<br />
<em>La primavera intanto tarda ad arrivare.</em></p>
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		<title>Lucio Battisti: intervista con il mito</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Mar 2011 15:16:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>patrizia garofalo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Renato Marengo, Lucio Battisti: la vera storia dell’intervista esclusiva con un saggio di Gianfranco Salvatore (Edizioni Coniglio, Roma 2011, pp. 176, € 14.50, ISBN  978-88-6063-241-8) di Patrizia Garofalo «personalmente non ho mai amato partecipare a dibattiti o “funerali televisivi” di famosi personaggi scomparsi che ho conosciuto, per il solo presenzialistico gusto di dire “c’ero anch’io”. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Renato Marengo, <em>Lucio Battisti: la vera storia dell’intervista esclusiva</em><br />
con un saggio di Gianfranco Salvatore<br />
(Edizioni Coniglio, Roma 2011, pp. 176, € 14.50, ISBN  978-88-6063-241-8)</p>
<p>di <strong>Patrizia Garofalo<br />
</strong></p>
<p><a href="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/03/Lucio_Battisti___4ce4130710de0.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-587" title="Lucio_Battisti___4ce4130710de0" src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/03/Lucio_Battisti___4ce4130710de0.jpg" alt="Lucio Battisti_ Marengo_cover" width="120" height="181" /></a>«personalmente non ho mai amato partecipare a dibattiti o “funerali televisivi” di famosi personaggi scomparsi che ho conosciuto, per il solo presenzialistico gusto di dire “c’ero anch’io”. Ma lì quella volta, per cinque giorni con Battisti – c’ero realmente solo io».</p>
<p>Così scrive Renato Marengo al quale dobbiamo questo testo dalla forte sovraesposizione emotiva che ben coniuga dialoghi e silenzi vissuti accanto al grande Battisti. La formulazione spesso scontata dell’intervista trova la strada dell’incontro e del non previsto. Il Mulino di Anzano del Parco, pur per un succedersi di fatti inaspettati, permette a Marengo di narrarci l’entrata nel “sacrario” della sala di registrazione di Mogol e Battisti e il nascere in pre-anteprima mondiale di “Anima Latina”. Il mito Battisti era in silenzio totale da cinque anni ma non per rimanere nel tempo-senza tempo come la migliore tradizione avrebbe richiesto ma per una forte crisi, dis-connesione con se stesso profonda, esistenziale, artistica. <span id="more-588"></span>“La speranza spezzata/ è la tua eredità./ fallimento di una vita/ di coraggio e viltà/ ed avrai come vanto/ una nuova condanna/ ti diranno che il vento è/ il respiro di una donna/ per far sì che un lamento, uno solo, copra ogni tormento di un velo”.</p>
<p>La conversazione conosce “i suoni ed i rumori del Mulino” che si raggiungeva con una strada sterrata, ce lo racconta Pascoli e nel ricordo, la torta alle noci di sua moglie ed il cibo tipicamente genovese costituiscono insieme con le note un raccolto gustato di parole e battute; per questo l’intervista apparirà alla sua uscita frutto di una complicità d’amicizia della quale non si sveleranno i segreti ma comunque vissuta senza programmaticità tanto che è il tempo del suo “accadere” a diventare protagonista del testo. Il tempo trascorre non immemore ma consapevole, per Renato Marengo e le pagine del suo libro si riempiono del suono dei ricordi, ascolti, compagnie, eventi fortuiti, stima, affezione nello stile di un accadimento in fieri che fotografa le partiture del testo, dell’anima, delle anime e di “anima latina” penetrata dal silenzioso fragore del tempo che scadrà in “separazione naturale”. “Se ne andrà molto presto./ Qualche frutto/ lo darà ancora…/ Generosa talvolta com’è la natura./ Ah! Se avessi il tempo per amarti un po’ di più”.</p>
<p>Scrive Marengo: “quell’intervista è diventata storica, sia per circostanze in cui è stata raccolta, sia perché ha testimoniato la “mutazione” artistica di Battisti proprio mentre avveniva; e anche perché io non ero un grande estimatore del genere e quindi per niente attratto da lui come personaggio… scoop involontario ma destinato comunque a fare epoca”.</p>
<p>Era stato Battisti a sostenere che “un musicista, se la propria musica comunica ed emoziona realmente, non ha nulla da spiegare e null’altro da aggiungere a quello che si ascolta nei suoi Lp”.</p>
<p>Quasi certamente il viaggio in Sudamerica farà invece dire all’artista: “…quando ero tornato in Italia non sopportavo più il modo di intendere la musica e il ruolo del musicista nella nostra società…in quella parte del mondo nessun musicista si poneva sopra ai suoi colleghi…per loro, le canzoni erano l’unica speranza, la medicina per ogni sofferenza…”, e proprio in “Anima Latina” intense e scultoree nel loro sopravvivere con una tenacia che rasenta la più forte ostinazione al vivere, vibrano le musiche e la rincorsa di un pallone “dentro gli occhi dei bambini denutriti/…per finire nel grembo di grosse mamme antiche/ dalla pelle marrone”. Ed anche il tentativo di “raffreddare gli elementi sonori più caldi e tipici della cultura latina con l’uso dell’elettronica” non potrà tacere della crisi di Battisti che emerge all’ascolto, nella polifonia di molteplici strumentazioni, in una voce che appare e si rarefà in alcuni momenti dando luogo ad una sorta di flamenco, ad una musica che copre la parola quasi che “essa” non fosse più in grado di definirsi.</p>
<p>L’intervista dell’avvincente storia dell’incontro di Marengo e Battisti è riportata integralmente alla fine del testo: «Già dalle prime parole […] mi sono reso conto che Battisti scendeva dal trono fasullo della <em>leggera </em>per collocarsi tra i musicisti […] consapevole del rischio di perdere il grosso pubblico ma anche con la certezza di dare, […] ciò che rende interessante il discorso è il fatto che Battisti sia passato dal sentimentalismo, dal l’effettismo vocale ad una forma di creatività musicale in un momento di crisi di idee, di gusto e di significati».</p>
<p>Per chi, come me, viveva i suoi vent’anni allora, questo libro ha donato un’immersione totale nel sogno e nella crisi di quegli anni, ai giovani di oggi sarà d’invito ad una visione completa di un uomo-artista che seppe cambiare se stesso e rimettersi in gioco pur nella consapevolezza dei rischi che tale “mutazione” avrebbe comportato.</p>
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		<title>The Beatles &#8211; Blackbird</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Mar 2011 15:44:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Blackbird (1968) è un brano dei Beatles, contenuto in The Beatles, meglio noto come White Album. Il testo lo trovate qui. La canzone, composta in Scozia, è una delle più famose di Paul McCartney presenti nell&#8217;album, entrata stabilmente nel suo repertorio post Beatles. All&#8217;epoca il brano venne interpretato in chiave politica, leggendovi richiami al Black [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe title="YouTube video player" width="425" height="349" src="http://www.youtube.com/embed/oAgceen153I" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p><em>Blackbird</em> (1968) è un brano dei Beatles, contenuto in <em>The Beatles</em>, meglio noto come White Album.<br />
Il testo lo trovate <a href="http://lyricskeeper.it/it/the-beatles/blackbird.html">qui</a>.<br />
La canzone, composta in Scozia, è una delle più famose di Paul McCartney presenti nell&#8217;album, entrata stabilmente nel suo repertorio post Beatles. All&#8217;epoca il brano venne interpretato in chiave politica, leggendovi richiami al Black Power americano. Lo stesso autore, in un&#8217;intervista del 2001, riferì di aver preso spunto per il testo della canzone da alcuni fatti di cronaca che vedevano protagonista il movimento per i diritti civili dei neri americani nella prima metà del 1968.<span id="more-558"></span></p>
<p>Lo spunto originario &#8211; secondo quanto attestato dai biografi dei Beatles &#8211; venne a McCartney quando fu svegliato da un merlo che cantò alla sua finestra poco prima dell&#8217;aurora. Nel testo il risveglio diventa metafora di un universale risveglio delle coscienze. Il canto del merlo che si ascolta nella traccia era parte del vasto archivio di <em>tape loop</em> dell&#8217;autore, che girava per le vie della città e le campagne circostanti con microfono e registratore, per captare rumori e suoni che poi costituirono altrettanti inserti dei brani beatlesiani mixati negli studi di Abbey Road. Il ticchettio che si avverte in lontananza è invece per alcuni un metronomo, per altri il battito del piede di McCartney.</p>
<p><em>Blackbird</em> è uno di quei brani che fanno la felicità di un chitarrista. Quando lo vedi suonare dal vivo fa molto <em>figo</em> (termine di insostituibile icasticità) ed è un felice connubio di raffinata tecnica e di esito formale (l&#8217;immediatezza, la dolcezza impalpabile della melodia si imprimono indelebilmente nell&#8217;ascoltatore).<br />
L&#8217;uso del fingerpicking, tecnica largamente utilizzata dai chitarristi folk, prevede un attento arpeggio della mano destra e una progressione ritimica della sinistra, a configurare un canto sincrono di bassi e melodia.</p>
<p>Il brano è una variazione sulla Bourée in MI minore di Johann Sebastian Bach; McCartney vi aggiunge un SOL persistente (ottenuto con la terza corda a vuoto), anche quando il brano muta nel ritornello in FA maggiore.<br />
Alcuni sostengono che l&#8217;ex-beatle si sia avvalso di un&#8217;accordatura aperta, ovvero di un&#8217;accordatura dove le corde del MI sono portate a RE, ma basta reperire su you tube i vari video dove McCartney la suona dal vivo per rendersi conto che si tratta della consueta &#8220;accordatura standard&#8221;. Per studiare il brano mi sono avvalso della tablatura che trovate qui: <a rel="nofollow" href="http://www.guitaretab.com/b/beatles/23937.html">http://www.guitaretab.com/b/beatles/23937.html</a><br />
Si tratta di una tablatura molto attenta alla scansione ritmica, ideale per comprenderne didatticamente le variazioni.</p>
<p>Per eseguirla, invece, ho dato un&#8217;occhiata in rete e ci sono innumerevoli musicisti che ne danno la loro versione; alcuni sono dei veri virtuosi &#8211; anche di chitarra classica oltre che folk. Personalmente trovo interessante e utile questo video che ha il pregio di impostare in maniera efficace la mano destra (che in questa sede e nel fingerpicking in generale fa la parte del leone):</p>
<p><iframe title="YouTube video player" width="640" height="390" src="http://www.youtube.com/embed/1O0EgSYRZ0Q" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Ok, buona strimpellata a tutti!  <img src='http://www.albertocarollo.it/blog/wp-includes/images/smilies/icon_wink.gif' alt=';-)' class='wp-smiley' /> </p>
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		<title>John Mayall Live</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Feb 2011 16:12:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per la rubrica nostalgia di Cigale inizio da oggi a proporre in questa sede alcuni post in modalità random, senza attenzione alla cronologia, dal mio vecchio blog. Sono scritti ai quali sono particolarmente affezionato perché hanno segnato dei momenti importanti del mio passato più o meno recente (fatti, letture, concerti, visioni eccetera). il presente post [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Per la rubrica <em>nostalgia di Cigale</em> inizio da oggi a proporre in questa sede alcuni post in modalità <em>random</em>, senza attenzione alla cronologia, dal mio vecchio blog. Sono scritti ai quali sono particolarmente affezionato perché hanno segnato dei momenti importanti del mio passato più o meno recente (fatti, letture, concerti, visioni eccetera).</p>
<p>il presente post è comparso su http://cigale.splinder.com sabato 22 novembre 2003.</p>
<div id="attachment_532" class="wp-caption alignleft" style="width: 230px"><a href="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/02/john_mayall-sm.jpg"><img class="size-full wp-image-532" title="john_mayall-sm" src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/02/john_mayall-sm.jpg" alt="john mayall" width="220" height="240" /></a><p class="wp-caption-text">John Mayall</p></div>
<p>Catapultati nel mito. Ieri sera eravamo al concerto di un mostro sacro del blues, John Mayall, di scena al palazzetto San Bernardino di Chiari, in provincia di Brescia.<br />
Reduce da due serate, a Torino e Milano, il leone di Macclesfield delizierà della sua presenza gli appassionati per altre 2 date nella penisola.<br />
Qualche difficoltà a reperire la <em>location</em>; in realtà abbiamo chiesto informazioni a dei ragazzini francamente disorientati e ignari degli eventi della loro città.<br />
&#8220;Scusa, chi è che andate a vedere?&#8221;<br />
&#8220;John Mayall, il mitico bluesman&#8230;&#8221;<br />
See, hai voglia. Hanno scrollato il capo e fatto qualche battuta sul nostro accento vicentino &#8211; ma si sono sentiti come parlano?<span id="more-529"></span><br />
Per fortuna che <em>il paese è piccolo e la gente mormora</em> e alla fine siamo giunti alla meta, non prima di aver mangiato un hot dog in una paninoteca per sedare i morsi della fame e leggere un articolo sul Mayall in <em>Brescia Oggi</em>.<br />
Chiari sta diventando una piccola Nashville del blues. Leggevo i nomi che gli organizzatori sono riusciti a portare in questo piacevole borgo della campagna bresciana: davvero tanti e tutti di grande prestigio.</p>
<p>Alle 20 hanno aperto i cancelli e abbiamo avuto tutto il tempo di sceglierci un posto strategico di fronte al palco.<br />
L&#8217;unico problema è che nell&#8217;attesa ci siamo sorbiti, seduto alle nostre spalle, un pirla che a sentirlo pontificare doveva essere perlomeno un critico musicale di <em>Rolling Stone</em>. Il coglioncello in questione era un padovano ( non ce l&#8217;ho con i padovani; con i coglioncelli invece sì) di mezza età, accompagnato da una squinzia che avrà avuto almeno 30 anni meno di lui.<br />
La tipa in questione studiava danza a quanto pareva &#8211; il volume della loro conversazione era quello di un summit in mondovisione. Certo che quando uno esordisce con &#8220;Sai che fare quello che fai tu con il corpo e la musica ti amplia indiscutibilmente le porte della percezione&#8221; è già segnato. Sapete, quelle situazioni tipiche alla Woody Allen in cui c&#8217;è lo pseudo-intellettuale che fa il cicisbèo con la ragazza di turno. Era evidente che voleva fare colpo su di lei.<br />
Dopo un quarto d&#8217;ora le aveva sciorinato un&#8217;analisi della strumentazione e del concept del concerto, cose tipo &#8220;formazione di blues classico&#8221; e &#8220;vedo tanti microfoni sulla batteria; ci sarà molta energia e ritmo&#8221; e ancora &#8220;vedi le casse esterne, sono l&#8217;ideale per il genere in un ambiente come questo. Se fossero stati i <em>Metallica</em> ne avrebbero avute il triplo&#8221;. E non pago: &#8220;Se ti raccontassi di tutti i concerti che ho visto dal 1969 a oggi rimarresti sconvolta!&#8221;</p>
<p>Io e Sabrina eravamo indecisi se fare <em>karakiri </em>o girare le poltroncine e ordinare dei popcorn. A un certo punto ha cominciato a dire che solo lui aveva un masterizzatore di qualità; &#8220;gli altri in commercio perdono metà della musica nel trasferimento&#8221; e &#8220;il CD non dovrebbe neanche passare per il PC&#8221;.<br />
A questo punto ho realizzato che: 1) Non ho mai ascoltato un cazzo di musica in vita mia; 2) Se il CD non passa per il PC dove va?</p>
<p>Cosa non si farebbe per la topa. &#8220;Servi della gleba a testa alta/Verso il triangolino che ci esalta&#8221;, mi pare cantassero Elio e le Storie Tese.</p>
<p>Liberaci dal male, John. La mia invocazione accorata è stata esaudita dopo le 21.30. Sul palco salgono i Bluesbreakers e il tizio della Faustini Promotion invita tutti i presenti a osservare qualche istante di silenzio per le vittime di Nassirya. Il palazzetto è gremito e silente; solo il critico di <em>Rolling Stone</em> sussurra nell&#8217;orecchio della ballerina i cambi di formazione dei Bluesbreakers dal 1985 ad oggi. Poi Buddy Whittington, figura a metà fra un troll e l&#8217;omino della Michelin con barba e capelli lunghi attacca le prime note distorte con una Fender d&#8217;annata ed è un boato. Il popolo del blues comincia a correre.</p>
<p>Mi ha colpito molto il pubblico: eterogeneo, dai giovanissimi alle vecchie glorie dei Sixties. Il buon John ha da poco raggiunto 70 primavere ma c&#8217;è un rinnovato interesse nei confronti della sua musica, considerati anche i recenti film di Scorsese, Wenders e Eastwood sul blues. Un giro di 4 brani che ci danno l&#8217;assaggio energico di quello che sarà il concerto e assieme ai tre musicisti fa il suo ingresso sul palco anche il <em>Grande Vecchio</em>. Difficile raccontare a parole le emozioni che hanno suscitato i pezzi; la veste era prettamente live, con lunghi <em>a solo</em> di Whittington che faceva per tre chitarristi (1 ritmico e 2 solisti): le note che quelle manone paffute sono riuscite a trarre dalla torturata chitarra hanno dell&#8217;incredibile! La voce di Mayall esaltava nelle ballate più lente e trascinava nei pezzi più sostenuti. Il veterano si divideva tra l&#8217;armonica, una tastiera Kurzweil con suoni tipo Hammond e una vecchia chitarra Squier Fender che doveva aver sottratto ai Beach Boys.</p>
<p>Hanno pescato da un repertorio vasto, dal più recente <em>Stories</em> ad album passati letteralmente alla storia: <em>Crusade</em>, <em>The turning point</em>, <em>Blues from Laurel canyon</em> per citarne alcuni. Efficace la sezione ritmica, con un mite e gigione Hank Van Sickle al basso e un martellatore pneumatico come Joe Yuele alla batteria. Due ore senza risparmiarsi: 70 anni e non sentirli!</p>
<p>Per il bis era impossibile tenere a freno le teste e le mani che accompagnavano il ritmo. Sul palco anche Rudy Rotta, guest star di questa memorabile serata, il volto trasfigurato nel duetto di chitarre con Whittington.<br />
Nel frattempo il critico musicale padovano informava la sua pulzella che quelle cose si chiamavano <em>jam session</em>.<br />
Mi ha colpito vedere Mayall che a fine concerto riavvolgeva fili e infilava la chitarra nella custodia; faceva il <em>roadie </em>di se stesso, antidivo per eccellenza, incurante del pubblico che cercava di attirare la sua attenzione.</p>
<p>Siamo tornati stanchi ma estasiati, con nelle orecchie ancora il riff di <em>Mama Talk to your Daughter</em>.<br />
E fanculo anche i critici di <em>Rolling Stone</em>.</p>
<p><a href="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/02/John-Mayall.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-531" title="John Mayall" src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/02/John-Mayall-300x225.jpg" alt="John Mayall" width="300" height="225" /></a></p>
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		<title>A. Barghi, M. Grasso, Plettri nelle mani di Dio</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Feb 2011 20:57:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Andrea Barghi, Maurizio Grasso, Plettri nelle mani di Dio Improvvisi a quattro mani sul tema The Beatles (Tabula Fati, 2010, pp. 168, € 12,00) Un altro libro sui Fab Four? E perché no? È pur vero che sui Beatles sono stati versati fiumi d&#8217;inchiostro, ch&#8217;è stato detto tutto e il contrario di tutto – e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Andrea Barghi, Maurizio Grasso, <em>Plettri nelle mani di Dio</em><br />
Improvvisi a quattro mani sul tema The Beatles<br />
(Tabula Fati, 2010, pp. 168, € 12,00)</p>
<p><a href="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2010/12/plettrinellemanididio.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-405" title="plettrinellemanididio" src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2010/12/plettrinellemanididio-195x300.jpg" alt="plettrinellemanididio" width="195" height="300" /></a>Un altro libro sui Fab Four? E perché no? È pur vero che sui Beatles sono stati versati fiumi d&#8217;inchiostro, ch&#8217;è stato detto tutto e il contrario di tutto – e non sempre con la necessaria prudenza e cognizione di causa – ma questa recente pubblicazione di Grasso e Barghi ha degli indubbi pregi per i quali mi sento di consigliarne caldamente la lettura.<span id="more-519"></span></p>
<p>«La componente fondamentale dell&#8217;arte dei Beatles è stata la loro straordinaria umanità.» La premessa è già il faro che ci guida in questa ricognizione degli autori su uno dei maggiori fenomeni del XX secolo. Importante sottolineare quanto John, Paul, George e Ringo fossero degli amici, quanto l&#8217;amicizia fosse per loro un valore supremo. I Beatles condividevano gioie e dolori e basterebbe recuperare molte delle affermazioni dei tecnici sparse in vari documenti per renderci conto della particolare alchimia che si creava quando il quartetto entrava in sala di registrazione. La loro parabola creativa lo testimonia: con il loro talento e quelle peculiarità che gli autori definiscono “sincretismo musicale”, hanno rielaborato e contaminato tra loro rock, pop, rythm &amp; blues, folk, jazz, musica etnica orientale, musica colta e molto altro. «Tutto li influenzò, niente li condizionò […] erano autentici spiriti liberi – come sa essere libero e spregiudicato solo il genio.» Lo hanno fatto in quattro, con una invidiabile sintonia di valori e di intenti, e questo ha spiazzato anche i critici di altre discipline, portati a considerare il processo della  creazione artistica come un fatto individuale, rapportandolo alle dinamiche di una alienante e repressiva società capitalista.</p>
<p><em>Plettri nelle mani di Dio</em> non è un saggio sistematico, una summa degli orientamenti della critica beatlesiana o una ulteriore, dettagliata biografia. Quel che rende agile ed intrigante questo libro è la sua natura sincopata: brevi capitoli a tema che possono essere piluccati anche a casaccio, seguendo l&#8217;uzzolo del momento. «Ci siamo detti più volte, prima di iniziare a scrivere queste riflessioni […] che esse dovessero comporre in ordine sparso e abbastanza permutabile un&#8217;opera istintiva e onestamente autarchica […].» Barghi e Grasso parlano pure di “puzzle di emozioni” e non nascondono al lettore i toni celebrativi che affiorano qua e là tra le righe. L&#8217;evidente ammirazione che i due rivelano per i propri beniamini non è comunque un limite all&#8217;analisi. Ammirevole la fluidità della scrittura, sorvegliata e ben armonizzata per ricomporre il pensiero di due autori diversi per formazione e orientamenti (Barghi, nato in Toscana nel 1953, è fotografo naturalista affermato in Italia e all&#8217;estero; Grasso, nato a Roma nel 1956, ex-manager aziendale, è scrittore e traduttore dal francese per Newton-Compton, Mondadori e altri); apprezzabile la loro competenza musicale: i musicofili troveranno pane per i loro denti.</p>
<p><em>Plettri nelle mani di Dio</em> si rivolge ad un pubblico eterogeneo; i fan dell&#8217;ultima ora troveranno spunti per approfondire la materia; i più informati avranno l&#8217;opportunità di soffermarsi su alcuni aspetti della storia dei Beatles da un diverso punto di vista: nel capitolo <em>Otto anni che cambiarono la musica</em> i due autori tracciano un loro personale diagramma della produzione musicale dei Fab Four. I lettori a caccia di curiosità leggeranno volentieri gli aneddoti sui rapporti tra John e Paul, o quelli del quartetto con George Martin, il “quinto beatle”, figura di arrangiatore e musicista che seppe dare il supporto adeguato a far progredire e maturare il gruppo; e ancora un bel tributo a John Winston (Lennon); pagine sulle chitarre dei Beatles e sul loro fraseggio; sul talento di Paul, raffinato musicista la cui sensibilità seppe affrancare il basso dal ruolo di gregario ritmico al quale era confinato e considerazioni sull&#8217;impatto sociale ed economico del fenomeno Beatles.</p>
<p>Godibili e curiose le disamine sugli album sperimentali dei quattro; partirono dal basso, come perfetti analfabeti musicali, e nel giro di breve tempo sovvertirono le forme espressive musicali allora in voga, cannibalizzando se stessi e il successo planetario dei loro primi album. La capacità di manipolare ogni “fonte sonora”, l&#8217;uso innovativo dello studio di registrazione, l&#8217;invenzione del “concept album”, le sperimentazioni elettroniche del mellotron e del moog, l&#8217;uso di nastri registrati a velocità variabili, il cosiddetto tape-loop. Ma sempre e comunque i Beatles hanno “parlato” a tutti (<em>La democrazia dei Beatles</em> è un altro dei capitoli del libro), sollecitando almeno due generazioni di musicisti e di artisti pop a percorrere la loro strada.</p>
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		<title>Chiedi chi erano i Rockets (seconda parte)</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Feb 2011 22:46:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alberto</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/02/p_pg81b.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-492" title="p_pg81b" src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/02/p_pg81b-300x201.jpg" alt="Rockets_maghi_1981" width="300" height="201" /></a> Nel maggio 1980 uscì <em>Galaxy</em>. Per me – e per molti dei loro fan di allora – rimane un Lp capitale, l&#8217;apice della loro produzione nei cosiddetti <em>Silver Years</em>. Se dovessi coniare tre aggettivi per l&#8217;album direi <em>evocativo graffiante</em> <em>incisivo</em>, con quel bilanciamento perfetto tra rock ed elettronica, la fluidità e cantabilità dei brani che si imprimono rapidamente nella memoria per rimanere nel tempo. E i testi, più ricercati, cantati esclusivamente dal bassista Gérard L&#8217;Her. È un concept-album, una storia che si snoda attraverso i singoli brani. Oltre alla celebre <em>Galactica</em> sono particolarmente legato a <em>One More Mission</em>, a <em>Universal Band</em>, con quel riff accattivante della chitarra di Alain Maratrat; e ancora <em>In The Galaxy</em>, con quel memorabile intro: scalpiccio di cavalli, campane che suonano a lutto e un finale in crescendo – l&#8217;impianto sinfonico, le tastiere di Fabrice Quagliotti e il lirismo della chitarra di Maratrat -, con quel pianto di neonato a suggellare una nuova vita che sboccia. Suggestioni cinematografiche (<em>2001 Odissea nello spazio</em> di Kubrick), ma pure la sognante, splendida illustrazione in copertina, opera dell&#8217;artista polacco Wojtek Siudmak, che non si apprezza appieno se non si dispone del vinile.<span id="more-489"></span></p>
<p>Estate 1980: io e il mio amico Massimo, accomunati pure dalla passione per i Rockets, decidemmo di formare un complessino e di emularne le gesta. Avevamo quattordici e tredici anni e ci ingegnammo alla bell&#8217;e meglio con quanto riuscimmo a trovare. A ripensarci ora viene da sorridere: tanto eravamo ingenui! Eppure in quei giorni iniziò la nostra passione per la musica. Massimo era già stato avviato allo studio del pianoforte. Era l&#8217;unico del trio (avevamo reclutato pure un batterista, Gianni, pure lui fan degli argentati) in grado di riprodurre suoni intelligibili. Io avevo foderato la mia racchetta da tennis con la carta argentata, poi avevamo indossato delle tute ginniche blu (erano in voga in quegli anni: con le righine bianche ai lati di braccia e gambe) e un&#8217;impalcatura di cartone rivestita di carta argentata a simulare polsini gambali e spalline dei nostri beniamini. Il <em>cuki</em> alluminio era stato impiegato a go go pure per rivestire i fustini di detersivo che servivano a ricreare la batteria di Alain Groetzinger. Gli effetti speciali erano curati da Andrea, un nostro amichetto di undici anni che accendeva e faceva scoppiare “miccette” a ripetizione, creando piccole nuvole di fumo che aleggiavano sulle nostre teste. Massimo si era invece sepolto sotto quattro o cinque tastiere Bontempi, i <em>Korg</em> dei poveri di cui disponevamo. Inutile sottolineare che nel bene e nel male in quelle sere d&#8217;estate catalizzammo l&#8217;attenzione dei ragazzi del quartiere e dei loro perplessi genitori.</p>
<p>Dicevo della passione per la musica. Iniziai dopo qualche mese a strimpellare la chitarra, poi la studiai più seriamente. Negli anni a venire militai in qualche rock band come chitarrista, poi seguii altri percorsi. Mi ispirai a vari modelli di <em>guitar hero</em>, ma la figura segaligna di Alain Maratrat rimase nella mia memoria, il fascino della sua Gibson Explorer &#8217;76, di quel che faceva col <em>vocoder</em> ed il sintetizzatore <em>Arp Avatar</em>. Con Massimo andammo anche ad un paio di concerti in provincia: Bassano del Grappa e Arsiero. A Bassano riuscimmo a sbirciare nei camerini, a vederli senza trucco prima che entrassero in scena. Non ricordo il periodo, forse il mio<em> pard</em> potrebbe essere più preciso; ritengo sia stato nell&#8217;estate del 1981.</p>
<p>Massimo si diplomò al Conservatorio in pianoforte; attualmente insegna musica e collabora con, produce, compone e arrangia per vari strumentisti, alcuni di grande prestigio nazionale e internazionale (Eddie Hawkins, Richard Galliano, Gianni Bella, Ricky Portera tanto per dire). Gianni, il nostro batterista di allora, ha studiato con Tullio De Piscopo e con Billy Cobham. Oggi è un <em>session man</em>, per qualche tempo ha lavorato a Canale 5, suonando per Umberto Smaila e altri. È gradevole e nostalgico pensare che i Rockets abbiano avuto una loro parte in queste vicende.</p>
<p>Nel Natale del 1980 ricevetti in regalo <em>Plasteroid </em>– stavo lentamente recuperando tutta la discografia del gruppo. <em>Plasteroid</em> è l&#8217;album che assieme a <em>Galaxy</em> ascolto di più; di tanto in tanto ci ritorno ed è come andare a far visita a dei vecchi amici: pezzi come <em>If You Drive</em>, <em>Astral World</em>, <em>Anastasis</em>, <em>Legion of  the Aliens</em>&#8230; <em>Electric Delight</em> che diede il La alla mia passione per la loro musica. Natale 2010: a distanza di trentanni mi sono regalato <em>The Story</em>, il box commemorativo che contiene i 7 CD degli anni d&#8217;argento (1976-1982) con le riproduzioni delle copertine in vinile e contenuti digitali (fotografie e liriche dei brani). Quadratura del cerchio: <em>Back To Your Planet</em>.<br />
 <img src='http://www.albertocarollo.it/blog/wp-includes/images/smilies/icon_mrgreen.gif' alt=':mrgreen:' class='wp-smiley' /> </p>
<p>Risorse web: http://www.lesrockets.com</p>
<p><iframe title="YouTube video player" width="480" height="390" src="http://www.youtube.com/embed/L3-SjdjADp0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p class="facebook"><a href="http://www.facebook.com/share.php?u=http://www.albertocarollo.it/blog/2011/02/07/chiedi-chi-erano-i-rockets-seconda-parte/" target="_blank"><img src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/plugins/add-to-facebook-plugin/facebook_share_icon.gif" alt="Share on Facebook" title="Share on Facebook" /></a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Chiedi chi erano i Rockets (prima parte)</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Feb 2011 02:55:14 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/02/p_pg14b.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-483" title="p_pg14b" src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/02/p_pg14b-300x201.jpg" alt="Rockets" width="300" height="201" /></a> Se non incappi in un fan sfegatato e chiedi «Ve li ricordate?» le risposte più comuni riguardano le teste rasate, il trucco argentato e il tormentone: «G-A-L-A-C-T-I-C-A!», ma i Rockets sono stati per me e per numerosi adolescenti degli anni &#8217;80 molto, molto di più.</p>
<p>Correva l&#8217;anno 1978 e i miei dodici anni. I miei genitori erano piuttosto permissivi (per non dire distratti) e accadeva che ad ore non propriamente adeguate per un fanciullo imberbe, dopo le 21 la domenica sera, mi capitasse di sbirciare qualche spezzone del controverso varietà televisivo <em>Stryx</em>. Lo show di Enzo Trapani era molto avanti per il pubblico di allora: sperimentale sul piano visivo e delle tecnologie utilizzate, provocatorio per i temi e le situazioni rappresentate. Paurosi scenari da medioevo: satanisti streghe &amp; affini, giocolieri, funamboli e ragazze seminude. Molti gli artisti e i musicisti internazionali: da Tony Renis ad Asha Puthli, da Angelo Branduardi e Amanda Lear ai “Cosmodiavoli” Rockets. Credo che le prime immagini di questo gruppo di ragazzi francesi abbiano impressionato le mie retine proprio tra l&#8217;ottobre e il novembre di quell&#8217;anno.<span id="more-484"></span></p>
<p>La consapevolezza della portata di quel “primo contatto” venne  qualche tempo dopo. Ero stato iniziato alla musica commerciale, come molti dei miei coetanei, per il tramite della colonna sonora de <em>La febbre del sabato sera</em>, a quel tempo in testa alle classifiche. Eppure, se non ricordo male,  tra i dischi più venduti quell&#8217;anno c&#8217;era nientemeno che <em>On the Road Again</em>, secondo Lp della band d&#8217;oltralpe. Il brano lo giravano in tutte le radio. Avevo il disco della <em>Night Fever</em> ma non avevo ancora acquistato un disco dei Rockets, che erano presenti nel mio quotidiano ma ancora in forma embrionale e indistinta, come una colonna sonora di sottofondo. Una manciata di mesi ancora e una ulteriore crescita personale: diventai un appassionato di fantascienza; leggevo Isaac Asimov, Jack Vance, Philiph K. Dick, Ray Bradbury, i libri divulgativi tra scienza e mistero del progetto Blue Book americano sugli avvistamenti di oggetti volanti non identificati. Con un carissimo amico d&#8217;infanzia, Massimo, condividevamo il piacere di seguire il serial U.F.O di Jerry e Sylvia Anderson quello col mitico comandante Straker, il fulvo attore Ed Bishop. Io mi cibavo smodatamente anche di Doctor Who, Star Trek, Spazio 1999.</p>
<p>Una domenica di primavera del 1979 guardai il programma musicale <em>Discoring</em> alla TV. Gianni Boncompagni presentò i Rockets, immobili alle sue spalle, come dei robot ai quali avessero staccato la spina. Disse che al termine di ogni esibizione del gruppo si potevano contare dei morti e li lasciò calcare la scena, mormorando «Speriamo bene» prima di abbandonare il palco. La band eseguì <em>Electric Delight</em> e l&#8217;emozione fu per me travolgente. Il loro look era qualcosa di ardito e inedito insieme; l&#8217;energia e le atmosfere evocate dalla loro musica, unita ad un utilizzo massiccio di elettronica – si pensi, col senno di poi, al trattamento della voce col <em>vocoder</em>, o l&#8217;impiego di sofisticati sintetizzatori come il Roland, il Korg e il Minimoog. Al termine della performance il cantante e front man Christian Le Bartz si scagliò contro le prime file del pubblico, armato di un temibile bazooka dalla foggia insolita, che sprizzava una pioggia di fuoco e scintille. Le Bartz era una figura carismatica, di grande impatto visivo e fisico. Era il suo modo meccanico di muoversi e di tenere il microfono ad affascinarmi, la sua mimica facciale che mi ricordava Yul Brinner nel film <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Il_mondo_dei_robot"><em>Il mondo dei robot</em></a> (USA, 1973).</p>
<p>Acquistai prima di tutto il Lp <em>On the Road Again</em>. Il brano omonimo costituiva da solo un vero e proprio <em>trip</em> dell&#8217;immaginazione. Era una cover dei <em>Canned heat</em>, di ascendenza blues, <em> </em>ma i Rockets l&#8217;avevano fatta propria con un mix di rock, echi di disco-music ed elettronica a profusione. La ripetitività del pezzo, che non ha uno svolgimento vero e proprio ma che reitera quasi ininterrottamente il verse ha un potere ipnotico e sognante per chi, come me, al tempo era un <em>nerd</em> che fantasticava di incontri ravvicinati del terzo tipo con entità aliene!<br />
(la seconda parte prosegue domani)</p>
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