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	<title>Il blog di Alberto Carollo &#187; scrittura</title>
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	<description>Lettura, scrittura e quant&#039;altro. E ci faremo pure i casi miei...</description>
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		<title>Splinder addio!</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Jan 2012 18:07:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ebbene sì. Sono uno di quei blogger che iniziò a pasticciare sui web-log creandosi una pagina sulla piattaforma di Splinder. Correva l&#8217;anno 2003 ed allora titolai il mio blog Cigale, cicala in francese. Pensavo pure al fatto che la pronuncia francese equivalesse foneticamente al sea-gull (gabbiano) inglese. Pensavo pure ad un personaggio di Martin Mystére, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2012/01/logo_splinder.gif"><img class="alignleft size-full wp-image-219113294" title="logo_splinder" src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2012/01/logo_splinder.gif" alt="logo splinder" width="155" height="144" /></a>Ebbene sì. Sono uno di quei blogger che iniziò a pasticciare sui web-log creandosi una pagina sulla piattaforma di Splinder. Correva l&#8217;anno 2003 ed allora titolai il mio blog <em><strong>Cigale</strong></em>, cicala in francese. Pensavo pure al fatto che la pronuncia francese equivalesse foneticamente al <em>sea-gull </em>(gabbiano) inglese. Pensavo pure ad un personaggio di Martin Mystére, fumetto che prediligevo al tempo. Desideravo cicaleggiare in rete e mi sentivo affine alla cicala che non fa provviste per l&#8217;inverno come la formica e si concede generosamente ad inter-azioni &#8211; in questo caso virtuali.<span id="more-219113291"></span><br />
A quel tempo in Galilea (mettiamola sul biblico) avevo certamente più ore da dedicare alla rete di quanto non ne disponga oggi; era un&#8217;altra epoca (pure se cronologicamente vicina), in tutti i sensi.<br />
Oggi, in rete, con l&#8217;avvento del web 2.0 mi sento a volte un dinosauro.</p>
<p>Ritengo che in qualche oscura (ma non troppo) maniera Facebook abbia fatto migrare molti frequentatori della rete verso agorà virtuali più &#8220;frenetiche&#8221;, &#8220;modaiole&#8221; e molto meno &#8220;impegnative&#8221; in termini di interattività &#8211; a volte basta un solo clic su un pulsante per sottolineare il proprio gradimento o meno (e in ogni caso la propria presenza).<br />
Su Splinder ci annusavamo, ci leggevamo con attenzione, ci commentavamo. Ci confrontavamo.<br />
Il tempo scorreva più lentamente.<br />
C&#8217;era una bella <em>movida</em>, insomma. Forse più parolaia che multimediale. Sento già che mi mancherà Splinder.<br />
E non poco.</p>
<p>Ringrazio il grande <a title="Davide Longo" href="http://www.albertocarollo.it/blog/collaborano/">Davide</a> per aver importato i contenuti del mio vecchio blog su Splinder (http://www.cigale.splinder.com) in queste pagine. Se vi aggrada, li potete leggere sulla categoria &#8220;vecchi post&#8221; nella spallina qui a lato. Lemme lemme li aggiusterò, aggiornando link, fotografie e revisionando in (minima parte) i testi, soprattutto per i refusi. I post restaurati li troverete man mano nella categoria &#8220;nostalgia di Cigale&#8221;.</p>
<p>Il 31 gennaio prossimo il servizio su Splinder verrà dismesso. Sob!<br />
Addio Splinder. Lunga vita a Splinder nel nostro immaginario di blogger.</p>
<p class="facebook"><a href="http://www.facebook.com/share.php?u=http://www.albertocarollo.it/blog/2012/01/03/splinder-addio/" target="_blank"><img src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/plugins/add-to-facebook-plugin/facebook_share_icon.gif" alt="Share on Facebook" title="Share on Facebook" /></a></p>]]></content:encoded>
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		<title>TRA-DIS-CO trame di disprezzo coerente e licantropo</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Oct 2011 12:58:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nina Nasilli, TRA·DIS·CO trame di disprezzo coerente e licantropo (Book Editore – Poesia, 2010, pp. 103, € 14,50, ISBN 978-88-7232-654-1) Nina Nasilli è un nome d&#8217;arte, e questa è già una prima indicazione importante per tentare di orientarsi nel dedalo del suo esercizio poetico. L&#8217;artista nasce a Rovigo nel 1968; a sette anni scrive le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nina Nasilli, <em>TRA·DIS·CO trame di disprezzo coerente e licantropo</em><br />
(Book Editore – Poesia, 2010, pp. 103, € 14,50,<br />
ISBN 978-88-7232-654-1)</p>
<p><a href="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2010/11/Nasilli.-Tradisco_cover.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-382" title="Nasilli. Tradisco_cover" src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2010/11/Nasilli.-Tradisco_cover.jpg" alt="Tradisco_cover" width="120" height="177" /></a>Nina Nasilli è un nome d&#8217;arte, e questa è già una prima indicazione importante per tentare di orientarsi nel dedalo del suo esercizio poetico. L&#8217;artista nasce a Rovigo nel 1968; a sette anni scrive le sue prime poesie; nel 1992 conclude il suo ciclo di studi a Padova, una laurea in lettere antiche col massimo dei voti. Seguono anni di profonda inquietudine, dove l&#8217;urgenza espressiva la porta a dipingere le proprie liriche. Espone a Gand, Parigi, Madrid, persino in Australia, Singapore, Shangai e New York.<span id="more-960"></span><br />
Se è piuttosto comune  per il critico accostare l&#8217;artista ad un demiurgo che crea universi paralleli con la propria materia sensibile e l&#8217;uso specializzato e virtuoso delle tecniche acquisite, il paragone è tanto più ficcante nel caso di Nasilli. <em>TRA·DIS·CO</em> è infatti un ecosistema in perfetto equilibrio con i mondi che, contigui, lo alimentano ed irrorano di una luce obliqua che ne accentua forme e volumi, pieni e vuoti, barbagli ed ombre.</p>
<p>C&#8217;è un desiderio (quasi) puerile e (quasi) infantile nella simmetria ordinatrice delle poesie di questa raccolta, nelle epigrafi o “dichiarazioni d&#8217;intenti” che presiedono ciascuna sezione, nelle fila ordinate (come un corpo di legionari stanziato lungo cardi e decumani) dei componimenti – nella prima sezione gli incipit col <em>tra</em>, quelli col <em>dis</em> nella seconda e i <em>co</em> nella terza. Ma l&#8217;ordine è solo apparente; l&#8217;armonia incantatrice di queste parole/immagini ha il fascino di una sirena che seduce e fa perdere la bussola. Dietro e sopra la bellezza dei versi e il loro rincorrersi giocoso avvertiamo il dolore e la sospensione, una mai sopita melanconia, come in un disegno di Chagall o di Mirò: «Discolpa è la cifra/ di quel &#8216;a mia&#8217; che non si dice/ ma è sempre sotteso e preme/ invincibile e teso/ &#8211; incurabile stento -/ nel buio tormento/ brulicante ed opaco/ che trepida dietro/ a quello degli occhi/ fondo indistinto:/ perdonati se puoi/ l&#8217;anima mala/ l&#8217;anima strana».</p>
<p>Non c&#8217;è una volontà deliberata nella poesia di Nina Nasilli. Nina è come un&#8217;antenna pronta a captare, a ricevere i segnali di inaspettate quanto disarmanti epifanie del quotidiano, a riverberare le proprie percezioni e sentimenti. Sul piano formale la parola è invece consapevolmente ricercata, creata ex-novo, svincolata e depurata dei suoi referenti semantici e del suo impiego prosaico e strumentale per mettere il sale sulla coda di una verità intensamente avvertita quanto misteriosa e proteiforme. Ma lasciamo parlare l&#8217;interessata: «(&#8230;) credo che sempre per avvicinarci alla verità dobbiamo amplificare, confondere e attivare tutti i nostri sensi, credo che per coglierla dobbiamo riprendere confidenza con l&#8217;immaginazione che crea le cose, credo che a causa della fatica talvolta frustrante di questa ricerca di verità sia nato il linguaggio, sia nata la filosofia, come a coprire il vuoto e tessere una rete per attaccarsi e raggiungere le estreme parti dell&#8217;affollato mondo dei pensieri, sempre affollato.»</p>
<p>Determinante, per Nina, l&#8217;incontro, nel 1996, con Ottiero Ottieri, una delle figure letterarie più significative del Novecento, al quale il libro è dedicato. Ottieri, figura singolare ed extra-ordinaria, tesse le lodi della sua scrittura in <em>Nuovi argomenti</em>, diviene mentore e spirito guida di Nina &#8211; il nome di lei è quasi una sua derivazione adenoidale, nella medesima replicazione e scansione sillabica, sorta di scherzo nenia o filastrocca. Ad Ottieri non è sconosciuta l&#8217;attitudine squisitamente post-moderna al ludus, al gioco e al ritornello musicale, come non difetta alla talentuosa Nina. Traslato/ Ai margini/ di sé/ il potere tragico/ e comico/ della parola -/ il suo naturale/ aspetto/ mescola gli effetti/ e i nessi causali:/ antidoti fasulli contro il tempo/ necessari alla vita per respirare.</p>
<p>Sono agili e brevilinee le poesie di questo libello; versi sciolti che si contano su due mani, più un distico finale, congedo e insieme invito a voltar pagina, a reiterare il bisogno di dire ancora, di ri-suonare, perché di voci e risonanze è composto TRA·DIS·CO, silloge dove «le parole hanno per qualche istante preceduto le cose, senza sostituirle». Parola di Nina Nasilli.</p>
<p class="facebook"><a href="http://www.facebook.com/share.php?u=http://www.albertocarollo.it/blog/2011/10/30/tra-dis-co-trame-di-disprezzo-coerente-e-licantropo/" target="_blank"><img src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/plugins/add-to-facebook-plugin/facebook_share_icon.gif" alt="Share on Facebook" title="Share on Facebook" /></a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Vicolo dell&#8217;acciaio</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Aug 2011 20:52:30 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Cosimo Argentina, Vicolo dell&#8217;acciaio (Fandango Libri, 2010, pp. 264, € 15,00 ISBN 978-88-6044-172-0) «Quando mio padre parla di se stesso dice sempre che il suo destino è segnato. Qui nel palazzo tutti muoiono di cancro ai polmoni. Il record della pista è nostro. Abbiamo in corpo, a famiglia, più benzene, polveri cancerogene, diossina, policarburi aromatici [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cosimo Argentina, <em>Vicolo dell&#8217;acciaio</em><br />
(Fandango Libri, 2010, pp. 264, € 15,00 ISBN 978-88-6044-172-0)</p>
<p><a href="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/08/vicolo-dellacciaio.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-889" title="vicolo dell'acciaio" src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/08/vicolo-dellacciaio-203x300.jpg" alt="" width="203" height="300" /></a>«Quando mio padre parla di se stesso dice sempre che il suo destino è segnato. Qui nel palazzo tutti muoiono di cancro ai polmoni. Il record della pista è nostro. Abbiamo in corpo, a famiglia, più benzene, polveri cancerogene, diossina, policarburi aromatici e gas saturi di non so nemmeno io che cosa&#8230;»<br />
Vicolo dell&#8217;acciaio chiude (ma non è detto) una quadrilogia tarantina &#8211; non preordinata dallo stesso autore -, un “ciclo dei vinti” di verghiana risonanza dove <em>Il cadetto</em> (Marsilio, 1999) è stato il romanzo della scoperta,<em> Cuore di cuoio</em> (Sironi, 2004, Fandango tascabili, 2009) quello dei sogni, <em>Maschio adulto solitario</em> (Manni, 2008) quello degli incubi e questo neo edito porta invece le stigmate del dolore.<span id="more-890"></span><br />
Taranto, città-feticcio, l&#8217;avevamo abbandonata umbratile e cupa tra le pagine di <em>Mas </em>(quasi inconcepibile per noi del nord che guardiamo alle città del sud col cliché del sole a due passi dal mare), avvoltolata nella cappa mefitica dell&#8217;Ilva. E così la ritroviamo. Siamo nel quartiere Italia Montegranaro, in cui Cosimo Argentina (1963) è pure cresciuto, abitato da famiglie di operai dell&#8217;ex-Italsider, l&#8217;impianto siderurgico più inquinante d&#8217;Europa.</p>
<p>Mino Palata è il diciannovenne protagonista e voce narrante del romanzo; i suoi pensieri, la sua visione del mondo, la sua rabbia sono la lente attraverso la quale il lettore si addentra in uno dei casermoni del “vicolo dell&#8217;acciaio”, «dove il novanta per cento delle famiglie ha il capo che se la spassa nel siderurgico». Mino è figlio del Generale, padre autoritario e scorbutico, figura ingombrante quanto idolatrata da amici e famigliari. Il Generale è un uomo del nord, emigrato al contrario, che parla il dialetto dei tarantini meglio dei tarantini stessi, che si sottopone ai turni più pesanti in acciaieria. Per lui gli uomini si dividono in “prima linea” e in “imboscati”, coloro che non hanno voce in capitolo perché «solo quelli che si lordano possono dire la loro&#8230;».</p>
<p>Mino è stato iscritto dai suoi all&#8217;Università, con l&#8217;intento di migliorarne la condizione e aprirgli qualche sbocco per un futuro migliore, ma i suoi studi di Giurisprudenza languono e il ragazzo preferisce farsi distrarre dalla seducente Isa, che «sembra un&#8217;araba. Una sudanese con gli occhi nocciola chiari chiari, come miele (&#8230;)», figlia di una madre altrettanto bella, Maddalena, la “dea condominiale”, l&#8217;unica bionda del vicolo.</p>
<p>Ci sono molti lutti in questo libro: per cancro o morti bianche e altrettanti “consoli”, le veglie rituali con tutte le peculiarità del familismo meridionale. C&#8217;è un sentimento pervasivo di predestinazione, di dolore roco e trattenuto, virile ed antieroico per il Generale e i suoi “gechi”, attaccati al muro del bar di Mest&#8217;Arturo, pronti ad offrirsi come vittime sacrificali su un altare di carbon fossile e polveri venefiche al Dio crudele e impassibile del siderurgico.<br />
Attraverso Mino, Cosimo Argentina ci comunica che a volte la rassegnazione uccide più della diossina, che l&#8217;accettazione passiva di una condizione passa attraverso una mancata elaborazione del lutto, una fuga dal dolore personale e dalla coscienza “militante”. Non c&#8217;è riscatto in <em>Vicolo</em> ma solo una spietata selezione naturale che permetterà ai più fortunati di arrivare alla pensione indenni dal tumore, dalle mutilazioni e dalle malattie croniche più debilitanti.</p>
<p>Non c&#8217;è vero intreccio nel romanzo; è più un accumularsi di situazioni; i personaggi non subiscono alcuna evoluzione oggettiva o interiore, semplicemente “tirano a campare”, come la classe operaia statunitense dei romanzi di Carver.<br />
Solo Isa sembra dibattersi in questo paesaggio degradato: «Sa che la sua salvezza passa per un&#8217;arrampicata che deve portarla da qualche parte e allora, sebbene (…) il suo punto di partenza sia in fondo a un vulcano spento sa che può farcela a piantare la bandierina rossoblù là dove va messa». Isa si deve però guardare dagli sciacalli, dai raggiri delle false associazioni di “ambientalisti del giovedì”, interessati a sfruttare il dolore della gente per ottenere maggior visibilità e potere di contrattazione sociale e politica.</p>
<p>Il punto di forza di <em>Vicolo dell&#8217;acciaio</em> è anche la sua maggior debolezza: l&#8217;insistente ricorso al dialetto locale, che crea non poche difficoltà al lettore  dislocato geograficamente; un idioma pulsante e sulfureo che caratterizza con grande realismo i vari episodi, i dialoghi e le interpolazioni tra i personaggi. Il registro stilistico, mimetico e tipico della produzione di Argentina è quello medio-basso ma incisive ed efficaci sono le inusuali metafore utilizzate da Mino per descrivere quel che vede e sente, il furore che monta e che sfocia nell&#8217;inazione più paradossale. La consapevolezza non ci rende immuni dal male di vivere, sembra ammonirci Argentina con una scrittura di pancia ch&#8217;è passione dalla quale farsi travolgere, coi visceri squarciati in punta di penna; e ancora scavo archeologico dell&#8217;infanzia, esorcismo e catarsi dei propri terrori e inferni personali.</p>
<p>Non sono affatto d&#8217;accordo con quanto scrive <a href="http://michelelupo.blogspot.com">Michele Lupo</a> in una sua recensione al libro, sostenendo che il giovane Mino attraversa il quartiere dando l&#8217;impressione di aver già visto tutto, di sapere già tutto. Non stiamo parlando dello svelamento di un poco plausibile artificio retorico: Mino effettivamente sa già tutto, ha già visto tutto. La sua sensibilità è matura abbastanza per analizzare il microcosmo in cui vive, servendosi di un linguaggio gergale fortemente connotato, di un&#8217;ironia corrosiva e straniante così come di una scrittura che Isa incoraggia: «Mì, tu c&#8217;hai il dono!»; eppur si lascia comunque invischiare, senza reagire, da quell&#8217;ordine malato degli eventi.</p>
<p>Chi conosce Argentina sa che non c&#8217;è <a href="http://michelelupo.blogspot.com/2011/02/cosimo-argentina-vicolo-dellacciaio.html">calcolo o volontà di strappare una risata o commuovere tipizzando le figure che entrano in scena</a> nel <em>Vicolo</em>; basterebbe a dimostralo la sola scelta della lingua, che rischia di lasciare per strada molti lettori. Ma ad Argentina &#8211; uno degli scrittori italiani più interessanti attualmente in circolazione – non importa più di tanto: la sua scrittura è anche ricerca di sé, ed è a Taranto che l&#8217;autore, professore di Diritto trapiantatosi in Brianza, ha deciso di cercarsi: «Ognuno cerca il proprio linguaggio e il mio, sotto certi versi, è questo».</p>
<p class="facebook"><a href="http://www.facebook.com/share.php?u=http://www.albertocarollo.it/blog/2011/08/22/vicolo-dellacciaio/" target="_blank"><img src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/plugins/add-to-facebook-plugin/facebook_share_icon.gif" alt="Share on Facebook" title="Share on Facebook" /></a></p>]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;isola e il sogno: intervista a Paolo Ruffilli</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Jul 2011 21:46:50 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Trascritto ed editato a mia cura, riporto con piacere il testo di una intervista registrata lo scorso 20 maggio 2011 presso la Libreria &#8220;Quarto potere&#8221; di Vicenza. Alberto della Rovere dialoga con Paolo Ruffilli sul suo recente romanzo edito da Fazi, &#8220;L&#8217;isola e il sogno&#8221;. Il pezzo è un po&#8217; lungo per il web ma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_764" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/07/DSCN1190.jpg"><img class="size-medium wp-image-764" title="DSCN1190" src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/07/DSCN1190-300x225.jpg" alt="PR" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">Paolo Ruffilli</p></div>
<p>Trascritto ed editato a mia cura, riporto con piacere il testo di una intervista registrata lo scorso 20 maggio 2011 presso la Libreria &#8220;Quarto potere&#8221; di Vicenza. Alberto della Rovere dialoga con Paolo Ruffilli sul suo recente romanzo edito da Fazi, &#8220;L&#8217;isola e il sogno&#8221;. Il pezzo è un po&#8217; lungo per il web ma ho preferito riportare integralmente alcune argomentazioni che giudico, per il lettore, estremamente interessanti. Della Rovere pone domande sapide ed intriganti e Ruffilli discetta con amabile arguzia della spedizione dei Mille, delle carte private di Ippolito Nievo e dei suoi amori, della fortuna della sua opera nei paesi europei, del genio precoce e del ruolo del sogno nella interpretazione dei misteri della vita.</p>
<p><span style="color: #993300;"><em>Alberto della Rovere</em>: <em>L’isola e il sogno</em> è un romanzo che parte dal mare e finisce nel mare, come alcuni testi a circolo chiuso – alla Conrad o alla Verga. Riguardo all’isola, si tratta della Sicilia e in particolare di una città: Palermo. Ti chiederei di parlare del rapporto controverso che Ippolito ha con la città dove, a fronte di evidenti disagi di carattere amministrativo – era stato intendente per conto di Garibaldi e vi ritorna in missione speciale, per raccogliere documenti a garanzia del governo garibaldino – , desidera comunque restare. Mi riferisco pure alla predilezione che Alexandre Dumas, cronista al seguito dei Mille, esplicita per Palermo.</span><span id="more-760"></span></p>
<p><em>Paolo Ruffilli</em>: La Sicilia, per Nievo – come per molti suoi compagni d&#8217;avventura – è stata una scoperta sorprendente. Sulla spedizione dei Mille si dice sempre troppo poco; soprattutto si tradiscono le testimonianze che ci vengono dai garibaldini. È da loro che apprendiamo che questa spedizione ha successo grazie agli inglesi. Nei libri di Storia non ci vengono mai svelati i retroscena: per esempio che il governo sabaudo giocò una parte davvero vergognosa; facendo finta di non prender parte alla spedizione nega in primo luogo il suo supporto, specialmente la fornitura delle armi – che tra l&#8217;altro avevano comprato gli inglesi a proprie spese. Sono i privati, gli investitori inglesi che finanziano i Mille. D&#8217;Azeglio nega il suo aiuto alla spedizione per prenderne le distanze e quando i garibaldini partono sono disarmati. Garibaldi si ferma a Talamone e si prende quel po&#8217; di prestigio personale che è possibile concedergli. Un gruppo di circa 980 uomini male armati si presta a dare l&#8217;assalto al Regno delle Due Sicilie, contro un esercito di 22.000 uomini. Le navi inglesi, al cui comando ci sono uomini che apprezzano Garibaldi, si interpongono tra le navi dei garibaldini e la flotta dei borbonici, favorendo lo sbarco a Marsala. Gli inglesi erano e dovevano rimanere neutrali, per non scatenare una guerra di vaste proporzioni, e questo facilita lo sbarco a Garibaldi. In Sicilia il generale doveva trovare largo seguito; la Mafia siciliana, già attiva, aveva dato il suo appoggio ai Mille. Cavour ha però mandato nell&#8217;isola un noto malavitoso, Giuseppe La Farina, per convincere i mafiosi a non intervenire nei confronti di Garibaldi. Cavour non si fida di Garibaldi quando scopre che gli inglesi sono a suo favore. Garibaldi, però, riesce a vincere con i suoi nonostante l&#8217;intralcio di La Farina. L&#8217;eroe dei due mondi ha dalla sua una forte capacità di traino e di influenza sui suoi uomini, volontari che combattono senza risparmio. I soldati borbonici invece, poco convinti e motivati, se la squagliano ai primi scontri. Il primo impatto dei garibaldini con l&#8217;isola è di delusione e risentimento, perciò. Ma all&#8217;indomani della vittoria, quelli che erano scomparsi dalla scena ricompaiono; la città si rianima, si riaprono le botteghe, gli aristocratici riaprono le loro case; improvvisamente c’è un’esplosione di vita ch’è tutta siciliana, fatta di colori di sapori, di odori, di luce e calore, di cose sorprendenti anche per quei garibaldini abituati alla bella vita che si rendono conto di come si viva straordinariamente in Sicilia;  c’è la scoperta di una ricchezza e di una raffinatezza che batte tutte le corti europee. Garibaldi già sapeva di questi aspetti e sapeva scegliere i suoi collaboratori: non a caso aveva scelto Alexandre Dumas come ministro dei beni culturali nella sua spedizione, così come aveva scelto Nievo come amministratore; sapeva che si sarebbe affidato ad una persona competente ed onesta. La Sicilia è perciò una continua rivelazione nelle settimane successive alla vittoria dei garibaldini; pure Nievo, da amministratore, viene a contatto con situazioni particolari. Come ci racconta lui stesso, molti siciliani cercano di approfittare del momento storico: millantano crediti che non hanno, si fingono quello che non sono. Nievo è un testimone eccezionale e riferisce che non è tanto questo il problema maggiore nell’amministrazione quotidiana del governo rivoluzionario; i pericoli maggiori non venivano dai siciliani ma dalle grandi aziende del nord che corrompevano per ottenere gli appalti o imbrogliavano inviando scarponi di cartone – come poi avverrà per i nostri combattenti in Russia – o divise di panno scadente, riso andato a male, grano marcio eccetera. Nievo si ricrede sui siciliani, scopre che hanno delle risorse inaspettate; Dumas diceva ai garibaldini “guardate che verrete catturati da quest’isola, da questa gente”. In Europa una parte ammira la civiltà siciliana, e tra questi gli inglesi, ma l’altra ne dice tutto il male possibile. Pur nella precarietà i siciliani hanno un gusto speciale per la vita. Qualche giorno dopo la conquista, Garibaldi viene santificato; i conventi di clausura aprono le porte ai garibaldini. Nievo e i suoi compagni vanno a mangiare dalle suore, che sono delle cuoche straordinarie. Anche sul versante sentimental-femminile, a dispetto di tutti i rischi e pericoli che si correvano in Sicilia nell’aver a che fare con le donne, i nostri riescono ad intrecciare relazioni, spesso clandestine. Il volontariato garibaldino è fatto di giovani, di studenti, di idealisti disposti a sacrificarsi perché sentono che il vento tira in quella direzione, non oppongono resistenze egoistiche. Diventare adulti significa “adulterarsi”, più diventiamo adulti più siamo meno disposti ad aderire a qualcosa che ci porta fuori di noi stessi e dei nostri interessi. Questi giovani garibaldini sono anche persone colte, interessate alla cultura e sappiamo che a Palermo ci sono almeno dieci teatri che fanno spettacolo tutte le sere. Sono quasi tutti teatri musicali; Nievo e gli altri sono appassionati di musica, anche perché l’unica colla che unificava gli italiani in quel periodo era il melodramma. Non c’è sera che non si vada a teatro; col caldo la vita inizia al calare del sole e procede per tutta la notte; dopo il teatro c’è il corso, c’è la sfilata, c’è la banda che suona, ci sono i fuochi d’artificio. È insomma una ininterrotta esplorazione di un mondo “alieno”.<span style="color: #993300;"> </span></p>
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<div id="attachment_765" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/07/DSCN1191.jpg"><img class="size-medium wp-image-765" title="DSCN1191" src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/07/DSCN1191-300x225.jpg" alt="PR2" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">Libreria &quot;Quarto potere&quot;, Vicenza, 20 maggio 2011</p></div>
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<p><span style="color: #993300;"><em>AdR</em>: <em>L’isola e il sogno</em> viene ascritto “per comodità” al filone del romanzo storico. Vi ho trovato altri riferimenti letterari: innanzitutto al romanzo storico dell’Ottocento, ovviamente depurato dal punto di vista formale, ovvero a Sterne per la levitas della prosa; ancora a Conrad; a Verga per l’impianto. Tipico pure del Ruffilli poeta non è tanto la narrazione bieca dei fatti quanto, da entomologo delle passioni, lo studio dell’anima dell’uomo. Come forma espositiva impieghi spesso il dialogo, sovente interiorizzato. Da poeta ricorri spesso all’allitterazione, all’anafora, per ricreare questa sonorità marina; si inizia infatti dall’acqua e si termina col viaggio tragico dell’Ercole il 4 marzo 1861. È perciò tutto un romanzo d’acqua, anche stilisticamente; c’è questo accostamento al cielo e ai colori, perciò il riferimento è anche alla tua silloge <em>Le stanze del cielo</em> (Marsilio). Ho trovato pure echi da <em>Diario di Normandia</em> (Amadeus), dove ci offri una cronaca garbata del quotidiano, di quelle che siano le impressioni, le percezioni affettive. Così è per Nievo in questo romanzo: ci offri infatti il diario privato del suo quotidiano, le sue emozioni. Lo stesso Nievo è un poeta di pensiero come Paolo Ruffilli e c’è sempre questa tensione al senso come teatro di emozioni piuttosto che di fatti. Qualche recensore ha scritto “questo non è un romanzo storico”; in effetti, se fosse stato questo l’intento, andava condotto in altra maniera ma ritengo che sia stata fatta una scelta peculiare di scavare nell’animo del personaggio Nievo. Arte e fatto sono perciò piegati al soggetto. Condividi questo approccio?</span></p>
<p><em>PR</em>: Sì, mi ritrovo in quello che dici; sono quasi quarant’anni che mi occupo di Nievo e questa passione nasce dietro una serie di curiosità che Nievo ha suscitato in me a vari livelli, sia sul fronte propriamente storico – col capitolo della spedizione dei Mille -, così come sul fronte letterario per tutto quello che ha scritto, in particolare <em>Le confessioni di un italiano</em>. Mi sono interessato anche della sua vita sentimentale, un capitolo per me molto trainante, a partire dalla scoperta di questo amore impossibile che lo lega a Beatrice Melzi d’Eril, moglie di un suo cugino. Esiste una quantità sterminata di documenti attraverso i quali si può approfondire la conoscenza di questo amore; in particolar modo l’epistolario di Nievo, ch’era uno che scriveva non meno di quattro-cinque lettere al giorno. Il marito di Beatrice sostiene che da quando è iniziato il rapporto confidenziale tra sua moglie e Ippolito il suo rapporto matrimoniale è migliorato, nel senso che ci sono aperture e illuminazioni che prima non c’erano, possibilità intellettuali oltre che sentimentali sorprendentemente coinvolgenti. Ancora, conoscere i particolari di questo rapporto tra due persone così fornite di senso dello <em>humor</em> che si dicono «Non è che possiamo ridurre questo amore ad una passione <em>sturm und drang</em>; sarebbe la cosa più ridicola che ci potrebbe capitare»; Ippolito e Bice non hanno alcuna intenzione di far soffrire i loro cari; il loro è un amore che resta “platonico”. Lei dice: «Ti devi trovare un amante di sostegno, in modo da non soffocare quella parte di te che altrimenti rimarrebbe monca»; sono questi gli aspetti che mi hanno indotto ad andare a fondo. Ho scritto vari anni fa una biografia di Ippolito Nievo; da allora ho cercato di vederci più chiaro. Ho trovato ulteriori documenti perché è una miniera inesauribile. Ci sono due interi archivi che non sono ancora stati resi pubblici e forse mai lo saranno, e sono gli archivi di famiglia dei Melzi d’Eril e dei Belgioioso che la pensano diversamente dagli italiani che magari tirano fuori tutto senza scrupoli etico-morali, pur avendo una legge sulla privacy rispetto alla quale non si potrebbe saper niente ma invece si conosce tutto. Ho avuto il piacere di conoscere Ludovico di Belgioioso, del quale sono stato editore, e lui mi ha permesso di leggere tutta una serie di cose, impegnandomi a non renderle pubbliche. Con la possibilità che, scrivendo un romanzo, uno scrive “ogni riferimento a persone e fatti è puramente casuale” e perciò va benissimo. In realtà io non avevo alcun interesse in chissà quale scoop; della parte saggistico-biografica mi ero già occupato. Mi interessava invece rendere giustizia all’uomo, indagare i suoi sentimenti, vagliare le sue reazioni rispetto a quanto lo circondava. Ed erano fatti pubblici e privati: il coraggio di un volontario che combatte con Garibaldi, la delusione che segue alla vittoria e alla successiva messa ai margini dei volontari da parte del governo sabaudo nella costituzione dell’Unità; e poi le sue storie d’amore e di sesso che vive comunque in maniera conflittuale; Bice lo esorta a trovarsi “un’amante di sostegno” per dare espressione a quella che Nievo stesso definisce “fisiologia”; ne ha fatto esperienza con le donne che ha incontrato, sa quanto è importante ma la vive all’insegna del malumore e del rimorso, nella condizione di una schizofrenia galoppante che sta tagliando la sua vita. Fino ad un ulteriore incontro che, senza che lui se lo aspettasse, in parte ricuce il taglio. Quando meno si aspetta che le “storie di fisiologia” possano avere un risvolto sentimentale si ritrova invischiato in una relazione in cui non contano più tanto i sensi ma il cuore. Questo è paradossalmente un farmaco ma anche un veleno perché lo rende inquieto e incerto tra il sentimento di tornare da Bice e rimanere invece nell’isola con questa donna ch’è la scoperta nuova della sua vita: Palmira. È chiaro che, come dichiaro alla fine, “tutto è rigorosamente autentico, tutto è rigorosamente immaginato”, nel senso che non ho inventato né episodi né fatti ma immaginato cosa lui e gli altri sentissero o provassero appoggiandomi sulle carte, sulle lettere. L&#8217;ottica è quella del <em>Viaggio sentimentale </em>di Sterne, ma anche del suo <em>Tristam Shandy</em>, ovvero un&#8217;operatività narrativa che se ne infischia delle regole canoniche; il <em>Tristam Shandy</em> è un romanzo alla cui metà il protagonista non è ancora nato, e questo è sorprendente. Il romanzo è molte cose diverse, non è certo il plot al quale ci ha abituati un certo tipo di narrativa; dovremo saperlo perché poi il Novecento ha rifiutato apertamente, scopertamente queste regole. Eppure i nostri editori ci hanno talmente abituati al fatto che se in un romanzo non c&#8217;è una trama, un giallo non dovremmo leggerlo. È colpa loro se ci sono così pochi lettori in Italia; noi abbiamo i peggiori editori a livello europeo e direi mondiale, così come abbiamo i peggiori politici e i peggiori in tante altre categorie, è una situazione anomala generalizzata. Non è un caso che i più grandi estimatori di Nievo romanziere siano i tedeschi. In Italia <em>Le confessioni</em> viene sottovalutato o disprezzato, mentre per i tedeschi è il romanzo più importante della modernità italiana e perfino europea. I tedeschi non hanno l&#8217;idea di narrativa che hanno i nostri editori: superficiale, libri scritti in poche settimane, col piede sinistro, che non affrontano un bel niente. I tedeschi amano il complesso, lo stratificato; io cito sempre <em>La montagna incantata </em>di Mann; è un libro nel quale il lettore dev&#8217;essere attivo, deve cooperare con lo scrittore, altrimenti non va avanti nella lettura. La lettura è perciò un&#8217;operazione di tipo esoterico, che guarda ad una ricerca, che cerca un&#8217;identità, un qualcosa per cui vale la pena vivere. Sempre di sponda mi interessava render conto della delusione e del rammarico che Nievo prova nel vedersi rifiutare il suo romanzo più importante. Era nelle mie intenzioni scivolare nella sua vicenda stringendo i tempi, raccontare le sue due ultime settimane di vita, e di farlo galleggiando; hai detto bene: l&#8217;acqua è il riferimento fondamentale; è un galleggiamento sotto tutti i punti di vista, anche nel ricordo, visto che quando ricordiamo non ce ne accorgiamo ma galleggiamo. Tutto comincia alla ringhiera di una nave e tutto finisce alla ringhiera di una nave che poi si inabissa. Nievo ha rischiato di annegare da giovane, in vacanza a grado, ma l&#8217;acqua ha pure tutta una serie di valenze nella sua esperienza, con un rapporto preferenziale con la madre. Nievo è uno che anche quando non ne ha diretta consapevolezza vive una fortissima memoria prenatale nella sacca d&#8217;acqua di sua mamma, nella pancia di una madre che sarà per lui preferenziale, nel senso che pur non essendo figlio unico diverrà comunque il figlio prediletto; i due sono sulla stessa lunghezza d&#8217;onda, hanno la stessa intelligenza rapida, veloce, hanno questa capacità d&#8217;intendersi solo guardandosi. E di qui nel sottofondo quel timore, terrore che solo da un certo momento in poi si materializza come coscienza in Ippolito, cioè il timore di violare sua madre in un&#8217;altra donna. Quando si accorge che Bice è esattamente la copia di sua madre, scatta qualcosa in lui che ne modifica la vita, l&#8217;esperienza e la volontà. L&#8217;acqua attenua, diluisce, trasporta dappertutto, arriva fin dove nessuno si immagina.</p>
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<div id="attachment_768" class="wp-caption alignleft" style="width: 235px"><a href="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/07/DSCN1197.jpg"><img class="size-medium wp-image-768" title="DSCN1197" src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/07/DSCN1197-225x300.jpg" alt="PR5" width="225" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Alberto della Rovere</p></div>
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<p><span style="color: #993300;"><em>AdR</em>: Mi ha fatto sorridere il tuo accenno al fatto che l&#8217;opera di Nievo sia stata considerata soprattutto in Germania; non a caso il parere forse più alto sulle <em>confessioni</em> in Italia viene proprio da un germanista come Claudio Magris, ovvero il parallelo famoso con l&#8217;inizio di Anna Karenina raffrontato all&#8217;incipit delle <em>confessioni</em>. Ti faccio una domanda che mi sembra nessuno ti abbia rivolto, almeno in tempi recenti. C&#8217;è un testo sulla vicenda di Ippolito scritto dal nipote Stanislao, ripubblicato di recente da Marsilio, <em>Il prato in fondo al mare</em>, testo che ottenne il Premio Strega nel 1975. Hai conosciuto Stanislao? Ti è stato d&#8217;aiuto nelle tue ricerche?</span></p>
<p><em>PR: </em>Sì, ero amico di Stanislao; ho collaborato con la sua Fondazione in più occasioni a proposito delle ricerche che riguardavano Nievo. Stanislao ha fatto diverse cose; tra l&#8217;altro ha dato vita ai famosi Parchi letterari, partendo proprio dal Parco di Nievo, dal castello di Colloredo, poi distrutto dal terremoto e in seguito restaurato. Mi divertivo molto con Stanislao; aveva la mania dei medium, era amico di una famosa medium meridionale di cui ora non ricordo il nome. Si diceva che la signora in questione avesse la facoltà di evocare i morti; Stanislao insisteva affinché lei facesse risalire dal Tirreno Ippolito per conoscere qualcosa di più della sua fine. Solo in una seduta – a quanto mi riferì Stanislao – si materializzò la figura a mezzo busto di Ippolito, il quale però non ha proferito verbo. Stanislao non si arrese, era divenuto amico della famiglia dei Picard; si mise d&#8217;accordo con uno dei figli e con una batisfera si immersero per vedere di ritrovare il relitto dell&#8217;Ercole. Non trovarono nulla, anche perché in quel tratto di mare compreso fra Punta Campanella e l&#8217;isola di Capri c&#8217;è un enorme cimitero di navi, dall&#8217;epoca pre-fenicia fino ai giorni nostri. È un tratto di mare pericolosissimo; quando lì si scatena una tempesta sono guai grossi! Stanislao ha seguito le mie ricerche ma era meno interessato al versante sentimentale o emozionale di Ippolito perché il suo sogno era quello di tirar fuori qualcosa da là sotto, magari una tavola del vapore o un oggetto. Chissà cosa ci poteva essere là sotto se non una poltiglia dopo tutto quel tempo trascorso. Stanislao ha comunque fatto moltissimo per la memoria di Nievo, per la ricerca relativa ai documenti, ai manoscritti e a tutto il resto.</p>
<p><span style="color: #993300;"><em>AdR</em>: Hai parlato prima, riguardo ad Ippolito, di una  “schizofrenia galoppante”, di questa duplicità intrinseca dell&#8217;uomo che  possiamo desumere dalle tue pagine. Ippolito è un uomo d&#8217;ordine,  funzionario rigoroso e inflessibile nel lavoro come nei rapporti e  nell&#8217;amicizia virile; del pari è uomo costretto a una continua mobilità  dalle contingenze; morirà <em>in motu</em>, in mare, vive tra due amori, Palmira e  Bice, divergenti o distanti come la Sicilia e il Piemonte. Ippolito  vive tra il passato e il futuro, tra prassi e immaginazione: penso alle  passioni umanistiche, alle sue doti mnemoniche, ai suoi giochi di  numeri. C&#8217;è un duopolio,</span><span style="color: #993300;"> una divaricazione pure nel rapporto con la sua terra d&#8217;origine, il Friuli, descritto come sospeso tra antichità e modernità, inattingibile come un sogno in quel periodo di dominazione austriaca. Vorrei che ci parlassi pure del rapporto di Nievo con la sua terra natia.</span></p>
<p><em>PR:</em> Indubbiamente questa caratteristica binaria è forte e nasce in parte dal cervello di Ippolito. Non aveva un cervello come abbiamo tutti noi; il suo era un “cervello alieno”. Il nostro è un cervello che per fortuna tralascia il 95% delle cose che abitualmente lo attraversano mentre il suo era un cervello che tratteneva tutto quel che lo attraversava, uno di quei cervelli che oggi sono i nostri computer: la memoria è lì e possiamo richiamarla quando vogliamo, anche se con un ordine rigido. Ci stanno lavorando ma è ancora difficile poter richiamare qualsiasi cosa in qualsiasi momento, indipendentemente da un ordine, così com&#8217;era per i cervelli anomali come quello di Nievo. Ippolito era in grado non solo di citare un verso tratto dalla <em>Divina Commedia</em> di Dante ma pure di ripescare una paroletta all&#8217;interno di quel verso. Avere questo tipo di cervello può essere considerato una fortuna ma anche una disgrazia terribile perché si esauriscono le capacità vitali in tempi molto rapidi; sono i precoci geniali che muoiono giovani. Tra gli scrittori arrivano sì e no ai trentanni. Come Nievo c&#8217;era Giacomo Leopardi, che conosceva tutta la tradizione italiana. Gli bastava aver letto una cosa per averla già messa in memoria. Per queste caratteristiche si tratta di un cervello anche matematico. Con i numeri Nievo si sapeva gestire benissimo, tanto che sapeva amministrare con abilità la tenuta agraria della madre; una tenuta che avrebbe avuto bisogno di 7-8 impiegati lui la amministrava da solo e nei ritagli di tempo. Infatti Garibaldi, che sapeva ben scegliere i suoi collaboratori, lo sceglie come amministratore. Questa caratteristica binaria non esclude, rispetto ai numeri, la fantasia. L&#8217;immaginazione non è la facoltà arbitraria che siamo soliti credere ma in questo tipo di cervelli è una facoltà di una logica ferrea per cui la fantasia che estrae dipende dalle fonti presso cui pesca. È quello che Einstein sosteneva sull&#8217;immaginazione rispetto ai suoi colleghi: li accusava di mancare di immaginazione. La competenza da sola non basta in uno scienziato. Lo scienziato è un essere creativo, la facoltà dell&#8217;immaginazione gli consente di elaborare la teoria della relatività nel 1905 che avrà bisogno di altri cinquant&#8217;anni per essere dimostrata in laboratorio. Nievo è tutto questo, con questo tipo di cervello che gli consente di scrivere tutto un romanzo in testa senza neanche prendere un appunto. <em>Le confessioni di un italiano</em> quando è stampato sono quasi mille pagine. Nievo lo ha scritto prima nella sua testa, una cosa sorprendente. Un cervello che organizza e sistema; nel momento in cui si mette a scrivere è come una stampante che trasferisce sulla carta ciò che ha in memoria. Se uno va a vedere il manoscritto delle confessioni a Mantova rimane colpito dalla perfezione senza correzioni. Non ci sono, però, solo delle caratteristiche geniali, c&#8217;è pure un talento notevole in quanto il genio senza talento non arriva ai risultati significativi che la combinazione delle due cose produce. Mi riferisco di nuovo a <em>Le confessioni di un italiano</em> che sono un po&#8217; la radiografia di questa situazione binaria, anche nella divaricazione che indicavi prima, rispetto a Bice e Palmira, i numeri e così via nella realizzazione di queste due indagini del profondo che sono i due personaggi del romanzo, Carlino e la Pisana, definite indagini freudiane ante-litteram proprio perché attraversano tutta una serie di sviluppi che riguardano l&#8217;educazione sentimentale, la sessualità, la psicologia e altri aspetti che sono un po&#8217; la ricchezza di questo romanzo e che ne hanno fatto la sua fortuna paradossalmente più all&#8217;estero che in Italia, a partire da Tolstoj, attento sfruttatore de <em>Le confessioni di un italiano</em>, che lui conosceva come <em>Memorie di un ottuagenario</em> – il romanzo infatti esce postumo, in virtù dell&#8217;amicizia di Arnaldo Fusinato che dice al suo editore «O pubblichi il romanzo di Nievo oppure io cambio editore». L&#8217;editore lo pubblica con questo titolo, pensando a qualche lettore nostalgico interessato alle memorie di Nievo; e soprattutto lo pubblica con qualche consistente taglio, affidato alla moglie di Arnaldo, che fu molto abile a far credere all&#8217;editore di aver tagliato più di quanto effettivamente tagliava.</p>
<div id="attachment_766" class="wp-caption alignleft" style="width: 235px"><a href="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/07/DSCN1193.jpg"><img class="size-medium wp-image-766" title="DSCN1193" src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/07/DSCN1193-225x300.jpg" alt="PR3" width="225" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Paolo Ruffilli</p></div>
<p><span style="color: #993300;"><em>AdR:</em> Siamo perciò giunti al secondo lemma del titolo, alla definizione di “sogno”. «Le illusioni, mamma, sono spesso la ragione della vita», dice Nievo alla madre in un passaggio. Sogni e illusioni guidano il romanzo; è un orientamento, onirico, straniante, “liquido”, fino a perdersi in una sorta di beatitudine ch&#8217;è l&#8217;abbraccio mortale del naufragio. Ci sono delle illusioni che emergono rispetto alle altre: una è l&#8217;impresa garibaldina – Nievo la intende come “eresia” -, gli amori e non da ultimo la pubblicazione in vita de <em>Le confessioni di un italiano</em>. Ecco, vorrei che tirassi le fila su questa seconda componente del tuo libro.</span></p>
<p><em>PR</em>: Il sogno è in fondo il contenitore; “la vita è sogno”, perciò Ippolito, in questi suoi ultimi giorni ri-sogna l&#8217;intera sua vita, vivendo l&#8217;esperienza del sogno in quella chiave che dovrebbe essere per noi maestra di vita ma non lo è mai perché tutti noi, anche se sogniamo molto, al risveglio non mettiamo mai a frutto i contenuti del sogno come metodo. Il sogno ci dovrebbe insegnare ad essere meno “realisti”, ad avere di meno quell&#8217;ossessione della realtà, che è una ossessione dell&#8217;abbaglio perché ciò che noi definiamo come realtà è invece un abbaglio; la realtà permane dietro, è sempre nascosta. Bisogna essere dotati di quelle qualità che il sogno cerca di ricordarci; in prima istanza il tentativo di slegare i lacci dello spazio e del tempo; convincerci che il passato non è alle nostre spalle ma “il passato siamo noi”. Conta ciò che è in essere e quel che è in essere è il nostro propellente, la nostra possibilità di vederci più chiaro in questo grande mistero ch&#8217;è la vita. Se noi pensiamo di risolvere il mistero “fotografando” in senso scientifico la realtà noi ci illudiamo perché stiamo fotografando l&#8217;abbaglio. Perfino la Scienza se n&#8217;è accorta e ultimamente le frange più avanzate della ricerca si stanno liberando dai paraocchi post-positivisti. Il tempio della ricerca più avanzata è Los Alamos, il tempio dei fisici teorici che si occupano della cosiddetta “realtà non fattuale”, quella realtà slegata dallo spazio e dal tempo, che sta oltre l&#8217;apparenza alla quale ci condannano i nostri sensi. Il sogno dovrebbe avere il compito di ricordarci che dobbiamo cambiare visuale. Già nell&#8217;Ottocento sono in molti ad essere convinti di questo; a me piace ricordare Oscar Wilde: «Gli scrittori che continuamente nominano la vanga dovrebbero essere costretti ad usarla»; e ancora «Il compito dello scrittore non è quello di imitare la realtà; quello lo lasciamo fare allo scrittore popolare che ha bisogno di guadagnare qualche soldo e di andare incontro ai bisogni dei suoi lettori».<br />
Nievo era un uomo di esperienza, uno ch&#8217;era sceso nella realtà ma con la sensazione che per catturarla, quella realtà, si dovesse usare tutto un altro sistema. Non era imitandola che si poteva metterla in scacco. Siamo però in un momento in cui sta succedendo il contrario in Europa e soprattutto in Italia; si vanno affermando il Naturalismo e il Verismo; posizioni moderne rispetto a queste che sono di retroguardia vengono coperte e marginalizzate. Diviene vincente il modello “realista” anche nell&#8217;esperienza narrativa italiana: <em>I Malavoglia</em>, <em>Mastro Don Gesualdo</em>, <em>I vicerè</em>, libri di grande qualità e di grande interesse che coprono quel che di moderno stava avanzando nell&#8217;opera di Nievo. In <em>Le confessioni</em> il sogno ha una parte ricorrente; questo lo dico perché faccio ricorso ad alcuni sogni pure nel mio romanzo.</p>
<div id="attachment_769" class="wp-caption aligncenter" style="width: 235px"><a href="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/07/DSCN1200.jpg"><img class="size-medium wp-image-769" title="DSCN1200" src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/07/DSCN1200-225x300.jpg" alt="PR6" width="225" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Paolo Ruffilli</p></div>
<p class="facebook"><a href="http://www.facebook.com/share.php?u=http://www.albertocarollo.it/blog/2011/07/09/lisola-e-il-sogno-intervista-a-paolo-ruffilli/" target="_blank"><img src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/plugins/add-to-facebook-plugin/facebook_share_icon.gif" alt="Share on Facebook" title="Share on Facebook" /></a></p>]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;isola e il sogno</title>
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		<pubDate>Sun, 03 Jul 2011 14:36:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Paolo Ruffilli, L&#8217;isola e il sogno (Fazi Editore, 2011, pp. 195, € 17,50 ISBN 978-88-6411-252-7) «L&#8217;idea improvvisa di fermare la sua età e la vita: il sogno di restare ancorato dentro il tempo, lì sul mare fuori dal porto, in vista dell&#8217;isola felice. Come la nave dei feaci, bloccata in un eterno avvio, senza più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Paolo Ruffilli, <em>L&#8217;isola e il sogno</em><br />
(Fazi Editore, 2011, pp. 195, € 17,50 ISBN 978-88-6411-252-7)</p>
<p><a href="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/04/isola-e-sogno_cover.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-647" title="isola e sogno_cover" src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/04/isola-e-sogno_cover.jpg" alt="ruffilli_l'isola e il sogno_cover" width="180" height="225" /></a>«L&#8217;idea improvvisa di fermare la sua età e la vita: il sogno di restare ancorato dentro il tempo, lì sul mare fuori dal porto, in vista dell&#8217;isola felice. Come la nave dei feaci, bloccata in un eterno avvio, senza più arrivi e senza più partenze.»</p>
<p>Paolo Ruffilli realizza – in stato di grazia &#8211; un moderno, inconsueto ritratto di Ippolito Nievo trentenne, letterato e ufficiale che ritorna in Sicilia in missione speciale, col compito di raccogliere le carte e i documenti a garanzia del governo garibaldino; di lì a poco sarebbe stato proclamato il Regno d&#8217;Italia. «Tutto è rigorosamente autentico, tutto è rigorosamente immaginato», scrive l&#8217;autore in una postilla, ed è pur vero che L&#8217;isola e il sogno si nutre dell&#8217;opera di Nievo, dei racconti degli scrittori garibaldini, dei reportage di Alexandre Dumas e di riviste d&#8217;epoca ma deborda dai canoni del romanzo storico per farsi molto di più e molto altro.<span id="more-756"></span><br />
Ruffilli si occupa di Nievo e dei suoi scritti da ben quarantanni e ci piace pensare che questo libro costituisca il vertice e la convergenza delle sue ricerche, degli interessi personali e professionali attorno ad un protagonista delle nostre patrie lettere, per certi aspetti adombrato e non del tutto riconosciuto in Italia, laddove ha invece acquisito il meritato rilievo in altri paesi europei. Il punto di vista adottato è quello di una prospettiva interiorizzata: Ruffilli vede e sente come Ippolito, il filtro è la coscienza pensante del coraggioso intendente garibaldino, è una ricognizione nell&#8217;anima e nel cuore dell&#8217;uomo Nievo, dove la grammatica delle emozioni si compone sovente di conflitti, spesso di segno opposto e di ardua conciliazione.</p>
<p>Assistiamo così alla inquieta educazione sentimentale del protagonista: dall&#8217;infatuazione per Matilde Ferrari all&#8217;amore impossibile con Bice Melzi d&#8217;Eril, moglie di un suo cugino. È un amore talmente speciale questo con Bice, ricostruito anche grazie al corposo epistolario di Nievo (per gran parte ancora non divulgato ma che Ruffilli ha avuto il privilegio di poter esaminare), da far ammettere al marito Carlo che l&#8217;intenso legame  di Ippolito con sua moglie ha reso più fecondo e stimolante il loro rapporto, sia intellettualmente che sentimentalmente. La coppia galeotta ha sufficiente consapevolezza per non far soffrire i propri cari e ironia per mettersi d&#8217;accordo, per non lasciarsi andare alla passione <em>sturm und drang</em>; «Te lo ripeto un&#8217;altra volta, Ippolito. Sarai per forza costretto ad affiancare un&#8217;amante di sostegno alla tua amata»; e ancora: «(&#8230;)ce lo siamo ripetuti molte volte che, nel nostro caso, il corpo era un intralcio più che altro.» Ippolito soffre la divaricazione tra la purezza del sentimento che prova per Bice – nel quale a volte, atterrito, sovrappone la figura della madre, colpevolizzandosi per i possibili risvolti incestuosi – e le necessità di quella che definisce «fisiologia».</p>
<p>Per lui era cominciata una vita del cuore e del dolore, dell&#8217;impossibile e dei ricordi accesi che galleggiano nella mobile superficie dell&#8217;acqua – è questo un romanzo che inizia il suo moto dall&#8217;acqua e termina nell&#8217;acqua, come rileva Patrizia Garofalo in un suo recente commento – durante una traversata, alla ringhiera di un vapore. Ippolito rientra in Sicilia a malincuore, dopo i trascorsi al seguito di Garibaldi; ma è nell&#8217;isola, nel febbrile lavorio della memoria e nell&#8217;ininterrotto carteggio con Bice, che ricompone in parte i dissidi interiori. La vita palermitana lo risucchia; le ville degli aristocratici gli si spalancano con le loro lusinghe mondane; i riti di quella società sfarzosa e raffinata si officiano negli incontri a teatro, si riconoscono nel furoreggiare del melodramma. In questo contesto prenderà forma la sua passione per Palmira, terapia e veleno in una singola mistura. Palmira è la Sicilia, è pienezza del corpo, «felicità delle funzioni», esplosione di vita, colori, sapori, luce e calore; Palmira è un effetto scirocco per cui «L&#8217;umore cala e, poi, si risolleva», è ciò che conta nel presente, «Ciò che ti passa, mentre passa sopra la tua pelle, tra le mani&#8230;», è il sogno di fermarsi finalmente per sempre, dimentico della prediletta Torino, dei soggiorni milanesi e nel lago di Bellagio, ospite gradito di Carlo e Bice, della «saldezza granitica» dell&#8217;amato Friuli.</p>
<p>Di sponda riemergono gli impulsi ad agire, «non per sé, ma per l&#8217;Italia&#8230; per tutti gli italiani», ma pure il rammarico di essersi visto rifiutare  il suo  miglior lavoro, <em>Le confessioni</em>, un&#8217;opera geniale, “troppo nuova” per essere compresa all&#8217;epoca. «Gli editori cavalcano le mode e sono attenti adesso alle storie esotiche più divaganti. Non sono più capaci di distinguere.»<br />
Infine il viaggio per mare, verso l&#8217;ignoto. L&#8217;autore restringe il tiro, ci narra le due ultime settimane di vita del suo eroe, lo consegna al mito attraverso il tragico epilogo per mare, a quel presagio di dover abbandonare il presente: «Lo scenario lo richiamava fuori: luoghi e colori che stava per lasciare. &#8216;Per sempre o no?&#8217; si chiese, senza avere una risposta». La lingua di Ruffilli è fluida, scattante e vibrante di allitterazioni, di acciaccature e di sincopi, la narrazione si ammanta di poesia; le concitate pagine a bordo dell&#8217;Ercole, brutalmente devastato dalla furia degli elementi, sprigionano un pathos la cui misura è da intendersi nella sua più autentica accezione classica: vale a dire che trasaliamo con Ippolito, ci aggrappiamo disperatamente, ad ogni suo respiro, alla speranza di una bonaccia, ci contraiamo di rivolta, di infelicità e rabbia per lo sfregio di quel destino e l&#8217;indifferenza di tutti coloro che «ignoravano la mala sorte in cui facevano naufragio i suoi trent&#8217;anni». Con buona pace di tutti quei miseri postulanti speculatori e faccendieri, dei meschini ed ambigui compromessi, delle trame oscure che prepararono la proclamazione dell&#8217;unità nel 1861.</p>
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		<title>Goffredo Parise: Veneto &#8220;barbaro&#8221; di muschi e nebbie</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Jun 2011 09:03:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Veneto “barbaro” di muschi e nebbie. Sull&#8217;identità vicentina e altro &#8211; 2. Se desiderate leggere il primo contributo su Parise e l&#8217;identità vicentina: qui.   Uno dei temi di maggiore fascino nell&#8217;opera di Parise è il tema della “casa” e del rapporto con la sua regione natale nell&#8217;ultimo scorcio della sua vita, dopo il 1970 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Veneto “barbaro” di muschi e nebbie.<br />
</strong>Sull&#8217;identità vicentina e altro &#8211; 2.</em></p>
<p>Se desiderate leggere il primo contributo su Parise e l&#8217;identità vicentina: <a href="http://www.albertocarollo.it/blog/?p=692">qui</a>.</p>
<div id="attachment_707" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><a href="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/06/Salgareda1.jpg"><img class="size-full wp-image-707" title="Salgareda1" src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/06/Salgareda1.jpg" alt="goffedo parise" width="250" height="347" /></a><p class="wp-caption-text">Goffredo Parise</p></div>
<p>  Uno dei temi di maggiore fascino nell&#8217;opera di Parise è il tema della “casa” e del rapporto con la sua regione natale nell&#8217;ultimo scorcio della sua vita, dopo il 1970 e fino al 1986. Lo scrittore vicentino ha compiuto viaggi intorno al mondo, è stato prima a Milano poi ha abitato a Roma. Minato nel fisico e consapevole che non potrà disporre di grande longevità, Parise acquista una casa a Salgareda, sul fiume Piave: un casolare agricolo, abbandonato e in rovina. Lo ristruttura e vi abita negli ultimi anni.<br />
Perché Parise non ritorna nella sua città, Vicenza?<span id="more-705"></span><br />
Perché in questo momento – come scrive Silvio Perrella – in lui c&#8217;è il bisogno di collocare tutto lontano nel tempo e nello spazio; la sua città è meglio guardarla da una certa, anche se minima, distanza.</p>
<p>Il tema della “casa” era già fortemente presente in una raccolta di racconti degli anni milanesi, sistemati postumi da Cesare Garboli, Giosetta Fioroni e Natalia Ginzburg e dati alle stampe nel 1987 col titolo <em>Gli americani a Vicenza e altri racconti 1952-1965</em>. Nei racconti lo scenario veneto è la caratteristica più evidente e la sua spina dorsale. Parise è stato uno scrittore ben radicato nel suo luogo d&#8217;origine e questo non entra in contraddizione con il suo desiderio senza posa di viaggiare. Parise stesso scioglie questo dubbio, parlando di questa convivenza “veneta” di centrifugo e centripeto. È il senso della casa nomade, della felice precarietà dell&#8217;adolescenza, tendenza degli scrittori veneti che pure trascorrendo la vita di viaggio in viaggio, sognano di avere una casa o una tenda sulle loro colline, tra parchi e alberi o sulle montagne cariche di boschi profumati di resina, e di tornarci, luoghi amati, per il riposo al termine dei viaggi e dei mercati.</p>
<p>Nel territorio veneto, nelle sue armoniose geometrie palladiane, nella dolcezza dei colli e delle campagne ordinate Parise ritrova la presenza del <em>genius loci</em>. È qui che risiede il germe delle origini, della propria essenza profonda (sua e dei veneti): un germe che contiene tra l&#8217;altro una sorta di paganesimo locale (di religiosità legata alla terra nativa. Pensiamo alla pittura veneta, ai boschetti, alle scene mitologiche presso le fonti. Nell&#8217;età più splendente del Veneto Andrea Palladio costruisce ville patrizie ispirandosi al tempio ellenico, all&#8217;edificio sacro che per Heidegger è emanazione stessa della terra. Il culto pagano dei veneti è la passione per la terra che essi hanno lavorato per generazioni come coltivatori. La passione per la casa, per dove si vive, per l&#8217;<em>Heimat </em>stava e sta sopra ogni altra cosa. Ne è un esempio eloquente il racconto <em>Il colle dei sette venti</em> (1957), di eccezionale resa poetica e paesaggistica.</p>
<p>La chiusura del “ciclo della casa” e del ciclo vitale di Goffredo Parise lo abbiamo però in un articolo del <em>Corriere</em> datato 1.7.1983, ad appena tre anni dalla morte, titolato <em>Veneto “barbaro” di muschi e nebbie</em>. È una prova della straordinaria capacità di Parise di fondere con naturalezza motivi autobiografici a considerazioni di carattere generale, con quel suo sguardo da “entomologo”, con quel suo gusto per i particolari rivelatori di significati sottesi o nascosti. L&#8217;imprescindibile presenza del Veneto e l&#8217;indugiare nei suoi aspetti climatici, quasi elevati a simbolo della statura morale di questa provincia, si configura come un ponte ideale tra il passato – personale dello scrittore e collettivo, delle generazioni che hanno vissuto in questi luoghi -, rappresentato con originale raffinatezza naturalistica nei racconti dell&#8217;apprendistato e della giovinezza, e il presente dei paesaggi “sottratti” e “stilizzati” (è ancora Garboli) dei <em>Sillabari</em>. «Mi chiedevo quale cultura potesse legare la solenne bellezza delle colonne palladiane, dei mattoni e dei portici padovani, dei ponti veronesi, della scintillante Venezia con il suo ricciolo di ferro sulla punta delle gondole e i suoi pittori alla enorme quantità di piccole e grandi fabbriche del Veneto e non ne trovavo nessuna salvo una e una sola: la forza barbarica della terra, che ha prodotto lavoro dei campi fino a ieri e ora produce lavoro nelle fabbriche».</p>
<p>Bibliografia di riferimento:<br />
<em>Veneto “barbaro” di muschi e nebbie</em> in <em>Corriere della sera</em>, 1.7.1983; ora in <em>Opere</em>, 2 voll., Milano: Mondadori «Meridiani», 1987-1989, a cura di Bruno Gallagher e Mauro Portello, con introduzione di Andrea Zanzotto, II, pp. 1535-9.<br />
<em>Gli americani a Vicenza e altri racconti</em>, Milano: Schweiller 1966 e Mondadori 1987, con una nota di Cesare Garboli<br />
Sillabari, Milano; Mondadori «Oscar», 1984; Milano: Adelphi, 2004 e 2009.</p>
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		<title>Goffredo Parise: &#8220;Un sogno improbabile&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 20 May 2011 08:59:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alberto</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Un sogno improbabile</strong></em><strong>.<br />
</strong><em>Sull&#8217;identità vicentina e altro &#8211; 1.</em></p>
<div id="attachment_694" class="wp-caption alignleft" style="width: 210px"><a href="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/05/goffredo-parise_soldati.jpg"><img class="size-full wp-image-694" title="goffredo parise_soldati" src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/05/goffredo-parise_soldati.jpg" alt="goffredo parise" width="200" height="223" /></a><p class="wp-caption-text">Goffredo Parise</p></div>
<p>Come scrive con arguzia Stefano Strazzabosco in una raccolta di testi commentati su Goffredo Parise &#8211; edita dalla Biblioteca Civica Bertoliana e dalla Società Generale del Mutuo Soccorso di Vicenza nel 1996 -, «Vicenza era per lo scrittore un luogo insieme geografico e simbolico». Questa affermazione è più che mai veritiera se si considerano i suoi esordi. <em>Il ragazzo morto e le comete</em> è del 1951; il romanzo non assomiglia ad alcun romanzo di quegli anni, è un&#8217;invenzione surreale che Parise stesso definisce «un sogno cubista».<span id="more-692"></span></p>
<p><a href="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/05/il-ragazzo-morto-e-le-comete.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-696" title="il ragazzo morto e le comete" src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/05/il-ragazzo-morto-e-le-comete.jpg" alt="" width="136" height="219" /></a>Quando iniziò a scriverlo, nel 1948, aveva diciotto anni e detestava la letteratura “tradizionale” neorealista, verista e intimista allora in voga, quella dei vari Vittorini, Moravia, Pavese, Pasolini e Cassola. La scrittura di Parise, come quella di Comisso che egli elegge a padre e maestro, si sviluppa in modo ininterrotto dalla vita, in una continua osmosi tra esperienza e finzione, tra realtà e favola. Cesare Garboli si chiese, a proposito di Parise: «Si può essere pittori astratti e insieme figurativi?» Per <em>Il ragazzo morto</em> si sono tirati in ballo Chagall, o la scrittura di Capote in <em>Altre voci e altre stanze</em>. La realtà viene decostruita e ricomposta attraverso un caleidoscopio di immagini deformate e dai colori accesi: macerie, bunker abbandonati colmi di liquami, rifiuti di solaio, topi e pappagalli, visione stravolta del dopoguerra e preveggenza del futuro insieme. L’elemento surreale, opportunamente addomesticato, pervade molte delle opere successive, dall’epopea picaresca de <em>Il prete bello</em>, dagli “esseri alieni” che percorrono le vie della città e dei colli in <em>Gli americani a Vicenza</em> ai <em>Sillabari</em>, di volta in volta filtrato dalla maggior consapevolezza e mestiere, con la piena maturità e i reportages degli innumerevoli viaggi intorno al mondo: Vietnam, Biafra, Laos, Cile.</p>
<p>Parlando di identità vicentina mi è parso imprescindibile citare <em>Un sogno improbabile</em> (1963), contenuto nelle<em> Opere </em>(1987 e seguenti), scritto per presentare <em>Le furie</em> di Guido Piovene. In questo breve intervento Parise discorre con un’incarnazione onirica di Piovene sulla “vicentinità”, categoria controversa, proteiforme e ricca di molte implicazioni. <em>Un sogno improbabile</em> incarna tutti gli aspetti della visione profonda, realistica e dolorosamente esistenziale della realtà che circonda lo scrittore vicentino, stilizzata ed espressa in una sontuosa veste di fiaba allegorica e onirica, con tanto di incanti, metamorfosi e dimensioni  parallele/infere.</p>
<p>Riportiamo di seguito un estratto significativo per le nostre annotazioni:</p>
<p>«La vicentinità è la facoltà di tradurre in passioni intellettuali, astratte, le passioni reali. La costante tendenza, cioè, a frenare e forse a dissolvere prima del loro compiersi quei moti dell’animo, del pensiero e della carne che conducono ai fatti e, di conseguenza, alle conseguenze. Cioè, ancora, una forma di prudenza, di diffidenza, di avarizia che potrebbe apparire anche soltanto borghese, o per meglio dire di amministrazione dei sentimenti che tende inesorabilmente alla staticità, alla immobilità, al monologo e non al dialogo, insomma alla fantasia, alla nevrastenia, talvolta alla narcisistica follia. Questo groviglio interiore che non si esprime mai, questo pasticcio di cose improbabili che diventano probabili per virtù di farnetico, tutto ciò, forse, è la vicentinità.»<br />
(da <em>Un sogno improbabile</em>, in <em>Opere</em>, Milano: Mondadori, «Meridiani», 1987-1989, vol I, pp. 1547-52)</p>
<p>Tentiamo di coglierne gli aspetti principali: «La vicentinità è la facoltà di tradurre in passioni intellettuali, astratte, le passioni reali. La costante tendenza, cioè, a frenare [...]»; più avanti si parla di forma di prudenza, di diffidenza, di avarizia. La vicentinità, sembra dirci Parise, non si getta nella mischia, non agisce, non vive sulla propria carne la tempesta delle passioni ma ne distilla razionalmente l&#8217;essenza. Non è quell&#8217;inestricabile miscuglio di Arte e Vita che ha contraddistinto lo scrittore Parise, bensì una posa da letterato, da accademico che preferisce “rappresentarsi”, costruirsi un&#8217;immagine ideale e astratta nella sua torre d&#8217;avorio. Parise parla inoltre di «amministrazione dei sentimenti che tende alla staticità, alla immobilità». È un atteggiamento che potrebbe apparire peculiarmente borghese, signorile.</p>
<p><a href="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/05/il-prete-bello_cover.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-695" title="il prete bello_cover" src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/05/il-prete-bello_cover.jpg" alt="" width="160" height="255" /></a>Poche righe più in là si affronta il tema della religiosità vicentina. «[...] la vicentinità non ha nulla a che fare col cattolicesimo e tanto meno con la religiosità». L&#8217;elemento religioso sembra essere per il vicentino un orpello, una questione di “facciata”. Il trascendente è accantonato, contano i problemi contingenti. Nella sua accezione più vera e sofferta, la religiosità è estranea alla vicentinità che comprende, invece, una immanente idea del perfetto.</p>
<p>Questa idea connaturata di perfetto è l&#8217;incrollabile certezza del giudizio morale, è una forma di intelligenza, di superbia intellettuale trasfusa nei palazzi nelle strade, nelle mutazioni dei luoghi: da città ad empireo. Si tratta dell&#8217;ideale neoclassico, limpido ed euclideo, del volto che Palladio diede a Vicenza; di Pallade dea della Casa e di Atene che preserva nel silenzio delle mura i suoi figli dal clamore e dalla barbarie esterne. È quello snodo di cultura neoplatonico, di Marsilio Ficino e dei suoi seguaci fiorentini, dei patrizi che condividevano sontuosi “banchetti di conoscenza” e gaudenti conviti, di quella corte asolana dove regnava Caterina Cornaro sovrana di Cipro, la stessa dove si abbeverarono Giorgione e Pietro Bembo, il letterato che fissò il canone della lingua.</p>
<p>Perfino la Natura partecipa di questa aspirazione al perfetto: i colli e la pianura si ammorbidiscono, prendono forme e colori, volumi suadenti, truccati e imbellettati in un seducente <em>maquillage</em>. Ma, ahimè, come ne <em>Il ritratto di Dorian Gray</em>, dietro la tela si annida la vecchiaia, la decrepitudine, la malattia. Estetismo, decadentismo e mania: il &#8220;prete bello&#8221; Gastone Caoduro sarà pure una metafora del fascismo, eppure il suo machismo, la sua influenza, la sua illibatezza non si dissolvono forse miserevolmente nella tisi e nel vizio, tra le braccia di una beghina adorante? Non è forse questa un&#8217;altra immagine della vicentinità?</p>
<p>______________________________________________________________________________________</p>
<p>Bibliografia di riferimento:<br />
<em>Il ragazzo morto e le comete</em>, Venezia, Neri Pozza, 1951; Torino, Einaudi, 1972; Milano, Adelphi, 2006 (A cura di Silvio Perrella)<br />
<em>Il prete bello</em>, Milano: Garzanti, 1954; Milano: Rizzoli, 2001 e Adelphi, 2010.<br />
<em>Gli americani a Vicenza e altri racconti</em>, Milano: Schweiller 1966 e Mondadori 1987, con una nota di Cesare Garboli<br />
<em>Sillabari</em>, Milano; Mondadori «Oscar», 1984; Milano: Adelphi, 2004 e 2009.<br />
<em>Opere</em>, 2 voll., Milano: Mondadori «Meridiani», 1987-1989, a cura di Bruno Gallagher e Mauro Portello, con introduzione di Andrea Zanzotto.</p>
<p class="facebook"><a href="http://www.facebook.com/share.php?u=http://www.albertocarollo.it/blog/2011/05/20/goffredo-parise-un-sogno-improbabile/" target="_blank"><img src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/plugins/add-to-facebook-plugin/facebook_share_icon.gif" alt="Share on Facebook" title="Share on Facebook" /></a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Barocco amorale: intervista a Diego Conticello</title>
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		<pubDate>Fri, 13 May 2011 21:28:11 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Diego Conticello, Barocco amorale (LietoColle &#8211; Collana Erato, 2010, € 13,00, SBN: 978-88-7848-592-1) Ho avuto il piacere di conoscere Diego Conticello sui banchi di scuola, qualche anno fa. Abbiamo frequentato alcuni corsi in comune all’Università di Padova; entrambi eravamo iscritti allo stesso corso di Laurea: Linguaggi e tecniche di scrittura. Al tempo Diego era giovanissimo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Diego Conticello, <em>Barocco amorale</em><br />
(LietoColle &#8211; Collana Erato, 2010, € 13,00, SBN: 978-88-7848-592-1)</p>
<p><a href="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2010/11/conticello.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-355" title="conticello" src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2010/11/conticello.jpg" alt="barocco amorale_cover" width="165" height="233" /></a>Ho avuto il piacere di conoscere Diego Conticello sui banchi di scuola, qualche anno fa. Abbiamo frequentato alcuni corsi in comune all’Università di Padova; entrambi eravamo iscritti allo stesso corso di Laurea: <em>Linguaggi e tecniche di scrittura</em>. Al tempo Diego era giovanissimo ( e lo è ancora, capirai, classe 1984. Ero io quello stagionato e fuori target!); di lui mi colpivano piacevolmente gli elaborati prodotti nei vari workshop; ognuno di loro parlava della sua personalità, già all’epoca molto ben strutturata. Gli esiti di quei componimenti erano di una modernità sconcertante; Diego aveva già un’idea ben precisa di poesia, era determinato e disponeva di un talento sorprendente nel declinare esercizi che richiedevano il registro della prosa in frasi che avevano la misura dei versi, una attenzione alla prosodia, alle allitterazioni, all’uso fono-simbolico delle parole, alcune delle quali desuete, ricercate, deformate a bella posta. L’esito formale non aveva nulla di farraginoso, al contrario: la sua poesia sgorgava con imprevedibile naturalezza e parlava un linguaggio fortemente connotato, originale, rivolto a chi non presta alla parola poetica orecchi distratti ma la espropria delle funzioni utilitaristiche dell’uso quotidiano per farne <em>zauber</em>, magia, gioco raffinato quanto impegno etico dai significati polivalenti. L’ho ritrovato col bagaglio di ulteriori esperienze di vita e di scrittura; si è lasciato alle spalle alcuni lavori di esegesi di testi poetici ed ha prodotto la sua prima raccolta di poesie, uscita di recente per Lieto Colle: Barocco amorale. Ne parliamo direttamente con lui:<span id="more-682"></span></p>
<p><strong>Barocco amorale: intervista a Diego Conticello</strong></p>
<p><span style="color: #993300;">Alberto Carollo: Partiamo dal titolo di questa tua silloge, caro Diego. Conoscendoti so per certo ch’è un efficace quanto calzante biglietto da visita della tua poetica, ma cerchiamo di fornire qualche coordinata in più al lettore che ti voglia accostare. Il “Barocco” non allude solo alla tua formazione, alla tua provenienza geografica, ai tuoi studi su Lucio Piccolo. In quali accezioni qualifichi come “barocche” le tue composizioni? Per “amorale” alcuni commentatori rilevano che non sia da intendersi letteralmente, ma piuttosto un riferimento alla tematica amorosa come centralità del testo, peculiarmente anticonvenzionale e ri-codificata.<br />
Vuoi fornirci qualche ulteriore precisazione al riguardo?</span></p>
<p>Diego Conticello: Le mie liriche sono “barocche” in primo luogo per la ricerca della parola rara, anticata, inusuale ai limiti del neologismo o addirittura della voluta storpiatura formale, del metaforismo che si vuole arrampicare sempre più in alto e, di conseguenza, in rischioso bilico sulla fragilissima fune dei pensieri e dello stupore.<br />
E’ vero poi che l’aggettivo “amorale” è da intendersi come “amoroso”, ma anche privo di catene eccessivamente moralizzanti che inibiscano ogni slancio di “amoralità” in tutta la sua pienezza.</p>
<p><span style="color: #993300;">AC: Il tuo è un canzoniere d’amore propriamente inteso: ricerca di un eterno femminino ma anche seduzione del corpo, sensualità e celebrazione della bellezza dell’amata. Altro motivo predominante è pure l’amore per la natura, per la tua terra d’origine, per una certa tipologia umana, per i tuoi sodali o modelli di riferimento. Quali altre <em>nuances</em> potremmo aggiungere? Secondo te come parla d’amore la tua poesia e come dovrebbe parlare d’amore la lirica contemporanea per non apparire frusta e di maniera?</span></p>
<p>DC: Certamente la sacralità dell’eros e della natura è talmente poderosa che non può contemplare nessun vitalizio con la religiosità degli antiquati rituali cattolici, che considero ormai privi di ogni suggestione o influenza, ma solo trite litanie superstiziose da cui liberarsi per riscoprire quella vera fedeltà che consiste nel rapporto festoso e totalizzante con la natura delle cose.<br />
La mia poesia accoglie una visione viscerale dell’amore, in stretta armonia col vissuto, dunque prima di tutto parla di passione in modo autentico e mai distante. Nella poesia contemporanea (che poi è specchio della nostra realtà sociale) la parola viene giornalmente svilita per l’uso estremamente smodato di termini troppo comuni, cosiddetti “facili”. Si assiste, ahimé in troppe letture, a banali tentativi di melenso romanticismo che neanche nei vecchi romanzi d’appendice trova ormai spazio. Poi la forzatissima operazione per cui leggiamo ancora testi in rima baciata fa il resto, dando la mazzata finale, imbrigliando la parola dentro universi limitatissimi che non le appartengono. Quindi prima di poter parlare d’amore è necessario saper parlare, saper scrivere (sbagliano coloro i quali pensano che abbisogni solo il talento, giova imparare ogni giorno, talvolta in maniera anche poco docile, lacerante).</p>
<p><span style="color: #993300;">AC: In una tua nota o <em>Avvertenza</em> in epigrafe alla raccolta scrivi: «La mia poesia è il tentativo di raccogliere l’acino migliore dal grappolo più buono». In effetti trovo che il tuo lavoro sulla parola sia il processo di un’elaborata selezione, di una volontà di pervenire ad un dettato minimale quanto ricercato, con una misura sempre brevilinea del verso. In quale direzione si muove la tua ricerca espressiva?</span></p>
<p>DC: Il mio è un tentativo (riuscito o meno spetta dirlo al lettore) di recuperare la centralità della parola, cercando di restituire significati anche nascosti, per così dire in via d’estinzione, talvolta con un simbolismo che possa caricare i termini di una “plurisensualità” che favorisca la massima apertura possibile del pensiero in quel determinato istante in cui la si legge. Ormai in poesia è stato detto tutto, del resto sono trascorsi tremila anni e più dalle prime manifestazioni del pensiero lirico, per cui la sola cosa che mi resta è la ricerca e la fede nelle assolute potenzialità della parola, non vedo altro nel mio orizzonte. Lo scheletro breve e privo di metrica mi aiuta a non sottostare a rigidi tradizionalismi che non mi appartengono, liberando la parola nella sua più sincera libertà.</p>
<p><span style="color: #993300;">AC: Da un punto di vista stilistico c’è in “Barocco amorale” un’attenzione quasi “spasmodica” al lessico. Da studioso di letteratura guardi con un occhio, consapevolmente, alla tradizione (Ramat nella sua prefazione parla di «Novecento aurorale») e con l’altro ti volgi al presente ed immediato futuro (del resto sei un poeta giovanissimo), sperimentando soluzioni volte a liberare la singola parola nella sua singolarità, addirittura coniando dei neologismi («pioggono», «ridace», «bluato», «sbercio» tra gli altri). Perché Diego Conticello avverte il bisogno di coniare nuove parole? Ritieni che l’italiano contemporaneo sia una lingua poco duttile dal punto di vista semantico o sono invece gli attuali parlanti ad aver abbassato il tono e la loro competenza linguistica?</span></p>
<div id="attachment_681" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><a href="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/05/110110-Diego-Conticello.jpg"><img class="size-full wp-image-681" title="110110-Diego-Conticello" src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/05/110110-Diego-Conticello.jpg" alt="" width="250" height="396" /></a><p class="wp-caption-text">Diego Conticello</p></div>
<p>DC: Tutt’altro. Ho troppa stima per la mia lingua natia per ritenerla abulica o superata. La lingua italiana è una miniera inesauribile di parole e, conseguentemente di significanti, di idee, tuttavia la si conosce ancora troppo poco e male. Il bisogno intimo è quello di ricercare originalità nella poesia e ormai, dal mio punto di vista, è possibile farlo quasi esclusivamente nell’ambito della parola. Peraltro sono rarissimi gli effettivi neologismi presenti nelle mie poesie, io parlerei piuttosto di “alterazioni di forme pre-esistenti”. La vedo come una sorta di provocazione, affinché anche il lettore possa entrare in questo  perverso ma fascinosissimo meccanismo e prendere in mano il vero “libro dei libri”: non la bibbia, ma il vocabolario, possibilmente anche quello etimologico, che permette di compiere il decisivo salto nel tempo verso le radici del senso, che oggi abbiamo purtroppo perduto.</p>
<p><span style="color: #993300;">AC: Lirica d’amore, abbiamo detto. Una domanda amorevolmente “cattiva”: il lettore distratto o il detrattore per partito preso potrebbero sostenere che un lucido controllo sulla resa formale “raffredda” in qualche modo la spontaneità, quel sentimento istintivo e immediato che la renderebbe più viscerale. So bene che il pathos non difetta alla tua parola, così come «l’emozione fugace che straripa dal crudo orizzonte giornaliero», ma cosa ti sentiresti di rispondere a queste possibili obiezioni?</span></p>
<p>DC: Quasi tutte le mie poesie nascono al massimo in 10 minuti: più sentimento istintivo di questo non saprei dove prenderlo! E’ chiaro che poi subentra una risistemazione formale, altrimenti saremmo ancora fermi all’odiosa insostenibilità del cuore/amore.</p>
<p><span style="color: #993300;">AC: La tua poesia è teatro di tensioni contrastanti, non dissimula quel “male di vivere” di montaliana memoria; anzi, si potrebbe affermare che varie tue composizioni creino perturbamento, se non disorientamento per un sagace uso della metafora, per l’utilizzo di volute disarmonie foniche: («Un salice teso / tira / a nodi corde / logore affilate, // ti sbercio / perduta desistere» p. 29; «Da queste grondaie / spanate / ho fatto veglia / allo sgorgo viola / di tre albe tristi» p. 61; «Chiama una lampada / accesa / a sondare / la linfa dei morti» p. 77). A volte la riflessione sulla condizione umana si raggruma in terrificanti istantanee, come in Ataviche lotte d’esistenza (p. 62), o si concentra in domande retoriche: «Quanto ancora / dovremo attendere / perché l’uomo capisca? / Quanto ancora, quanto / ancora?» (p. 53). Ritieni che la tua visione «cosmico-etica» sia improntata ad un pessimismo di fondo o ti senti più un concreto “realista” che registra le derive del paesaggio contemporaneo?</span></p>
<p>DC: Non posso rifuggire dall’amara constatazione sul sonno della società odierna, anelando al più presto quel definitivo risveglio della ragione che spinga finalmente l’uomo a staccarsi dal proprio retaggio animale, riappropriandosi di quelle vette del pensiero che purtroppo al giorno d’oggi scala solo di rado e con la lentezza di chi non possiede l’attrezzatura adatta nemmeno a sopravvivere e pertanto si trova sempre a fare i conti col baratro dell’iniquità. Spero solo di arrivare a vedere quantomeno un rampino e qualche corda solida che non lasci cadere gli “ultimi”!</p>
<p><span style="color: #993300;">AC: In “Barocco amorale” risalta con forza la dicotomia tra la Sicilia, tua terra d’origine, descritta «con le cosce fumanti / di sole, aperte», «il seno, notturno / soffio di zagara» e Padova, la città dove attualmente risiedi e stai completando il tuo percorso universitario: «città vecchia / adagiata / su opprimenti portici». Quanto è tenace il legame che ti lega alla Sicilia e come l’isola ha saputo nel tempo regalare alla nostra Letteratura opere di assoluto rilievo e d’imprescindibile importanza? Fai qualche nome.</span></p>
<p>DC: E’ come chiedere ad un neonato di staccarsi dal “seno” della madre. Crescendo gli resterà una qualche ancestrale reminiscenza e allora questa madre non vorrà lasciarlo andare, ma deve. Non c’è nessun abbraccio, per quanto amorevole, che non contenga inconsciamente il morso fatale di una regressione, di una “morte”, necessariamente da fronteggiare, da oltrepassare!<br />
Sarebbe troppo scontato parlare del meraviglioso estro naturalistico e rapsodico di Lucio Piccolo, ma dico Angelo Scandurra: un lirico puro, seducente nelle sue “incarnificazioni”terragne ed erotiche, che ricordano certa poesia ispano-americana (Neruda, Borges, Gòngora). Per la prosa non saprei, come direbbe Ignazio Buttitta “io faccio il poeta”! Due solamente, tra i più sviliti e dimenticati: Bufalino e Pizzuto.</p>
<p><span style="color: #993300;">AC: Alcuni critici ti hanno accostato all’Ungaretti dell’Allegria; altri ancora a Quasimodo e a Sandro Sinigaglia. «Non chiedetemi modelli» scrivi nell’<em>Avvertenza</em> ma io, da buon bastardello, ti vorrei comunque chiedere quali sono stati gli autori che hanno segnato in maniera indelebile la tua formazione di letterato e di poeta.</span></p>
<p>DC: Il primo amore d’ingenuo quattordicenne è stato Pablo Neruda, vero maestro nelle sue similitudini terra-donna: e il primo amore, si sa, non si scorda mai. Negli anni padovani è arrivato il Borges, sconosciuto come poeta, de <em>L’oro delle tigri</em>, che mi ha regalato l’uso insistito e inusitato della metafora continuata derivato, a sua volta, dagli antichi poemi scandinavi (“Kenningard”). Poi la folgorazione quasi “elementale” per Lucio Piccolo, impagabile nei suoi scorci fisici e pittorico come nessuno, con una affine predisposizione all’immersione nell’abissale mare di quelle parole che qualcuno preferisce chiamare scarti, anticaglie.</p>
<p><span style="color: #993300;">AC: Com’è nato il sodalizio con Silvio Ramat, insigne cattedratico e altrettanto celebrato poeta e osservatore della scena culturale del XX Secolo, che ha scritto la prefazione al tuo libro?</span></p>
<p>DC: Quasi per caso. Ero in procinto, appena ventenne ma ormai troppo in ritardo, secondo i dettami di Giuseppe Tomasi, per riuscire a “smagarsi” dai bellissimi e pericolosi lacci che tende la mia isola, di trasferirmi a Padova quando, spulciando tra i nomi dei professori dell’ateneo, noto quel Ramat Silvio che al liceo leggevo nelle schede critiche sul Novecento. Una grande, inaspettata sorpresa! Come si fa, davvero poco ingenuamente, mi presentai con le bozze del mio inusuale volume di critica sulla poesia di Lucio Piccolo, costruito con delle fotografie che motivano i versi delle liriche (Lucio Piccolo. Poesia per immagini “Nel vento di Soave”). Deve averlo colpito molto se non ha esitato a scrivere, anche per quel libro, una postfazione allo studentello siciliano appena giunto in pianura padana. Soprattutto è stato lui ad indirizzarmi verso LietoColle.<br />
La comune passione per la poesia, la sua estrema pacatezza hanno fatto il resto.</p>
<p><span style="color: #993300;">AC: In chiusura ci racconti brevemente della tua esperienza editoriale con LietoColle? È stata un’esperienza proficua per la tua attività?</span></p>
<p>DC: A posteriori credo di aver trovato il massimo che si possa pretendere. Certo niente si fa per niente oggigiorno, di questo un autore emergente, specie in poesia, deve essere preventivamente consapevole. Tuttavia il grande sforzo pubblicitario, la visibilità (sempre relativa al ristretto pubblico della poesia), l’affascinante veste editoriale con cui si presenta il libro, la cura maniacale dei dettagli, della grafica, della carta mi hanno ripagato pienamente. In soli sei mesi anche il riscontro critico,  grazie alla loro vorticosa “motilità”,  è stato proficuo. Cos’altro si può desiderare? Michelangelo Camelliti (l’editore)  in breve tempo è diventato un intimo amico, mi ha accolto nella sua ‘casa’ come si farebbe con un figlio.</p>
<p><span style="color: #993300;">AC: Grazie Diego, auguriamo a “Barocco amorale” tanta fortuna ed a te lunga vita e prosperità (artistica ed umana).</span></p>
<p>DC: Grazie a te Alberto e grazie a tutti i potenziali lettori di poesia, sperando che crescano in numero e volontà.</p>
<p><strong>Diego Conticello</strong>. Nato a Catania nel 1984, vive e studia tra Padova e la Sicilia. Laureato in Linguaggi e tecniche di scrittura presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Padova, con una tesi sul poeta messinese Basilio Reale, è attualmente specializzando in Letteratura e Filologia moderna con un repertorio di poeti siciliani contemporanei (da Lucio Piccolo a Bartolo Cattafi, da Lucio Zinna a Nino De Vita, da Melo Freni ad Angelo Scandurra ed altri).</p>
<p>Nel 2004 ha condotto degli studi, con metodo concordanziale, sulle edizioni de <em>L’esequie della luna</em> di Lucio Piccolo, per la cattedra di Teoria della letteratura dell’Università di Catania. Fa parte del coordinamento tecnico del museo-laboratorio «Centro Lucio Piccolo di Calanovella» di Ficarra (Messina).</p>
<p>Nel 2009 è uscito, per i tipi di Cittaperta Edizioni, un suo saggio esegetico-biografico-figurativo dal titolo <em>Lucio Piccolo. Poesia per immagini “Nel vento di Soave”</em>, scritto a quattro mani con Franco Valenti e con una postfazione del maestro Silvio Ramat.</p>
<p>Ha vinto alcuni premi di poesia inedita tra cui il “Roberto Bertelli” città di Pontedera e, più volte, il premio indetto dalla Fondazione Vitaliano Brancati “Parole e Segni” città di Catania.</p>
<p><em>Barocco amorale </em>è la sua prima opera poetica di cui si sono già occupati numerosi critici, da Lucio Zinna ad Alfonso Lentini e ancora Angelo Scandurra, Maddalena Capalbi, Sebastiano Saglimbeni, Marzia Alunni, Fabio Michieli e altri.</p>
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		<title>Doppio ritratto: Giuseppe Iannozzi intervista Alberto Carollo</title>
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		<pubDate>Sun, 08 May 2011 20:46:25 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Alberto Carollo autore di &#8220;Doppio ritratto&#8221; parla del suo romanzo con Iannozzi Giuseppe Iannozzi Giuseppe &#124; 8 maggio 2011 at 10:02 am &#124; Etichette: Alberto Carollo, doppio rittratto, edizioni creativa, iannozzi giuseppe, iannozzi raccomanda &#124; Categorie: arte e cultura, critica, critica letteraria, cultura, editoria, iannozzi giuseppe, iannozzi raccomanda, interviste, letteratura, libri, narrativa, promo culturale, recensioni, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<table style="height: 25px;" width="16">
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<td valign="top">
<p><div id="attachment_669" class="wp-caption alignleft" style="width: 138px"><a href="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/05/Iannozzi-Giuseppe.jpeg"><img class="size-full wp-image-669" title="Iannozzi Giuseppe" src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/05/Iannozzi-Giuseppe.jpeg" alt="Iannozzi" width="128" height="128" /></a><p class="wp-caption-text">Giuseppe Iannozzi</p></div></td>
</tr>
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<h2><a rel="nofollow" href="http://iannozzigiuseppe.wordpress.com/2011/05/08/alberto-carollo-autore-di-doppio-ritratto-parla-del-suo-romanzo-con-iannozzi-giuseppe/" target="_blank">Alberto Carollo autore di &#8220;Doppio ritratto&#8221; parla del suo romanzo con Iannozzi Giuseppe</a></h2>
<p><strong><a rel="nofollow" href="http://iannozzigiuseppe.wordpress.com/author/iannozzigiuseppe/" target="_blank">Iannozzi Giuseppe</a></strong> | 8 maggio 2011 at 10:02 am | Etichette: <a rel="nofollow" href="http://iannozzigiuseppe.wordpress.com/?tag=alberto-carollo" target="_blank">Alberto Carollo</a>, <a rel="nofollow" href="http://iannozzigiuseppe.wordpress.com/?tag=doppio-rittratto" target="_blank">doppio rittratto</a>, <a rel="nofollow" href="http://iannozzigiuseppe.wordpress.com/?tag=edizioni-creativa" target="_blank">edizioni creativa</a>, <a rel="nofollow" href="http://iannozzigiuseppe.wordpress.com/?tag=iannozzi-giuseppe" target="_blank">iannozzi giuseppe</a>, <a rel="nofollow" href="http://iannozzigiuseppe.wordpress.com/?tag=iannozzi-raccomanda" target="_blank">iannozzi raccomanda</a> | Categorie: <a rel="nofollow" href="http://iannozzigiuseppe.wordpress.com/?cat=307642" target="_blank">arte e cultura</a>, <a rel="nofollow" href="http://iannozzigiuseppe.wordpress.com/?cat=8714" target="_blank">critica</a>, <a rel="nofollow" href="http://iannozzigiuseppe.wordpress.com/?cat=604901" target="_blank">critica letteraria</a>, <a rel="nofollow" href="http://iannozzigiuseppe.wordpress.com/?cat=2367" target="_blank">cultura</a>, <a rel="nofollow" href="http://iannozzigiuseppe.wordpress.com/?cat=149341" target="_blank">editoria</a>, <a rel="nofollow" href="http://iannozzigiuseppe.wordpress.com/?cat=37182541" target="_blank">iannozzi giuseppe</a>, <a rel="nofollow" href="http://iannozzigiuseppe.wordpress.com/?cat=37196346" target="_blank">iannozzi raccomanda</a>, <a rel="nofollow" href="http://iannozzigiuseppe.wordpress.com/?cat=21751" target="_blank">interviste</a>, <a rel="nofollow" href="http://iannozzigiuseppe.wordpress.com/?cat=23300" target="_blank">letteratura</a>, <a rel="nofollow" href="http://iannozzigiuseppe.wordpress.com/?cat=1637" target="_blank">libri</a>, <a rel="nofollow" href="http://iannozzigiuseppe.wordpress.com/?cat=220176" target="_blank">narrativa</a>, <a rel="nofollow" href="http://iannozzigiuseppe.wordpress.com/?cat=37196362" target="_blank">promo culturale</a>, <a rel="nofollow" href="http://iannozzigiuseppe.wordpress.com/?cat=5023" target="_blank">recensioni</a>, <a rel="nofollow" href="http://iannozzigiuseppe.wordpress.com/?cat=107361" target="_blank">romanzi</a>, <a rel="nofollow" href="http://iannozzigiuseppe.wordpress.com/?cat=15061" target="_blank">scrittura</a> | URL: <a rel="nofollow" href="http://wp.me/pPmjD-1JL" target="_blank">http://wp.me/pPmjD-1JL</a></p>
<p>intervista ad Alberto Carollo autore di &#8220;Doppio ritratto&#8221; di  Iannozzi Giuseppe 1. &#8220;Doppio ritratto&#8221; è il disegno di un destino  infelice, di un amore la cui misura par essere disgraziata sino alle  estreme conseguenze. C&#8217;è di fondo un esistenzialismo talvolta cinico in  Alfredo, nel protagonista del tuo ultimo romanzo. Sbaglio? Non sbagli.  Alfredo è un [...]</p>
<p><a rel="nofollow" href="http://iannozzigiuseppe.wordpress.com/2011/05/08/alberto-carollo-autore-di-doppio-ritratto-parla-del-suo-romanzo-con-iannozzi-giuseppe/" target="_blank">Leggi il resto dell&#8217;articolo</a></p>
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		<title>A proposito di Claire</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Mar 2011 16:18:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alberto</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_538" class="wp-caption alignleft" style="width: 248px"><a href="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/02/van_gogh-eglise-auvers.jpg"><img class="size-medium wp-image-538" title="van_gogh-eglise-auvers" src="http://www.albertocarollo.it/blog/wp-content/uploads/2011/02/van_gogh-eglise-auvers-238x300.jpg" alt="van gogh eglise auvers" width="238" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Vincent Van Gogh, &quot;L&#39;église d&#39;Auvers-sur-Oise&quot;, 1890, olio su tela, 94 x 74 cm. Musee d&#39;Orsay, Parigi</p></div>
<p>Ricordate il racconto in due movimenti <em>Parigi, 1970: Claire</em> a firma Franco Seculin pubblicato in questo blog qualche settimana fa? Potete leggere <a href="http://www.albertocarollo.it/blog/2011/02/20/parigi-1970-claire-prima-parte/">qui</a> la prima parte e <a href="http://www.albertocarollo.it/blog/2011/02/22/parigi-1970-claire-seconda-parte/">qui</a> la seconda.</p>
<p>Sono onorato di poter riportare in queste pagine la lettura e le riflessioni di Ivano Menso (lo conoscerete a breve) sul lavoro di Franco e di aver contribuito ad essere il tramite di uno scambio intellettualmente proficuo.<br />
Davvero formidabile quel che Ivano riesce ad estrapolare dal racconto. Si evidenzia una sensibilità e una cultura non comuni. Un vero  e proprio maestro di &#8220;Letterature comparate&#8221;. Riporto lo scritto in versione integrale; non è possibile tagliarlo perché  è una progressione incalzante del pensiero modulata sulle suggestioni  che propone la scrittura di Franco Seculin. Buona lettura.<span id="more-607"></span></p>
<p>di <strong>Ivano Menso</strong></p>
<p>Caro Franco Seculin,<br />
sono il figlio del suo caro amico Pier Francesco Menso. Mio padre, conoscendo fin troppo bene la mia vorace passione per la lettura, mi ha portato il suo racconto in due movimenti “Parigi 1970: Claire”, e vorrei dunque scriverle le mie umilissime impressioni, avocandomene (indebitamente) il diritto in nome di quell’ingenuo disincanto di chi si può ancora permettere (forse) “di confondere l’acqua con il vino” dal basso dei suoi “vent’ anni”.<br />
Ho abboccato sicuramente ad una delle esche a cui accenna <a href="http://nowhereman.myblog.it/">Nowhereman</a> nei post del suo blog a partire dalla correlazione di fatto che è sorta in lei al momento della riflessione sulla perdita delle sue “icone” più care (mi permetto di chiamarle “icone” e non semplici copie d’autore per la capacità che possiedono di rimandare ad un qualcosa della sua storia personale al di là del loro significato mimetico di rappresentazioni, in un ottica già introdotta da Panofsky); provo quindi a rispondere alla domanda “Qual è il legame tra due immagini di opere così differenti […] <em>partendo da un quadro</em> […] <em>che dà il titolo ad una poesia </em>[…] ?” attraverso la seguente catena di correlazioni a posteriori di termini che ho ritrovato nel suo scritto (mi piace pensarli come frantumi di specchio, come forse lo sono un poco tutte le esperienze umane in quanto sono abbastanza convinto che alla fine non si viva altro che se stessi): <em>non fu per caso – notte blu – piccolo divano in velluto blu – il quadro mi ha scioccato – Rimbaud e Verlaine – la musica si espande nello spazio e lo colora di sentimento – chat noir – al subito svelarsi della parete – sei uno scafo sospeso […] poco a destra di questo nostro istante – Claire.</em></p>
<p>La duale sinestesia musica &#8211; pittura (<em>non fu per caso</em>) domina l’ingresso al tema di Claire, ricordando molto da vicino le ricerche delle avanguardie pittoriche (penso ad esempio a Kandinsky e al Mondrian newyorkese), e permette di capire la citazione della poesia del Corsi divenendo trina con il riferimento all’alfabeto (penso al Rimbaud di <em>Alchimie du verbe </em>che colora le vocali) e ruotando concentricamente attorno al colore blu. Rimbaud associa al blu (correlazione di fatto 1) la vocale “o”, che immediatamente richiama una disgiunzione: ecco che si spiegano il “T’ho abbandonata …” del Corsi (correlazione di fatto 2) e l’atteggiamento rapito del protagonista del racconto di fronte al quadro di Van Gogh (correlazione di fatto 3) che è come uno <em>scafo sospeso trainato dallo sforzo marmoreo dei barcaioli </em>(correlazione di fatto 4) all’interno dell’immagine. Ecco che si chiude l’effimero cerchio blu del protagonista, “ancorato” con tutto il suo essere (sarebbe meglio dire con il suo <em>dasein</em>, esserci, alla Heidegger) al blu della notte di Van Gogh come lo è il folle battello ebbro di Rimbaud alla corrente che lo sta trascinando lontano dal lido sicuro e conosciuto ai più (correlazione di fatto 5). Ma il quadro di Van Gogh è solo per metà blu: il cerchio si frantuma come un prezioso specchio di cristallo di fronte ad una prepotente sollecitazione sonora, <em>da orgasmo </em>(ho trovato abbastanza originale questa affermazione, tanto più che l’immagine rappresenta una chiesa!). Ecco che si insinua il giallo che sciocca il blu (correlazione di fatto 6), <em>poco a destra di questo nostro istante</em> (correlazione di fatto 7): il <em>t’ho abbandonata </em>iniziale viene violentemente soverchiato, strappato al soffio di cobalto e riportato dall’<em>estasi sulla pelle del fiume</em> in una dimensione terrena di strada e campo di grano (correlazione di fatto <img src='http://www.albertocarollo.it/blog/wp-includes/images/smilies/icon_cool.gif' alt='8)' class='wp-smiley' /> che non gli appartiene, o meglio all’interno della quale la musica iniziale (propellente iniziale del viaggio nell’immagine e vera <em>corrispondenza nella foresta di simboli</em> in grado di aprire nuovi mondi al protagonista, per citare Baudelaire) non si sente più. Ora si apre ed inizia a chiudersi il cerchio giallo: si cambia musica (in tutti i sensi, forse), il tono e la dialettica cambiano frequenza, si muta il punto di vista. Claire (chissà perché mi viene in mente Debussy, <em>non fu per caso</em> forse) capita per caso di fronte al Van Gogh perché sta cercando il bagno (quasi come in un incontro un po’ stereotipato a parti inverse tra un ragazzo un po’ a corto di idee e una ragazza che non lo stava minimamente considerando), ma non può esimersi dall’affermare ad alta voce (d’altronde è una cafona) il suo apprezzamento per il quadro. È davvero così ingenua da non riconoscere Van Gogh e da scambiare i Fauves per i poeti maledetti? È davvero così innocente il suo confondere l’acqua con il vino? Si potrebbe dare la colpa al sistema formativo francese, evidentemente non così migliore rispetto a quello italiano, oppure alla finta ingenuità della ragazzina nei confronti del suo maschile interlocutore? Intanto il cerchio giallo si sta chiudendo, trascinato dal vero protagonista di questa seconda parte: il demone (forse guidato da Claire) della musica (così caro anche a Thomas Mann) latente nel primo cerchio, si risveglia riempiendo la scena. Ma vige sempre la legge della sinestesia: il demone si prende tutto (d’altra parte<em> la donna non era niente male</em>) e dissolve completamente le sensazioni della prima parte; ecco perché forse nel quadro del Signorini, la barca non si vede (correlazione di fatto 9), non si deve vedere, altrimenti il cerchio giallo si chiuderebbe e al protagonista non rimarrebbe altra fine che quella riservata al vecchio professore della <em>Morte a Venezia</em>; la pioggia lava via ogni sensazione residua e lascia di nuovo spazio all’introspezione.</p>
<p>E il gatto nero? A questo punto il rebus è fin troppo facile da risolvere in quest’ottica: il demone che è in lui si prende il protagonista della novella <em>The black cat </em>di Poe (tradotto magistralmente dal giovane professore di inglese Baudelaire, correlazione di fatto 10) assieme a quello dell’alcool (ulteriore riferimento a Verlaine e ai poeti maledetti, correlazione di fatto 11).<br />
Ecco che ho delineato il mio piccolo quadro impressionista dalle pennellate delicate, visibili nella frammentazione dei tratti – suoni – parole che lo costituiscono. Scavando ancor più nella foresta di simboli, si potrebbe mettere in relazione la chiesa bianca ed il gatto nero, oppure il binomio tra i due protagonisti nell’ottica del Caso (in relazione a quello che dice Kundera ne <em>L’insostenibile leggerezza dell’essere</em>), il rapporto ignoranza – conoscenza tra la ragazza ed il protagonista, il valore dei ricordi nella fruizione dell’opera d’arte e nella funzione dell’incantamento del soggetto nei confronti del mondo (penso ai libri di Walter Benjamin e alla lettura che ne fa Gianni Vattimo), il valore dell’istante nello <em>stream of consciousness </em>della nostra vita… ma forse questi sono tutti meta-dipinti che giacciono latenti <em>poco a destra di questo nostro istante</em> e che meritano di riposarvici (per ora).</p>
<p>La ringrazio per il tempo concessomi e per la possibilità di pensare che mi hanno offerto i suoi scritti, cosa tutt’altro che banale per la letteratura contemporanea di stampo autobiografico.<br />
Con sincera stima.</p>
<p>di <strong>Franco Seculin</strong></p>
<p>Caro Ivan,<br />
ben trovato, felice di conoscerti. Spero che il gap generazionale non ti metta a disagio e in ogni caso abbandoniamo, se vuoi, tutto ciò che quarantasei anni di “vantaggio” o “svantaggio” possono significare e quindi&#8230; nessuna formalità. Ok?<br />
Per avvicinarci un tantino di più ti dirò di qualcosa che abbiamo in comune: Bolzano-Weierstrass, Geometria Analitica e <em>ad abundantiam</em> Meccanica Razionale, con l&#8217;unica differenza che io dopo tre anni (nonostante qualche apprezzabile risultato) mi sono convinto che non sarei mai diventato un ingegnere chimico, mentre tu sei sulla buona strada.<br />
Quello che comunque ci unisce è la passione per la lettura (mi pare comunque che musica e pittura abbiano un certo rilievo) e questo è un punto fermo.</p>
<p>Ben venga dunque il tuo &#8220;disincanto&#8221; che ti ha portato a esprimere le tue umilissime impressioni che mi permetto di commutare in un&#8217;interessante e quanto mai esaustiva esegesi del mio scritto. C&#8217; è sempre qualcosa che arricchisce chi sa leggere anche fra le righe, e ti ringrazio per avermi ricordato un certo valore &#8220;iconografico&#8221; e gli studi di iconologia di un grande precursore. Quello che mi ha colpito è la tua facilità di analisi dei contenuti con una notevole proprietà di linguaggio e, inoltre, come da un &#8220;banale&#8221; episodio (esche a parte) tu sia riuscito a correlare i diversi momenti di un percorso, esauritosi in una frazione temporale alquanto limitata, con citazioni appropriate che forse a qualcuno meno portato avrebbero richiesto faticose ricerche. Non desidero qui ripercorrere tutti i tuoi passi ma solo ricordare una frase che mi pare tanto vera e profonda e che potrei certificare [...] a posteriori di termini che ho ritrovato nel tuo scritto [...] <em>mi piace pensarli come frantumi di uno specchio, come forse lo sono un poco tutte le esperienze umane in quanto sono abbastanza convinto che alla fine non si viva altro che se stessi</em> [...] e ancora il verso di Roberto R. Corsi [...] <em>poco a destra di questo nostro istante</em> [...] che mi ha veramente stranito perché non ho mai letto nulla di così sintetico e definitivo. Tocca a me ringraziarti per il tempo che mi hai dedicato con tanta &#8220;naturalezza&#8221; nella certezza che questo sia il primo episodio di un dialogo virtuale piacevole per entrambi tra una pausa e l&#8217;altra del quotidiano.<br />
Buona giornata e saluti al babbo.</p>
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