OSTAGGI DELLA PAROLA


 



Adriano Gennari, Federica Niola, Io non aspetto, (ExCogita Editore, 2009, pp.150, € 12,50)

Io non aspetto_coverInusuale e intrigante, il libro d’esordio di Gennari e Niola si impone al lettore per almeno due peculiarità che spiccano su altri temi o aspetti: quello di essere prima di tutto un work in progress e in seconda battuta una ricognizione appassionata sulla pratica della scrittura.
Gli autori sono due professori di liceo che, soffocati dalle spire della burocrazia scolastica, decidono di creare un’oasi, un’area protetta dove baloccarsi con un nuovo gioco: la costruzione di alcuni personaggi e la composizione di un intreccio.
Il romanzo prende forma e si dipana su un doppio binario. La cornice, che è poi parte integrante di tutto il lavoro, vede gli alter ego dei due prof, Giordano e Gaspara, scambiarsi i fogli e commentare vicendevolmente i propri esercizi di scrittura, tra un collegio docenti, un’ora di lezione e un passaggio in sala insegnanti. L’intesa fra i due si rinsalda man mano che il manoscritto si trasforma in un consistente malloppo di pagine; e quella che all’inizio sembrava una scommessa diviene col tempo un impegno costante e irrinunciabile, dal quale attingere nuovi stimoli e linfa vitale nella bieca routine di ogni giorno, un rifugio segreto dove cospirare contro le mortifere assemblee e il loro vuoto chiacchiericcio, contro i colleghi sviliti e demotivati, detentori di un sapere che somministrano in stanchi e ripetitivi rituali. Non mancano infatti, en passant, tra siparietti più o meno grotteschi, vere e proprie bordate all’odierno sistema scolastico: “La scuola degli anni 2000 è un posto lungo come un’ombra estiva la sera. I professori sono sagome vaganti intristite dal tempo che vanno ripetendosi che i ragazzi d’oggi non capiscono niente, che sono privi di ideali, che pensano solo a drogarsi e a telefonare in una sorta di isteria collettiva (…)”
Nel duetto è Giordano quello che appare più convinto e determinato, che sprona Gaspara, dubbiosa e recalcitrante: “La intercettò e le chiese che cosa ne pensasse, lei, del fatto che scrivere a quattro mani non fosse esattamente come scrivere a due. Gaspara gli rispose che, semplicemente, non lo sapeva perché non aveva mai scritto, ma solo letto in tutta la sua vita.” Non ci vorrà molto perché la scrittrice in erba subisca per intero la fascinazione del compito che la attende: “Quanta fatica e quanta passione ci vuole anche solo per mettere sul foglio una frase che non sia una semplice informazione da dare.” I due sembrano amoreggiare tra loro per mezzo delle parole; i dialoghi sono farciti di sottile ironia e doppi sensi. La storia che decidono di raccontare è geometricamente confinata all’interno di un quadrilatero amoroso. Quantitativamente, occupa maggior spazio nel testo la storia di Marco e Marta. “Con Marta tutto era successo con naturalezza. Lei non aveva distolto lo sguardo, quando le aveva detto, così, pari pari, che voleva fare l’amore, che le avrebbe messo le mani dappertutto.” Si tratta di una relazione extraconiugale – topos frequentato nella vita come in tanta narrativa e filmografia – tra due persone di estrazione borghese, che nell’anodina provincia veneta fin qui hanno condotto esistenze ordinarie, segnate dal consueto ménage di coppia. Non ci troviamo, però, di fronte a un corrispettivo riveduto e aggiornato di Signore e signori. L’adulterio non è vissuto con l’uzzolo godereccio e scanzonato di chi coglie al volo l’occasione, ‘ché ogni lasciata è persa. In Io non aspetto l’inquietudine esistenziale la fa da padrona, la noia moraviana ammorba l’anima: “(…) potremmo raccontare  la storia di quattro giovani adulti che per tutta la vita non hanno fatto altro che rimandare qualcosa che sapevano di dover fare.”  Gli altri due lati della nostra figura sono occupati da Lina e Flavio, rispettivamente la moglie di Marco e il marito di Marta. Al termine di una “notte brava” rincaseranno tutti e quattro, ognuno per proprio conto e, fatta la doccia, rifluiranno nel corso delle loro vite omologate, nel torpore di giornate sempre uguali, come dei profughi da un doppio sogno di schnitzleriana memoria. O forse no; in qualcuno quanto è accaduto ha lasciato un segno profondo, almeno in un caso, quello di Marta. Dei quattro personaggi creati da Gaspara e Giordano, Marta è il carattere più sfaccettato. Sorta di cellula dormiente di una schiera di potenziali erotomani, Marta vive fino a un certo punto nell’alveo rassicurante che il matrimonio con Flavio le ha riservato: il ruolo della moglie passiva, immalinconita, scontenta della sua relazione, incapace di  comunicare il proprio disagio al marito distratto. Marco è l’elemento scatenante, il detonatore che fa deflagrare una sensualità per troppo tempo repressa, fermamente decisa a cogliere l’attimo, a riguadagnare il tempo perduto. A saltare nel vuoto. Marta è il grimaldello che Giordano e Gaspara vanno cercando per forzare le resistenze di una vicenda che alla fine si vorrà scrivere da sé. Ai due non resterà che mettersi al servizio della storia che hanno sin qui imbastito. E’ proprio nel momento preciso in cui Marta intraprende il suo viaggio nell’ignoto che la cornice si rende inestricabile dal racconto che si è prefissa di generare. I confini del romanzo nel romanzo si fanno più labili. Un congegno come Io non aspetto, in altri termini, rimane pericolosamente in bilico sul precipizio. I suoi punti deboli sono lampanti nella disomogeneità del dettato, che distingue nettamente le due voci, riconducendole a precise identità autoriali, col loro personale bagaglio (com’è giusto che sia, del resto); nell’intreccio, piuttosto convenzionale e nella quantità non indifferente di scene di sesso che sono altrettante forche caudine per gli scrittori. Come a dire: Gennari e Niola osano, e a un passo dal dirupo le debolezze si rivelano essere dei punti di forza che puntellano e mantengono in equilibrio l’intera struttura. Le carte sono scoperte fin dal principio: scrivere è vivere esistenze parallele, sbrigliare il proprio immaginario, anche erotico. Così l’ordito, abbandonata qualche lungaggine iniziale, si adatta con gradualità all’evoluzione psicologica dei personaggi. Se la scrittura di Gennari appare più sicura fin dal principio, sobria e diretta nel perseguire gli obiettivi che la performance richiede, quella di Niola tentenna nella gabbia di un’impostazione classica, forte di tante letture e competenza, apprezzabile ma meno aderente alle esigenze del quartetto di personaggi e ai loro intrallazzi. La consapevolezza, comunque, non difetta, e così anche il cambio di rotta che mantiene genuino il carattere in fieri del romanzo che si va delineando: “Sto pensando a come dovrei scrivere per essere meno pletorica. (…) Mi accorgo che talvolta mi lascio prendere la mano e che mi soffermo sulle parole. Mi sembra quasi di perdere la visione dell’insieme e di indugiare sulle subordinate, restando io subordinata alla sintassi.” Così, se nei primi capitoli una certa reticenza fa indugiare Gaspara nell’invenzione compiaciuta di allusioni e curiose metafore, man mano che il “termometro sessuale” della narrazione sale, la prosa si affila, circoscrive degnamente il suo oggetto, diventa più esplicita e icastica. Di particolare rilievo, anche visivo, l’episodio della fuga di Marco e Marta nella laguna veneziana, a mangiare il pesce nel ristorantino di un paese sperduto, dove i due autori ricreano sapientemente l’atmosfera fumosa e dozzinale, i profumi della cucina, gli sguardi famelici che si scambiano i due innamorati e gli umori delle loro bocche; e il party di Vladimir, generoso ancorché grato anfitrione, con tanto di orchestra dei Balcani e uno spicchio di mondo gitano e multicolore, dove Marta giocherà con Marco la partita finale della trasgressione estrema. Per votarsi, forse, a una perdita definitiva di sé. Il racconto che era iniziato quasi per caso, ha invocato un possibile svolgimento e un altrettanto plausibile epilogo. Gaspara era sopraffatta dall’urgenza di quanto la penna voleva far uscire sulla carta ma Giordano l’ha esortata a non aver paura, a far dire al suo personaggio quello che lui direbbe a se stesso senza remore, senza schermi. La scommessa, non senza fatica, è stata vinta, e una tale dichiarazione d’intenti potrebbe da sola, semplicemente, costituire un pilastro etico della pratica narrativa. “Benvenuta nel club degli ostaggi della parola. Non ti ci è voluto molto per contagiarti, vero?”

Adriano Gennari è nato a Rossano Veneto nel 1959 e vive a Vicenza, dove insegna Storia e Filosofia in un Liceo della città.

Federica Niola è nata a Vicenza nel 1960. Lavora in un Liceo cittadino, dove insegna Lettere.

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LA LUNA AL TRAGUARDO DEL BOSCO



 




Franco Seculin, “La luna al traguardo del bosco”, Edizioni Sabinae, 2009, pp. 58, € 12,00, www.edizionisabinae.com.

La luna la traguardo del bosco_cover

Quello con Franco Seculin è stato un incontro breve – alla presentazione di un libro e nell’immediato dopocena, per una gradevole conversazione – ma intenso, di quelli che lasciano il segno. A colpirmi, prima che l’artista poliedrico, il flâneur, il pacato sciorinatore di mille aneddoti sui suoi vagabondaggi, è stato l’uomo e la sua singolare vicenda. Nato in Eritrea ai tempi dell’Impero, dopo l’8 settembre 1943 la sua vita è stata tutto un trasloco. Termina gli studi e si laurea in Giurisprudenza; gira in lungo e in largo lo stivale, da Torino a Bari, da Milano a Cagliari, da Genova a Napoli, Firenze, Roma e Terni, città – quest’ultima – dove ha trascorso momenti capitali della sua vita, legandosi indissolubilmente (quasi un processo osmotico, condivisione di comuni geni poietici) a Otello Fabri (Terni 1919-2001), esponente di spicco del panorama pittorico umbro, dal linguaggio personale, espresso nelle più diverse tecniche: olio, pastello, acquarello, matita, inchiostro, penna biro, fino all’incisione, di cui è stato maestro. Pittura e poesia si erano già incontrate, nel tempo mortale di un’amicizia pluriennale e in una recente pubblicazione – prezioso volume di grande formato, straordinaria testimonianza a futura memoria – ovvero “Frammenti: alchimia di segni e di parole di Otello Fabri e Franco Seculin”, progetto che può intendersi nella felice espressione dei curatori : “pittura parlante la poesia di Franco; poesia silenziosa la pittura di Otello”.
Immagini di Fabri commentano alcune delle poesie contenute in questa silloge di recente pubblicazione, “La luna al traguardo del bosco”. L’esercizio poetico di Seculin è legato al “frammento”, icona cristallizzata del tempo che scorre, denominatore minimo della Storia, quella dei grandi eventi, che rifluisce a ritroso e trova compiutezza nel respiro breve, nel dettato intimista, quasi un’orazione quotidiana, privata, paradigma dell’hic et nunc. Seculin sembra dire: “Ecco, io sono qui”, sono un pezzo di quel tumulto che ha scosso le genti e le ha portate in cammino attraverso i continenti; sono un refuso delle grandi ideologie, ho resistito e sono sopravvissuto alle correnti, alle avanguardie, ai manifesti. Lui stesso scrive che il suo hobby, una necessità, è trafficare costantemente coi materiali che il linguaggio gli impone, con la scrittura e quanto interviene a codificarla: racconti, romanzi brevi, poesie. In epigrafe al libello la dedica è per la moglie Simonetta, e l’amore coniugale, nei suoi diversi aspetti, dai primi, freschi palpiti di sensualità (Così ripenso a quel seno,/dolce e pieno, velato di luce,/in un mattino di settembre), a un tenero e maturo sentimento di condivisione che prende casa nell’eterno, nuovi Filemone e Bauci, per il quale anche una momentanea assenza è motivo di dolore (Così nel silenzio/senza te/posso sentire l’amaro/che dentro si rompe/in questo vuoto/pieno, assoluto).
La Luna, nobile padrona di casa, squisita e premurosa ospite, officia i festeggiamenti, apre le danze e i convenuti si assiepano, a celebrare i riti consueti del mondo: i cicli inarrestabili della Natura, avvertita come un sommo Bene, dal volto apollineo e solare (L’uomo che ha coraggio,/corre nel sole-/Il caldo lo spinge/e vive sincero sui fiori/), del quale fare tesoro; eppur percorsa da sinistre ombre (L’uomo che conosce la verità,/muore, lentamente,/ogni giorno, disperato/nella sua impotenza). La Morte fa capolino qua e là, accolta con grande deferenza e pace interiore, in fine di parabola per una vita ricca, dalla quale si è attinto senza risparmio (Ma quando verrà la mia notte,/tuo sarò per sempre,/amica morte, fra le tue braccia), nei confronti della quale si desidera negoziare le modalità di congedo (Nel rosso dei papaveri,/dolcemente, una domenica mattina/sotto il buon sole dei bambini/finirò la vita).
La voce di Seculin è lineare e molto comunicativa, fruibile da tutti. Il pregio di questa raccolta consiste per lo più nella percezione dinamica del Tempo, repêchage ininterrotto di momenti felici del passato individuale, consistenza di un vissuto, sua contaminazione con le istanze del presente – Seculin naviga in rete, coltiva contatti telematici, pasticcia coi blog e affini, osserva con curiosità i fenomeni sociali contemporanei (Dei bambini ho paura/quelli coi soldi in bocca,/hanno occhi sicuri/non sorridono mai/…/Quei corpi ben fasciati/nei vestiti firmati./Le scarpe coi rinforzi,/da suole anti urto,/rallentano il contatto/la terra è più lontana/il cammino sicuro) – e ponte per future, compiaciute scorribande creative (Non si è fermato il tempo/Del tuo andare/Catturi ancora il vento e/Le sue rose).

blog: http://www.uskaralis07.splinder.com/

 

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PENSIERI DEL FILOSOFO IGNOTO



guido ceronetti

Costruire una pace pone una perplessità tragica:
è come se un chirurgo avesse sotto i ferri,
col dovere di salvargli la vita, un pericoloso assassino.
Quando si sarà rimesso, riprenderà ad uccidere.

(Guido Ceronetti, “Insetti senza frontiere”, Adelphi, 2009)

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Franco Volpi

Franco Volpi - foto d'archivio
Tarda mattinata di Pasquetta. Il filosofo, a cavallo di una bicicletta, sta andando a un appuntamento con la morte. Non è un film di Bergman. Franco Volpi, classe 1952, è stato travolto da un’auto mentre si arrampicava sulle stradicciole tortuose dei colli Berici. Il trauma cranico è stato devastante; a nulla sono valsi gli immediati soccorsi, il trasporto in elicottero all’ospedale di Vicenza. Coma irreversibile. Con lo studioso scompare una parte sostanziosa della cultura italiana e europea. Ordinario di Storia della Filosofia all’Università di Padova, autorità indiscussa su Heidegger, Schopenhauer, Nietszche, Schmitt, divulgatore e pubblicista dalla grande capacità comunicativa, curatore di fortunati testi brevi di Schopenauer per Adelphi (“Sul mestiere dello scrittore e sullo stile”, “L’arte di ottenere ragione”), cittadino del mondo (ha insegnato in Francia, Germania, Sudamerica, Messico e Canada): questo e altro era Franco Volpi.
Voglio ricordare la sua espressione perennemente sorridente, gli occhi vivaci, curiosi, intelligenti, quell’esame di Filosofia sulla contraddizione dove mi fece i complimenti per la “dialettica niente male per uno che viene da un istituto professionale”, o per una splendida conferenza tenuta alla Società Generale di Mutuo Soccorso su Milan Kundera e “L’insostenibile leggerezza dell’essere”. Addio professore. La sua è una morte metaforica, terribile e assurda, che lei stesso avrebbe analizzato col suo pensiero titanico e, forse, conoscendola un po’, anche con la distanza di un humor sottile ch’era nel suo stile.
Un raro filosofo che sapeva ballare, come i musici e i poeti.

Potete leggere il bel ricordo di Cesare Galla, apparso sul Giornale di Vicenza di oggi, qui.

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I frutti dimenticati

I frutti dimenticati_cover

I frutti dimenticati, Cristiano Cavina
(Marcos y Marcos, 2008), pp. 201, Euro 14,50.

di alberto carollo

E’ straordinaria, nei libri di Cristiano Cavina, la naturalezza con la quale l’autore implicito e il narratore coincidono. L’uomo Cavina è probabilmente contiguo allo scrittore/personaggio dei suoi romanzi, ma questo non ha assolutamente importanza per il lettore che, ben lungi dal chiedersi il perché di alcune scelte stilistiche – in un momento in cui la narrativa italiana discetta di autofiction e autobiografia romanzata -, si fa travolgere dalla vitalità espressiva, dal talento innato di questo grande affabulatore. Se lo scrittore vero è colui che meno rivela l’artificio della propria scrittura, l’epica di Casola Valsenio, piccolo paese dell’Appennino romagnolo, e del suo cantore si caricano di significati ancestrali degni della migliore tradizione popolare italiana. “A Casola era tutto un coltivare frutti dimenticati, e li celebravamo in una festa il terzo fine settimana di ottobre.” Pere volpine, azzeruole, sorbi, giuggiole, piante destinate all’oblio, coltivate dalle suore orsoline nella versione più aggiornata dell’hortus conclusus, del giardino dell’Eden. Ma frutto dimenticato è anche Cristiano, che non ha mai conosciuto suo padre. A trentatré anni, per un paradossale scherzo del destino, tutti i nodi cruciali della sua vita vengono al pettine: il babbo esce come da un varco temporale, e si rivela al figlio che aveva abbandonato; ha i giorni contati, è irrimediabilmente malato. “Aveva lasciato un vuoto maestoso, da imperatore in esilio, e adesso cercava di riempirlo con quell’acconto di uomo, seduto su una panchina; nemmeno i piccioni lo guardavano come si deve.”
E come in una tragedia greca o in un romanzo di Verga un singolo evento, anche se di questa portata, non arriva mai solo. Il papà assente riemerge dal fiume del passato proprio quando Cristiano scopre che diventerà padre a sua volta e nel momento in cui non è più sicuro del suo amore per Anna, la futura mamma di suo figlio. Poi sopraggiungono le complicazioni della gravidanza, il confronto con la malattia e la morte, e una nuova vita che con difficoltà si ritaglia il suo posto in questo mondo.
C’è uno scarto sostanziale tra questo libro e i precedenti di Cristiano Cavina. In “Alla grande” avevamo il recupero del mondo incantato dell’infanzia; in “Nel paese di Tolintesàc” erano le storie dei Cavina, concerto corale quasi felliniano, a uscire dal calderone della memoria e “Un’ultima stagione da esordienti” recuperava l’irruenza e la goliardia della pre-adolescenza. Tutto un ripiegarsi all’indietro. Ne “I frutti dimenticati” l’attualità è stringente e informa di sé pure l’alternanza dei tempi del racconto: il presente al capezzale del papà morente e l’imperfetto dei ricordi d’infanzia. Da una parte il micromacrocosmo di provincia, visto con la meraviglia intatta e la freschezza del fanciullo: la santità di nonna Cristina, il coraggioso palombaro-bambino che si immergeva nella camera della nonna come fosse il fondo dell’oceano e il suo comò un forziere pieno di tesori; l’amico Franceschino che riteneva che le stelle cadenti fossero un errore di Dio che non le aveva attaccate col Vinavil alla volta celeste; dall’altra il presente incerto, disseminato di errori che nessun fiore di Bach è in grado di risanare, dove Cristiano scende a patti col suo Dio “super-vigile urbano” affinché prenda lui e risparmi la sua compagna e il nascituro da altre sventure, dove un uomo in disarmo riconosce che le colpe dei padri si ripercuotono sui figli, che non finiscono mai di scontarle. Una parziale quadratura del cerchio si avrà nell’incontro con il genitore assente. Cristiano lo assiste negli ultimi giorni della sua agonia, raccontandogli le storie della sua infanzia, stabilendo un legame proprio quando l’uomo lascerà questo mondo. Il passato è speculare al futuro: Cristiano si separa da Anna proprio nel momento più delicato, abbandonando il piccolo Giovanni. A questa sua maledizione personale rimedia come può con l’unico antidoto ch’è in grado di distillare. Raccontando le sue storie.
Sul piano dello stile è sconcertante la leggerezza con la quale l’autore riferisce del suo dramma. La costruzione del racconto è di per sé esile; brevi frasi, tanti punti e continui a capo, una semplicità e linearità che riportano alla mente le parabole evangeliche che ci leggevano al catechismo. Le piccole grandi cose della vita, lo smarrimento per il babbo ritrovato, la rabbia e il senso di colpa, l’ironia e la pietà: una vasta gamma di sentimenti viene rappresentata con misura e equilibrio, senza mai deragliare nel patetico. Il narratore parte penalizzato ma ricade in piedi, in virtù dell’amore che rivolge al nuovo nato: “Non gli levo gli occhi di dosso perché, tra le altre cose, lui è il mio faro. Getta una luce attraverso le tenebre. “ E ancora: “Ho sbagliato tutto quello che si poteva sbagliare (…) Ho bisogno di una vita intera, solo per cominciare a chiedere scusa.”

Cristiano Cavina sarà ospite di CaRtaCaNta “parola alla scrittura”, per presentare il suo libro “I frutti dimenticati”, a Vicenza, il prossimo 17 aprile presso la libreria “Quarto potere” in piazza delle Erbe 9/A, alle ore 21.00. Dialoga con l’autore Alberto Carollo.
Infoline: www.cartacantalab.com.

 

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