Natalia Ginzburg. La realtà all’indicativo, la vita al superlativo.

Articolo comparso in Sul Romanzo il 14/07/2016

È certo che la materia narrativa di Natalia Ginzburg riflette un realismo che affonda le sue radici nell’angoscia esistenziale della sua epoca e – forse – anche del nostro tempo. Un classico, infatti, è sempre contemporaneo, ed è per questo motivo che non ci dimentichiamo di lei, che non smettiamo di leggerla e rileggerla. Risulta difficile un inquadramento dell’autrice nel panorama letterario coevo; non si può certo isolarla nel contesto controverso, nelle correnti, spesso antitetiche, che si sono succedute dal dopoguerra in poi. La Ginzburg risente di quell’atmosfera, è partecipe del suo tempo ma non aderisce ad alcun programma astratto, a qualsivoglia indirizzo, superando i ristretti confini dei vari “ismi” letterari per operare soprattutto sulla linea di una costante fedeltà a sé stessa.

Fedeltà a sé stessi non vuol dire trincerarsi nel proprio io interiore, ricadere nell’autobiografia e nell’autoreferenzialità; la capacità della Ginzburg di osservare il mondo è così assidua, così tenace che il suo cercarsi intimamente senza posa è uno scandaglio, uno strumento che le consente di avvicinarsi agli altri e dagli altri farsi completare, pur ribadendo e rimarcando in ogni pagina, si può dire, il proprio tortuoso e drammatico percorso individuale. Questa è la matrice della sua poetica, che non verrà mai disattesa. La realtà è sempre il terreno sul quale s’incentra l’esperienza di vita dei suoi personaggi, in un apparente non-accadere, in un girare a vuoto che riconduce al destino di dolore che isola e insieme accomuna gli uomini. Continua a leggere

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L’assoluto naturale

“Una donna che non sia una stupida, presto o tardi, trova un uomo sano e lo riduce a un rottame” scriveva Cesare Pavese. E’ un po’ il riassunto de L’Assoluto naturale di Goffredo Parise, un’opera sulla quale sto facendo una ricerca per il prossimo capitolo del romanzo che sto scrivendo.

Al pari di Pavese anche Parise venne additato come un misogino. Questo non toglie importanza a questo “improbabile” dialogo tra un uomo e una donna, pensato per il teatro e che a teatro ha avuto alterni successi.
Il libro lo trovate in una edizione Mondadori o Feltrinelli, ora non ricordo, ma ve lo consiglio. I due protagonisti si interrogano sulla natura del loro rapporto amoroso e va a finire male. Lei è una donna-mantide che finirà per divorare il proprio uomo, soddisfacendo il suo istinto e la sua brama di possesso, mentre lui annasperà nel vuoto alla ricerca della natura amorosa nell’intelletto. Continua a leggere

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