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A. A. A. Cercasi futuro a Nordest

Il seguente articolo è stato pubblicato per la prima volta nella webzine Sul Romanzo. Informazione e cultura letteraria (Luglio-Agosto 2010)


di alberto carollo

Locomotiva a vapore

Qualche tempo fa ho avuto l'occasione di incontrare Mauro Covacich ad una presentazione del suo L'amore contro (2009), rieditato da Einaudi – era uscito per Mondadori nel 2001. La quarta di copertina recita: «Il Nordest italiano messo a nudo da chi lo conosce davvero». Ad una domanda sul Nordest attuale, rispetto all'epoca in cui il libro è stato scritto, Covacich ha sulle prime indugiato, scrollando il capo, quasi a esprimere “Di quale Nordest stiamo parlando?”; poi ha risposto che il Nordest non c'è più, che «oggi è tutto Nordest».
Perfezione della sintesi: condensare il presente in un breve enunciato.
Quello degli scrittori è un punto di vista privilegiato; ammiro la loro capacità di filtrare quanto osservano con peculiare sensibilità, rappresentando il nostro tempo più e meglio, a volte, degli specialisti nelle diverse discipline: storici, sociologi, politologi eccetera.
Prendiamo spunto dalle considerazioni “tra le righe” di Covacich: Di quale Nordest stiamo parlando?


Già appare arduo connotarlo geograficamente. Potremmo circoscriverlo,  territorialmente, entro i confini di Veneto e Friuli occidentale; certo è – per alcuni osservatori – che i confini economici del Nordest non vanno né troppo a nord né troppo ad est. Vago? E questo è niente. Il Nordest viene comunemente inteso come un pantagruelico flusso di merci, ma la locomotiva d'Italia, della quale si parlava tra la fine degli Ottanta e i primi Novanta, «non ha attualmente neanche il fischio», come rileva Gian Mario Villalta (poeta, scrittore, direttore artistico di Pordenonelegge) in una sua recente intervista. E prosegue: «Non si è riusciti a mettere insieme un giornale, un gruppo editoriale che conti, una televisione (neanche per ridere) o istituzioni che abbiano un senso. Dal punto di vista della comunicazione sappiamo perciò anche noi come veneti quello che leggiamo sui giornali o quello che vediamo in tv». Sul versante economico non stiamo molto meglio; la crisi è un dato di fatto, molte fabbriche chiudono o vengono delocalizzate, la disoccupazione cresce, il modello ritenuto “vincente” della piccola impresa a conduzione familiare è alle corde. Rimane il trito luogo comune? Parrebbe di sì. Ripescando Villalta e il suo Padroni a casa nostra (Mondadori, 2009), se diamo retta ai mass media, «Il Nordest è una landa disertata dalla civiltà e dalla cultura, dove vivono tristi umanoidi dominati dall'avarizia e dalla xenofobia, dall'ottusità mentale e dal lamento egoistico insopportabile (...)».

Desolante, converrete. Gioca strani scherzi, il Nordest: non è propriamente quel che appare al primo, distratto sguardo. Negli ultimi trentanni è stato segnato da un'accelerazione storica che ha travolto tutto e tutti. L'evoluzione tecnica, i mutamenti politici, sociali ed economici non sono andati di pari passo con una crescita culturale, con una consapevolezza ancorata al divenire, e questo ha creato dei vuoti di memoria, delle perniciose amnesie curate con più o meno facili revisionismi.
I veneti sembrano aver dimenticato che anche loro sono stati un popolo di emigranti fino agli anni Sessanta del secolo scorso. Vicentini, bellunesi o friulani affrontavano l’oceano nelle stive dei transatlantici per andare a cercare fortuna in Francia e Austria, negli Stati Uniti, in Argentina, in Brasile. Dalle nostre parti, a quel tempo, c'era solo miseria. Le donne erano costrette ad andare “a servizio” nelle città, o a fare da balie ai ricchi, abbandonando i propri figli ai nonni, nelle campagne.
Era un mondo che aveva una sua intrinseca bellezza per quanto dure fossero le condizioni di vita, una bellezza molto diversa dalla trasfigurazione e dall'idealizzazione che in certi casi è stata fatta a posteriori. Riferimento imprescindibile, per ritrovare lo spirito di questo piccolo mondo antico è il Luigi Meneghello di Libera nos a Malo, edito da Feltrinelli nel 1963. Ma il paese chiuso all’ombra del campanile non esiste più; di quel micro-macrocosmo sopravvivono solo le ultime vestigia e lo stesso Meneghello ne era consapevole quando, parlando del dialetto veneto come modello espressivo, affermava in sostanza che con la perdita dell’uso del dialetto non muore un modo di chiamare le cose ma muoiono le cose stesse.

La grande intuizione di Pasolini fu quella di registrare un rivolgimento epocale – ebbe modo di scriverne nei primi anni Settanta -, ovvero la fine della società valligiana e contadina. Idolatrando quel mondo e la sua bellezza ancestrale, Pasolini auspicava che sarebbe stato meglio interrompere il cambiamento. Solo in seguito si  è compreso che attraverso quel processo è accaduto qualcosa di veramente importante che ha cambiato il volto del Nordest. Prima molte persone non avevano accesso sociale, erano subordinate, dominate dai padroni e indottrinate dai preti. Per la prima volta in questo territorio molti individui ebbero il potere di emanciparsi. La loro “carta delle libertà” era l'aver imparato un lavoro, nelle fabbriche, in vari settori. Quella dei nordestini è una vera e propria religione del lavoro, metafora calzante per descrivere il fenomeno e darsi qualche risposta sulla crescita economica in quest'area. Il lavoro è la fede più condivisa, è la valorizzazione ideologica dell’iniziativa personale e l’architrave di questa società. E non a caso la disciplina del mercato del lavoro è stata costruita con una rete di protezione in cui la famiglia è il perno esclusivo. I vari Benetton, Zanussi, Zoppas, De Longhi, Verardi e compagnia bella trovano qui le loro radici. Quale lezione ci hanno impartito questi Grandi vecchi? Ingegno, praticità, e tanta voglia di fare. Non erano istruiti, non avevano fatto “le scuole alte”. Hanno portato sviluppo, ricchezza, hanno imposto la loro immagine e il loro modello vincente al mondo. Cosa ci hanno lasciato? Sicuramente il benessere: il Nordest attuale è una delle aree, nella penisola, dove c'è la migliore qualità della vita. Ma allora perché il disagio, perché la paura nel futuro?

Abitare a Nordest, oggi, è vivere nelle città “senza centro”: il territorio è solcato da infrastrutture che collegano le varie isole di questa megalopoli, congestionate da un traffico convulso. La zona industriale della città che ci si lascia alle spalle è infinita, si è fagocitata tutta la campagna d’intorno; si va costruendo «fin che il territorio non finisce, fin che non c’è più spazio», come scrive Vitaliano Trevisan ne I quindicimila passi (Einaudi, 2002). La casa è un bene-rifugio; l’attività imprenditoriale si installa accanto alla casa; diviene prima fabbrichetta e capannone poi. Anche i momenti di ricreazione e di divertimento si estrinsecano nella cura maniacale del giardino, nei riti sociali del barbecue domenicale e della taverna interrata, coi famigliari e gli amici, ai quali Marco Paolini affibbia il divertente appellativo di “tavernicoli”, la cui tipologia si riferisce alla dimensione esclusiva, spesso aliena dal tessuto sociale, schiva e riluttante al confronto culturale. Sono in molti e risiedono nelle ville fortificate, sparse ovunque nella Pianura Padana, di cui parla Romolo Bugaro in Bea vita! Crudo Nordest (Laterza, 2010). Mai come oggi la devastazione del paesaggio, in quest'area, è evidente. L'inquinamento, i centri “svuotati” a favore dei poli commerciali, più agibili, nelle periferie, le “terre desolate” e incolte ai margini delle autostrade. In effetti siamo lontani dal tempo in cui Palladio, progettando la Rotonda, cercò di armonizzare la splendida villa con i dolci colli circostanti. Quella è la cultura e la civiltà dalla quale proveniamo. Per invertire la rotta odierna dello scempio bisognerebbe favorire una lettura del paesaggio più ecologica, ricordando magari che Pietro Bembo, contemplando la bellezza di Asolo coniò il verbo asolare, ‘prendere fresco, respirare’. Guido Piovene affermava che le brutture edilizie non nascono solo per speculazione, ma anche per poco affetto verso i luoghi della memoria e delle radici: come dargli torto?

Torniamo agli scrittori, alle nostre coscienze. Come catalogare un curioso fenomeno, un “buco” di trentanni e più: la mancanza di una generazione di scrittori a Nordest? Si passa da Parise, Meneghello, Zanzotto, Magris, Stern, Bandini, Camon, che tutti conosciamo, agli autori nati nei Sessanta (hanno esordito negli Ottanta): Covacich, Scarpa, Bettin, Ferrucci, Bugaro, Mozzi, Villalta. Perché questa mancata testimonianza? Il discorso è complesso ma uno dei motivi più probanti potrebbe essere che ai gruppi di potere che tenevano ben strette le redini di quest'area la cultura facesse un po' paura. In certi casi queste lobby vedevano nella cultura e nella comunicazione un vero e proprio nemico. Eppure oggi siamo tutti scolarizzati a Nordest; è il terzo polo di riferimento, dopo Milano e il centro Italia, per l'editoria. Il sapere viene però coltivato in maniera quasi defilata, come fosse una debolezza, e spesso si traduce in un sentimento di malessere, di mancato riconoscimento da parte dei media, che riportano invece le notizie-evento di “nera” o le boutades di sindaci-sceriffi in città che si distinguono anche per gli efficienti servizi che offrono alle popolazioni extracomunitarie e per i progetti di integrazione all'avanguardia.

Il futuro è “mobile”; rispetto al passato prossimo si è affievolita la grinta imprenditoriale dei figli rispetto alle esperienze gloriose dei padri. Forse bisognava investire in maggior formazione, essere competitivi rispetto agli scenari che l'Europa stava allestendo in quello scorcio di Storia; forse bisognava impartire loro un'adeguata gerarchia di valori prima che si rassegnassero al peggio, prima che facessero “il pieno” e gli altri “si fottano”. Le prospettive per il futuro, a Nordest come altrove, si basano sulla dicotomia locale/globale. In questa accezione l'affermazione di Covacich «oggi è tutto Nordest» acquista rilievo. Rivoluzione informatica, globalizzazione dei mercati. Uniformità, sincronismo mondiale delle notizie. I giovani, precari nel lavoro e nella vita, sono intrappolati nel limbo di un eterno presente, dov'è difficile prevedere un “poi”. Tramontate le affermazioni sociali e religiose (più o meno meritocratiche che fossero) diviene pressoché impossibile collegare il tempo storico a un progetto esistenziale individuale. L'ambiente, una sana politica per la pólis  – e non il potere esclusivo di gruppuscoli che cavalcano l'ottusità e il malessere dei cittadini -, più giustizia sociale e via dicendo possono essere lodevoli interessi se non causa di frustrazione per la loro grandezza e mancanza di coinvolgimento diretto. Semplifico assai ma ho l'impressione che a Nordest necessitiamo del binomio memoria + sogno, dove per “sogno” si intenda la ricerca di un'esistenza diversa e più appagante. Non il desiderio di aumentare la ricchezza e gli agi di cui certo non difettiamo.

 

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