• Doppio ritratto
  • Presentazioni
  • Rassegna stampa
  • Acquista

albertocarollo.it

Home Doppio ritratto doppio ritratto Patrizia Garofalo intervista Alberto Carollo

Menu Principale

  • Home
  • Bio
  • Miramare e altre storie
  • Scritti
  • Libri che ho letto
  • Fotogallery
  • Link e varie
  • Contatti

my Tweets

twitter_icon
Patrizia Garofalo intervista Alberto Carollo

Intervista ad Alberto Carollo su Doppio ritratto (Edizioni Creativa, 2010)
di Patrizia Garofalo

L'intervista è comparsa ufficialmente il 04/05/2010 su http://lankelot.eu al seguente link:
http://www.lankelot.eu/letteratura/carollo-alberto-doppio-ritratto-intervista-ad-alberto-carollo.html


alberto carollo alla Quarto potere (23 aprile 2010)Patrizia Garofalo: La ricerca del protagonista indulge spesso a riflessioni che traggono spunto dall’arte; quale la valenza della cultura, a tuo avviso, come viatico al percorso umano?

Alberto Carollo: Col protagonista del mio romanzo, Alfredo Algelo, posso affermare che la cultura, come compagna di viaggio nell'avventura della vita, è fondamentale. L'arte è stata terapeutica e cruciale per la mia formazione, per la mia curiosità nei confronti del mondo e per il desiderio di condivisione. La scrittura, come pure le arti figurative e la musica, istituiscono secondo me un dialogo continuo col nostro quotidiano. Sono convinto che attraverso la rappresentazione lo sfilacciato della vita possa assumere maggiore compiutezza. Arte e vita sono inestricabili per certi aspetti, e il processo culmina nel rapporto che il lettore (o ascoltatore o spettatore) istituisce col prodotto artistico, emozionandosi e identificandosi quando vi ravvisa contenuti simili al proprio vissuto.

PG: E’ l’immagine quella che Alfredo preferisce analizzare; è la forza  di essa o una tua particolare predisposizione a questa arte?

AC: Viviamo nella civiltà dell'immagine. L'immagine sembra condensare in maniera rapida e sintetica una comunicazione ch'è peculiare in una società frenetica e spesso distratta. Ci si sofferma poco sulle valenze simboliche dell'immagine, che possono essere profonde e articolate.
Ho letto e studiato libri di Storia dell'Arte, e ancor più ho avuto il piacere di parlarne con addetti ai lavori e appassionati. Nel mio romanzo il Doppio ritratto di Giorgione ma anche altre opere, come in Dürer, Munch e Van Gogh, contengono messaggi simbolici di grande fascino: sono dialoghi in forma di immagini, ponti che uniscono il passato al presente, preziosi insegnamenti sui temi che da sempre scandiscono il nostro vivere.

PG: Esistono nello svolgimento della storia diverse pagine molto ricche di particolari del luogo, dell’atmosfera, delle luci, del tempo del giorno nel quale avviene l’episodio. Ci spieghi meglio?

AC: Sì, tendo a soffermarmi sulle descrizioni dei luoghi o di situazioni in maniera più distesa, con un'attenzione peculiare ai dettagli, diversamente dai dialoghi la cui costruzione è più serrata. Penso che sia il prodotto delle mie letture. Adoro l'oggettività naturalistica, e mi piace connotare le situazioni in cui i miei personaggi agiscono,  non da ultimo strizzare l'occhiolino al lettore che, ad esempio, conosce già quelle strade o angoli della città. I luoghi riverberano ed amplificano le tensioni tra i personaggi implicati. Pur essendo molto attuale la descrizione sommaria, quasi cinematografica, preferisco descrivere secondo canoni più tipici della forma-romanzo. Senza esagerare, però. Cerco di sorvegliare il ritmo.

PG: L’incontro sessuale nel romanzo è fortemente fisicizzato e senza inibizione. La forza della vita? La passione? Che altro?

AC: Ritengo che la sessualità sia parte integrante della nostra vita, una dimensione dalla quale non possiamo prescindere. Sessualità non è però sinonimo di genitalità, e in questo due personaggi come Alfredo e Giovanni sono ben diversi nel loro modo di esprimersi sessualmente. La sessualità è una forma di conoscenza per Alfredo, destabilizzante, un modo per portarsi al limite del proprio io laddove questo si approfonda nel mondo animale. Per Giovanni è invece un aspetto della sua brama di potere. Sulla pagina sessualità ed erotismo rappresentano una sfida dove più di uno scrittore è caduto. Ho deciso di accettare il guanto, nominando le cose col loro nome, senza remore e solo dove parlare di sesso poteva gettare una nuova luce sulla comprensione delle passioni/ossessioni dei personaggi.

PG: Un insieme di falsi valori è sofferto dal protagonista come deriva dei sentimenti: da qui nasce la malinconia? E come la definiresti per spiegarla in poche parole ad un lettore che volesse leggere il tuo testo?

AC: Nel mio libro è la società vicentina di fine anni Ottanta, indifferente e provinciale, ad immalinconire ancor di più Alfredo. In quel pensiero gravato da una sorta di “paralisi spirituale”, molto simile a quella che Joyce invocava per la sua Dublino, Alfredo patisce per la sorte riservata all'intellettuale: solitudine, isolamento, mancato riconoscimento. La malinconia è per Alfredo Algelo un modo connaturato di essere che presenta varie sfumature: dal senso di inadeguatezza alla depressione, agli attacchi d'ansia fino ad arrivare a una vera e propria patologia che comprende anche la dimensione biologica. Non per nulla in un passaggio viene citata una TAC ad emissione di positroni dov'è possibile vedere un “cervello che soffre”.

PG: La melanconia è a tuo avviso uno stato potenziale di creatività?

AC: Essendo il malinconico un carattere dotato di grande sensibilità e portato all'introspezione, è facile comprendere come, nel corso della Storia, la Melanconia sia stata una prerogativa comune a molti che raggiunsero l'eccellenza nella filosofia, nella poesia e nella politica. I neoplatonici del Rinascimento italiano, Marsilio Ficino in testa, ridefinirono in positivo le caratteristiche della melanconia definendola “generosa”, ancella insostituibile del fervore creativo.

PG: Autore e protagonista sono sempre presenti all’unisono nel testo. Perché hai allora lasciato in corsivo gli scritti e le riflessioni di Alfredo?

AC: La voce del narratore in Doppio ritratto è molto spesso aderente all'io del suo protagonista. Alfredo è per certi versi un pezzetto di quel che ero o che avrei voluto essere, e non nego che alcune delle sue vicende possano avere una matrice autobiografica. Vero è che ho cercato di trovare degli espedienti narrativi per far passare al lettore i messaggi che più mi stavano a cuore. A nessuno credo interessino le storie di Alberto Carollo. Penso che Alfredo, invece, sia un personaggio che vive di vita propria; me ne sono liberato con gran sollievo nel momento in cui ho licenziato il libro per la stampa. Il corsivo dei suoi scritti pone l'accento sul prodotto del suo pensiero e testimonia dei suoi tentativi di definirlo.

PG: Il vivere un’infanzia diversa dagli altri bambini a che prezzo viene pagata da Alfredo?

AC: L'infanzia di Alfredo è un'infanzia proletaria, con un padre assente e beone, occupato ad autodistruggersi, e una madre-chioccia che cerca di tenere insieme una famiglia irrimediabilmente disgregata. Alfredo dispone però di grande acume e di una disposizione naturale per la bellezza. La sua ricerca artistica, pur nella condizione disagiata della depressione, lo spinge a migliorarsi, a cercare sbocchi e contatti per esprimersi. Finisce però per non sentirsi di casa in nessun posto, sempre ai margini, quasi rimpiangendo, come in Tonio Kröger di Thomas Mann, che gli sia preclusa la condizione rassicurante del comune borghese.

PG: Che tu sia un operatore sanitario interviene nelle “Vacanze coatte” della anziana scrittrice?

AC: Le “Vacanze coatte” di Ilaria Baldini sono il compendio letterario dei ricoveri in ospedale dell'anziana poetessa e scrittrice. Nelle corsie di un ospedale si fanno esperienze decisive e la stessa Ilaria dice (con Thomas Bernhard) che lo scrittore dovrebbe imporsi di risiedere ogni tanto nei “quartieri del pensare”. Sono esperienze che ampliano, per le emozioni e i pensieri che suscitano, la propria visione degli eventi, togliendo tutti gli orpelli, andando al nocciolo dell'esistenza. Non posso che sottoscrivere.

PG: E’ questo l’unico mondo possibile in cui è possibile cogliere l’infinito  proprio dove l’infinitezza si perde? O credi in un altro spazio destinato all’uomo?

AC: Una domanda che mi crea qualche difficoltà. Essendo io un ateo e materialista, nonostante l'educazione cristiana che mi è stata impartita, la mia unità di misura delle cose converge necessariamente sull'uomo e la sua esperienza sensibile. Ai confini dei sensi e del pensiero – che si avvale del linguaggio per codificare e archiviare i fenomeni – la possibilità di cogliere l'infinito è il pensare di continuare a vivere oltre la morte nelle opere che si è realizzate e nel bagaglio genetico trasfuso nella nostra progenie. Come Foscolo, di fronte al nulla eterno mi conforta una “corrispondenza d'amorosi sensi” e il pensiero che ho cercato di stabilire empatie con altri individui affini, per mezzo di parole e azioni. Ecco uno spazio che vorrei credere infinito per il genere umano: quello di tentare sempre nuove forme di cum-prensione dell'altro.

 

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna

Invia
Annulla
JComments
SEO by Artio

Iscriviti alla newsletter



Ricevi HTML?

Banner

ultime dal blog

  • Rosso Africa al Galla Caffè
  • Tra banchi e buona fede
  • Piccolo testamento
  • L’arte del piano B
  • Quarantacinque
Banner
<<  Febbraio 2012  >>
 Lu  Ma  Me  Gi  Ve  Sa  Do 
    1  2  3  4  5
  6  7  8  9101112
13141516171819
20212223242526
272829    
albertocarollo.it, Powered by Joomla! and designed by SiteGround web hosting

valid xhtml valid css