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Un dì si venne a me Malinconia

Jean Baptiste Camille Corot - La Mélancolie Quelli che hanno letto un assaggio dal primo capitolo del mio romanzo - messo a disposizione in questo sito - avranno incontrato la Signora in grigio, donna affascinante quanto misteriosa che inaspettatamente fa visita ad Alfredo Algelo.
Chi è questa bella ragazza dagli occhi verdi e dai capelli corvini? Ho ricevuto alcune mail di lettori con commenti del tipo «Non ho capito chi fosse la signora» e/o ipotesi fantasiose: «Era Irene per caso?»
Nessun enigma, nessun colpevole da smascherare. Molti di voi lo avranno capito: si tratta di una personificazione della Malinconia. Quando ho iniziato a congegnare la struttura circolare del romanzo avevo già immaginato con chiarezza la scena iniziale, nell'appartamento del protagonista. Personificare vuol dire attribuire modi, forme e fattezze umane a quanto in natura di umano non c'è. Anche stati d'animo, sentimenti, entità astratte. E' un procedimento molto utilizzato nelle religioni e nelle mitologie. Nell'arte figurativa del medioevo e nella sua poesia è prassi comune. Come non andare con la mente a certe rappresentazioni del Male nelle navate delle nostre cattedrali, a cicli di affreschi in palazzi pubblici e privati dove campeggiano personificazioni del Buon Governo, della Giustizia o di turbolenti moti dell'animo come la Vendetta?
Nella poesia di Petrarca l'anima del poeta è spesso una nave; la donna amata è oro, perle e fiori bianchi e vermigli; in Dante l'Avarizia è una lupa. Persino i moderni ricorrono in continuazione a personificazioni. Woody Allen danza con la Morte – la citazione è bergmaniana – nel finale di Amore e guerra (1975) e via discorrendo.


La Malinconia è una compagna d'elezione per Alfredo Algelo e la situazione d'apertura trova linfa vitale nientemeno che nel Sommo Poeta, maestro insuperato. Prendo come riferimento l'edizione Garzanti de Le rime (1979 e seguenti) con introduzione note e commento di Piero Cudini:

25 (LXXII)

Un dì si venne a me Malinconia
e disse: «Io voglio un poco stare teco»;
e parve a me ch'ella menasse seco
Dolore e Ira per sua compagnia.
E io le dissi: «Partiti, va' via»;
ed ella mi rispose come un greco:
e ragionando a grande agio meco,
Guardai e vidi Amore, che venia

vestito di novo d'un drappo nero,
e nel suo capo portava un cappello;
e certo lacrimava pur di vero.
Ed eo li dissi: «Che hai, cattivello?»
Ed el rispose: «Eo ho guai e pensero,
ché nostra donna mor, dolce fratello».

Un bel giorno la Malinconia bussa alla porta di Alfredo e gli dice: «Voglio passare un po' di tempo con te». Situazione intrigante. Alfredo, tra i miasmi degli psicofarmaci coi quali cura la propria depressione, percepisce di aver già visto quella donna; gli è famigliare ma non riesce a riportare alla memoria dove e come l'ha incontrata. Riguardo ai versi di Dante, Gianfranco Contini rileva che Malinconia è personificata, come i successivi Dolore e Ira (v. 4) che l'accompagnano. Sempre Contini rileva che qui Ira «ha senso più cupo e fisiologico che oggi, etimologicamente: è la 'collera nera' dei medici antichi, appena meno dell'ipocondria». Quindi l'Ira è strettamente imparentata con la Malinconia, che secondo la dottrina antica dei quattro umori è provocata dalla “bile nera” o “atrabile”, di cui parlerò in un successivo intervento. Sulle prime avevo pensato di richiamare i versi di Dante più apertamente, creando delle figure accessorie, sorta di guardie del corpo o maggiordomi della “nobile” Signora in grigio, ma non era una buona idea. Rendeva tutto troppo didascalico. Come un greco: con superbia, secondo l'opinione corrente riguardo all'arroganza e superbia dei greci. Al v. 8 anche Amore è personificato, vestito a lutto, con un abito mai usato prima. Il suo capo è coperto – il cappello per alcuni commentatori è forse una ghirlanda - e piange vere lacrime. Nel dialogo tra il Poeta e Amore affiora un presagio di morte: «Temo che Beatrice morirà, mio dolce fratello».
La Malinconia amorosa è uno degli assi portanti del mio libro. Nei versi di Dante Malinconia porta il seme del lutto, della perdita. Una vera e propria sigla per quanto mi accingevo a raccontare. Potevo cominciare diversamente?

 

 

 

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