Scrittura creativa – Il personaggio

personaggioQuesta volta mi sono preso una bella gatta da pelare. Parlando di scrittura creativa, il personaggio sembra essere l’elemento che più è stato analizzato dalla critica. Non starò qui a farvi una rassegna degli studi (con buona pace di Propp e degli strutturalisti), ma cercherò di andare sul concreto. Chiediamoci, dunque, come scrittori e lettori: cosa rende veramente efficace un personaggio e come costruirlo con cognizione di causa?

Sono più che certo che dei (molti) libri di narrativa che avrete letto ricorderete di sicuro un personaggio più che lo stile del romanzo o alcune delle sue pagine particolarmente riuscite.Questo perché il personaggio ha “bucato” la pagina e si è insediato stabilmente nel vostro immaginario. Ci sono personaggi che hanno dato nome ai romanzi che li vedono come protagonisti: Anna KareninaMadame BovaryDavid CopperfieldEmmaIl giovane Holden,Martin Eden. Potremmo pensare a La versione di Barney priva di Barney Panofsky? O Moby Dick senza il capitano Achab? Per non dire dei comprimari: cosa ce ne faremmo di un Don Chisciotte orfano di Sancho Panza, di Sherlock Holmes monco del dottor Watson o di Batman senza Robin?

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Scrittura creativa – Scavare caverne intorno ai personaggi

London, Piccadilly Circus, England (1923)Rileggendo il titolo di questa lezione di scrittura creativa, ho come l’impressione di avvertire la vostra perplessità. Cosa vuol dire “scavare caverne intorno ai personaggi”? Potrebbe trattarsi di una metafora, invece mi riferisco a una “tecnica di scrittura”, un modo di trattare il flusso di coscienza, così come ve ne ho parlato la scorsa settimana. Vi avevo detto che la rivoluzione nella tecnica di rappresentazione dell’attività psichica si ha in special modo con due romanzi: Ulisse (1922) di Joyce e La signora Dalloway di Virginia Woolf (1925). È difficile eludere l’influenza che il romanzo di Joyce ha avuto sul lavoro di Virginia Woolf. La materia dei due libri presenta aspetti comuni, anche se lo stile è declinato in maniera del tutto personale da ciascuno dei due autori. Diciamo delle somiglianze: entrambi adottano le unità aristoteliche di tempo, di luogo e di azione, con una giornata e una città di riferimento: Dublino per Joyce; Londra per Woolf. Analoga è l’esperienza complessa e ambigua della città: da una parte una descrizione particolareggiata e riconoscibile, di sorprendente realismo; dall’altra l’esperienza soggettiva e trasfigurata della metropoli che diviene irreale e fantastica.

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Scrittura creativa – Il flusso di coscienza

flusso di coscienza_joyceDel flusso di coscienza, cari amici scrittori, avrete sentito parlare svariate volte. Il termine si sovrappone, in alcuni manuali di scrittura creativa o testi critici, a quello di stream (in inglese: corrente, flusso), di stream of consciousness (flusso di coscienza) o a quello di monologo interiore, per citarne alcuni. Non è un caso che io abbia scelto di parlarvene proprio ora, quando posso immaginare abbiate già qualche conoscenza sulla voce, sul punto di vista e sulla focalizzazione. In effetti, possiamo ricondurre la tecnica del flusso di coscienza ad alcune considerazioni sulla voce che compie l’atto di enunciazione.

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Scrittura creativa – Focalizzazione

Invito a cena con delittoBuongiorno. Riprendiamo da dove abbiamo chiuso la volta scorsa, e cioè dal concetto di focalizzazione. La focalizzazione, dicevamo, è l’adozione di un punto di vista particolare, ristretto e determinabile in relazione alla storia. Va rilevato che sono stati diversi i tentativi di descrivere in modo sistematico ed esaustivo il punto di vista in narrativa, così come – se vi capita di leggere dei manuali o dei testi specialistici – è possibile ricorrere a diverse terminologie e soluzioni. Io preferisco attenermi alla proposta di Gérard Genette, lo strutturalista francese autore di Figure III(Einaudi, 1976-2006) che vi ho già segnalato, perché lo trovo efficace sulla scorta del confronto con la narrativa che ho letto.

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“Alla fine di un’infanzia felice” di Gian Mario Villalta

Alla fine di un'infanzia feliceÈ un elegante gioco di specchi Alla fine di un’infanzia felice di Gian Mario Villalta, terzo romanzo edito per Mondadori del poeta friulano (premio Viareggio 2011), narratore e direttore artistico di Pordenonelegge, dopo Tuo figlio (2004) e Vita della mia vita (2006). In esergo una frase di Mark Strand ci introduce al nucleo tematico del romanzo – o forse, per alcuni aspetti peculiari, metaromanzo – che propone ed esplora una riflessione sul rapporto tra scrittura e realtà.

Villalta delinea per l’intreccio del suo libro il personaggio di Guido Devetta che lui rievoca molto dell’autore stesso,. Guido è un insegnante e da un po’ di tempo lavora come editor in una piccola casa editrice di Pordenone, la Gemina, per la quale ha curato dei testi che gli hanno conferito prestigio e notorietà. Un giorno arriva nel suo ufficio un plico diverso dagli altri. Il mittente è Sergio Casagrande, il suo migliore amico negli anni della giovinezza e di cui ha perduto, in parte, le tracce. Il romanzo di Casagrande si intitola Alla fine di un’infanzia felice e quel che destabilizza emotivamente Guido è il fatto che uno dei personaggi cardine del romanzo è proprio lui, Guido Devetta, della famiglia dei “Sain”, il soprannome loro affibbiato quando, da profughi istriani, si stabilirono nella campagna di San Quirino, piccolo comune del Friuli Venezia-Giulia. Continua a leggere

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